Con questo articolo ritorniamo in Piemonte, visto che ormai è arrivato Settembre ed è tempo di vendemmia.

Fuori Torino, a circa 100 chilometri, troviamo le note colline delle Langhe-Roero e Monferrato, da cui nascono alcuni dei più famosi vini del mondo, con un tale livello di eccellenza da meritare il riconoscimento a patrimonio dell’umanità tutelato dall’Unesco.

Queste località offrono scenari incredibili a 360°. Le colline, con il loro andamento dolce, altre volte imponente, sono punteggiate da paesini arroccati, dominati da una chiesa parrocchiale o da un sontuoso castello. Borghi bellissimi, dove le case sono state finemente ristrutturate e riportate agli antichi splendori, secondo i dettami dell’epoca. Qui, si vedono ancora balconi fioritissimi e austere grate vivacizzate da cascate di fiori, che rallegrano le facciate con i loro splendidi colori.

Ecco i nomi alcuni di questi paesini incantati che, se avete tempo, potete visitare seguendo la via del vino che collega Grinzane Cavour, Serralunga d’Alba, Monforte d’Alba, Castiglione Falletto, e La Morra (dove si ha uno stupendo panorama sulle colline e Barolo), e appunto il borgo di Barolo.

Al termine, dopo tanta bellezza paesaggistica, si raggiunge infatti il luogo “per eccellenza” per scoprire come nasce il “nettare di Bacco”, la piccola cittadina di Barolo, patria di uno dei vini più famosi al mondo. E Settembre, in tempo di vendemmia, è il momento più pittoresco per assaporare odori e sapori del territorio.

L’antico Borgo di Barolo

Anche questa è storia, anzi una storia molto curiosa che coinvolge uno dei padri della patria, il Conte Camillo Benso di Cavour.

Ma partiamo dal caratteristico borgo di Barolo che si trova disteso sotto le colline coltivate a uve Nebbiolo.

Questo feudo passò verso il 1250 ai Marchesi di Falletti, la cui dinastia ne rimase proprietaria fino al 1864, con Giulia Falletti che per prima sperimentò il metodo di vinificazione del Barolo, così come oggi lo conosciamo.

E ancora oggi possiamo visitare il castello che fu dei Falletti ed ammirare le stanze con gli stemmi del casato e gli arredi in stile impero della marchesa Colbert.

Ma non solo, poiché ad oggi il castello ospita anche il Museo del Vino, considerato il più innovativo museo del vino in Italia e fra i più importanti in Europa.

Un percorso interattivo ed esperienziale (fruibile autonomamente o in audioguida) che parte dalla terrazza panoramica del terzo piano e arriva alle cantine dei livelli seminterrati, quasi a simboleggiare un’immersione alla scoperta del frutto di Bacco.

Il Re dei vini o il vino del Re?

Ma come nacque il Barolo, detto il Re dei vini, o il vino dei Re ?

Innanzi tutto, il Barolo è un vino prodotto unicamente con uve Nebbiolo, dove per il DOCG è richiesto un invecchiamento minimo di 38 mesi, di cui almeno 18 in legno.

Per il Barolo DOCG Riserva è richiesto invece un invecchiamento minimo di 62, di cui almeno 18 in legno.

Questo vino si presenta di colore rosso granato, con profumo fruttato e speziato, sentori di rosa, viola appassita, liquirizia, cacao, cuoio e tabacco.

La storia racconta che a crearlo furono i Marchesi Falletti Tancredi insieme a Camillo Benso Conte di Cavour.

Camillo Benso arrivò nelle Langhe ancora molto giovane: aveva appena 22 anni.

Avviato dalla famiglia alla carriera militare, il sovrano Carlo Alberto ne aveva chiesto il suo allontanamento dall’esercito essendo il giovane Cavour molto indisciplinato.

Il padre aveva allora deciso di mandare quel figlio ribelle, e originale, nella tenuta di famiglia a Grinzane.

