Quando il politically correct diventa censura? Il caso Pucci a Sanremo impone riflessioni importanti sulla libera espressione dell’arte e della cultura
Andrea Pucci, comico noto in Italia, ha rinunciato a partecipare al Festival di Sanremo 2026. “Gli insulti, le minacce , gli epiteti e quant’altro ancora, ricevuti da me e dalla mia famiglia in questi giorni sono incomprensibili ed inaccettabili“.
La notizia è rimbalzata sui media come una pallina da flipper: un artista costretto a lasciare il palco più ambito della televisione nazionale, non certo per incapacità o scelte personali, ma per la pressione di un clima culturale che sembra aver trasformato la comicità in un terreno minato e di matrice politica. “Nel 2026, il termine fascista non dovrebbe esistere più, esiste l’uomo di destra e l’uomo di sinistra che la pensano in modo differente ma che si confrontano in un ordinamento democratico che per fortuna governa il nostro amato Paese!“, ha dichiarato il comico milanese, seguito ai numerosi attacchi subiti nelle ultime ore.
Questo episodio, purtroppo, non è un fatto isolato. È l’emblema di un fenomeno più ampio: il politically correct, nato come strumento di tutela, sta diventando – anzi è diventato – censura, persino quando si tratta di satira e comicità. Ridere, prendersi gioco delle contraddizioni umane, ironizzare sulla realtà, sui rapporti maschio-femmina o sulle dinamiche che muovono le nuove generazioni, sembra oggi una pratica pericolosa, da maneggiare con estrema cautela. Ma dove stiamo andando? Perché in nome della sensibilità collettiva il divertimento e la leggerezza diventano terreno di giudizio?
Il politically correct come strumento di controllo
Il politically correct era nato con un intento chiaro: evitare discriminazioni e offese gratuite. Ma cosa accade quando la protezione diventa imposizione? Quando ogni battuta, ogni gesto e ogni riferimento culturale deve essere soppesato secondo standard che cambiano di giorno in giorno, dettati dalla pressione mediatica o dalla sensibilità di pochi?
I social network, poi, amplificano questa dinamica. Non è più solo questione di buon gusto o rispetto, ma di approvazione pubblica e i like, i commenti e le condivisioni diventano strumenti per legittimare la censura. Oggi si deve stare molto attenti a fare una battuta perche chi osa ridere di se stesso o degli altri rischia di essere travolto dalla condanna collettiva, di apparire offensivo, antiquato o addirittura “pericoloso”. Tanto pericoloso da non essere degno di un palco nazional-popolare come quello del Festival di Sanremo.
Omofobia, razzismo e volgarità…che differenza tra la comicità di Luciana Littizzetto e quella di Pucci?
A proposito della Litizzetto, era solo il 2013 quando a Sanremo succedeva questo:
Prendersi gioco è pericoloso?
La comicità, in questo contesto, diventa una scelta da ponderare a rischio calcolato. L’artista deve decidere se fare ciò che sa fare meglio – osservare, ironizzare, provocare – o se piegarsi a una prudenza forzata che svuota il senso stesso della sua arte. È una pressione che limita la creatività? È uno strumento per scegliere cosa piace e cosa non piace a pochi? E chi decide cosa piace e non piace?
Negli ultimi anni sembra che la satira abbia smesso di essere un gioco sociale condiviso. La derisione, il prendersi gioco, l’esagerazione, che sono strumenti fondamentali della comicità, vengono percepiti come attacchi, offese o violenze simboliche. Ma è davvero così? È possibile che il ridere di un comportamento umano, senza odio né cattiveria, sia diventato un crimine culturale?
Il caso Pucci solleva domande inquietanti: quando una battuta diventa pericolosa? Chi decide quali ironie sono accettabili e quali no? E perché la pressione di pochi può influenzare il diritto di un artista a esprimersi e di tanti altri di ridere?
I social network hanno cambiato le regole del gioco, perché sul web, ogni contenuto è sottoposto a un giudizio immediato, spesso impulsivo. L’algoritmo amplifica reazioni di rabbia o indignazione, trasformando un piccolo dibattito in una condanna mediatica virale. La comicità, un tempo libera, oggi cammina su un filo sottile e anche un minimo errore di interpretazione può cancellare anni di lavoro e reputazione.
Chi stabilisce che tipo di risata sia legittima? E chi decide cosa possa essere ironia e cosa sia offesa? È davvero possibile ridere in libertà quando il rischio di “non piacere” diventa misura della validità culturale?
Il confine tra sensibilità e censura
Il politically correct non è sbagliato in sé. La tutela della dignità e della sensibilità altrui è necessaria. Il problema nasce quando viene strumentalizzato a doc più per fini ideologici che sociali, o meglio socialmente utili ed efficaci. Oltretutto quando ciò che può essere detto o mostrato viene scelto da pochi, e la maggioranza deve adattarsi.
In questo scenario, la comicità perde la sua funzione di osservatorio critico, trasformandosi nel suo contrario, in uno strumento di controllo che sfiora l’ostracismo.