L’arrivo nelle Langhe non fu certo molto entusiasmante per il giovane Cavour, che comunque fu subito eletto sindaco di quel piccolo borgo di 350 abitanti.

Lontano da possibili ambizioni militari e politiche, Camillo Benso si dedicò all’azienda famigliare, per dimostrare di che pasta era fatto un secondogenito senza diritto di titolo ed eredità.

A lui si devono infatti interessanti scoperte nel campo dell’agricoltura, ma soprattutto a lui si deve la nascita del Barolo.

Come nacque il vino Barolo?

Il Barolo è oggi il vino rosso italiano per antonomasia, il primo riconosciuto a livello internazionale come di grande qualità, ma allora, letteralmente, non esisteva.

Da sempre in quelle zone si produceva un buon vino dalle uve Nebbiolo, ma era bene lontano dagli elevati standard francesi di qualità e gusto.

Allora Cavour decise di ingaggiare due consulenti, esperti enologi, l’italiano Pier Francesco Staglieno, e il Conte francese Louis Oudard.

L’obiettivo era creare un vino alla francese, come uno dei migliori di Bordeaux.

Nella tenuta di Cavour si incominciò così a invecchiare il Nebbiolo prodotto, già di buona qualità, in botti di rovere.

Poi fu introdotta un’altra importante innovazione, ossia la realizzazione di cantine sotterranee a microclima protetto dove fermentare il vino, garantendo così la perfetta e completa vinificazione per un prodotto molto strutturato.

E’ in quegli anni che gli esperimenti del Cavour si intrecciano con Carlo Tancredi Faletti (Marchese di Barolo) e la sua consorte, Juliette Colbet, discendente del ministro delle finanze del Re Sole.

Juliette Colbet, trasferitasi dopo le nozze nella tenuta del Marchese di Barolo, paesino delle Langhe non lontano da Grinzane, intuì ben presto anche lei che i vigneti che la circondano godevano di un suolo e di un microclima particolarmente propizi per la produzione di uva speciale.

Con il Cavour fece quindi realizzare magnifiche cantine per consentire la completa fermentazione, e l’affinamento in grandi botti di rovere pregiato.

Documenti del tempo identificano entrambi, Camillo Benso e i Marchesi Tancredi Faletti, come i primi produttori del nuovo vino, anche se sicuramente fu merito del Cavour l’ingaggiò del Conte Oudard, che fu il consulente, esperto enologo, di entrambi.

Il vino del Re

La leggenda vuole che la Marchesa presentò poi il vino ai Savoia su espressa richiesta del sovrano Carlo Alberto che aveva sentito parlare molto di questo rinomato vino del Castello di Barolo.

La Marchesa non solo fece assaggiare il vino al Re, ma allestì uno spettacolare carosello di carri, si dice uno per ogni mese dell’anno, carichi di vino per promuovere il suo Barolo.

A questo nobile Nebbiolo, potente e austero, con sapore unico ed esclusivo, la Marchesa diede il nome di Barolo in onore alla sua terra di origine.

Il Re ne fu così entusiasta che decise di acquistare addirittura la tenuta di Verduno, non lontana dal paese di Barolo, in cui si mise anch’esso a vinificare questo nuovo vino.

Nacque così il mito del Barolo, la cui prima annata certificata risale al 1844.

La collaborazione tra Verduno, di proprietà del Re Carlo Alberto, il castello di Grinzane di Cavour, e le tenute della Marchesa a Barolo, fu strettissima.

Ben presto il Barolo divenne il vino dei Re grazie ai Savoia che lo fecero conoscere anche alle altre corti europee, e acquisì subito una connotazione aristocratica.

Nel 1873 ebbe anche i primi riconoscimenti internazionali, con sette medaglie d’oro vinte al concorso di Vienna, tra i più prestigiosi dell’epoca.

Dalla prima annata di produzione certificata del 1844 sono passati ben 176 anni ed ora il Barolo è uno dei vini più rinomati al mondo.