È una forma di censura neppure più mascherata, sottile, che non necessita di leggi o regolamenti. Funziona attraverso giudizio sociale, pressione mediatica e approvazione collettiva e non è solo frustrante per gli artisti, ma per chiunque voglia discutere, criticare o semplicemente ridere.
Dove finisce il diritto alla sensibilità e dove inizia la censura? Quanto spazio resta per l’ironia, per la satira e per la comicità intelligente? È possibile costruire una società in cui si possa ridere senza offendere, o stiamo creando un clima in cui ridere è diventato sospetto?
Il caso Pucci non offre risposte, ma serve come specchio di una dinamica che riguarda tutti: media, pubblico, istituzioni e artisti. La riflessione non vuole fermarsi all’episodio singolo, ma interrogarsi sul futuro della cultura: può la comicità sopravvivere in un contesto di controllo sociale e giudizio costante? Oppure siamo destinati a un’arte sempre più prudente, standardizzata e “gradita a tutti”, dove prendersi gioco di qualcosa è diventato pericoloso?
Ma l’arte non era forse per antonomasia “la libera espressione del pensiero e della cultura”?
Il comico che rinuncia al palco più importante d’Italia ci obbliga a fare i conti con una realtà chiara e scomoda: il politically correct, così come viene praticato oggi, ha il potere di censurare ciò che prima era normale, accettabile o perfino necessario nella comicità. La pressione mediatica, la ricerca di approvazione e la paura della polemica hanno trasformato la leggerezza in rischio e il ridere in atto politicamente discutibile.
Forse è il momento di chiedersi: vogliamo davvero una società in cui l’ironia e il prendersi gioco non esistono più? Dove la satira deve piegarsi a regole imposte da pochi? Dove ogni battuta diventa un campo minato? E soprattutto, davvero vogliamo che qualcuno stabilisca per noi quando possiamo provare divertimento e quando invece dobbiamo forzatamente indignarci?
A tal proposito mi ritorna in mente la conferenza stampa di Checco Zalone, in occasione della presentazione del suo ultimo film “Buen Camino”. L’uomo che si è permesso di ironizzare su tutto, dall’identità sessuale a quella razziale, dalla cultura italiana del posto fisso alla cultura norvegese dell’ordine a tutti i costi, passando per quella africana delle tribu cannibali, si è trovato a rispondere a una collega in merito a un paio di battute inserite nel film, a detta della collega, poco divertenti, e la sua risposta è stata: “bisogna essere capaci di lamentarsi del politically correct in maniera intelligente“.
Comicità, satira e libertà culturale
Il problema non è Pucci a Sanremo si o Pucci a Sanremo no ma, forse, è arrivato il momento di smettere di discutere e cominciare ad agire, anzi a reagire a questa violenza culturale.
Perché non basta più analizzare, commentare o indignarsi: la realtà è che la comicità, la satira e la libertà culturale stanno subendo una pressione concreta, e ogni rinuncia come quella di Pucci ne è la prova tangibile.
Ma chi ha il potere di agire? Sono gli artisti, che devono continuare a esercitare il loro mestiere senza piegarsi alla paura? Sono i produttori e i direttori artistici, che possono scegliere di difendere il diritto alla comicità e creare spazi sicuri per esprimerla? Oppure spetta ai media, che hanno la responsabilità di non trasformare ogni polemica in condanna definitiva? O è compito del pubblico, che dovrebbe sostenere chi osa ridere e riflettere attraverso l’ironia, senza cedere alla logica del linciaggio mediatico?
Ridere sarà ancora possibile?
La situazione attuale mostra chiaramente quanto pochi possano avere un peso sproporzionato nell’influenzare ciò che è considerato accettabile o offensivo. Il risultato è che si sta inducendo un’autocensura preventiva, o un’eccesso di prudenza che soffoca l’osservazione critica e la leggerezza, un tempo libera e provocatoria e, in questo modo, se non si reagisce, la comicità rischia di ridursi a un gioco sterile, calibrato esclusivamente sulla sensibilità dominante, e la satira a un lusso per pochi coraggiosi.
Il punto non è insegnare di chi ridere o cosa dire, ma difendere il diritto stesso di farlo. È una questione collettiva che riguarda artisti, spettatori, istituzioni culturali e la società tutta perchè se non reagiamo ora, chi difenderà la possibilità di ridere, di criticare e di provocare? Se il politically correct completa la sua metamorfosi in censura, quale sarà il futuro della comicità e della cultura?
La mancata partecipazione di Pucci al festival di Sanremo è un campanello d’allarme che ci invita a riflettere, o presto sarà troppo tardi per difendere ciò che rende viva la cultura.
Potrebbe interessarti anche:
“Buen camino” di Checco Zalone? Esilarante e sorprendente.
Politically correct e cancel culture: non è che stiamo esagerando?
Immagine di copertina: screenshot della locandina dello spettacolo “C’è qualcosa che non va”


