Amadeus, la serie TV che convince a metà. Recensione

Raccontare Mozart oggi significa scegliere se dialogare con la storia o piegarla alle ossessioni del presente, e la serie TV Sky “Amadeus“, disponibile su NOW, si muove esattamente su questa linea di confine, oscillando tra ambizione autoriale e forzature ideologiche che finiscono per dividere più di quanto convincano.

La serie TV propone una rilettura audace della leggenda di Mozart, ma lo fa spostando il baricentro narrativo su Antonio Salieri, trasformandolo da semplice antagonista a vero protagonista, sia fisicamente che come voce fuori campo. Questa scelta di sceneggiatura, in apparenza radicale, si rivela invece coerente con l’intento della produzione di esplorare non tanto il genio di Mozart quanto l’effetto che la sua esistenza, il suo talento e la sua giovinezza prorompente esercitano su chi si sente destinato all’ombra. Salieri diventa così il filtro attraverso cui il pubblico percepisce ogni gesto, ogni composizione e ogni eccesso di Mozart, e la sua voce narrante funge da guida e da giudice, trasformando l’episodio biografico in un dramma psicologico.

L’uso della narrazione soggettiva rende visibile il meccanismo mentale di Salieri, il suo costante conflitto tra ammirazione e invidia, tra devozione religiosa e desiderio di distruzione, mettendo in evidenza la complessità morale e la tensione interiore di un uomo che si percepisce impotente di fronte a un talento che sfugge a ogni controllo.

Rivalità e ossessione

Ciò che colpisce maggiormente è come la serie costruisca Salieri non come un semplice rivale rancoroso, ma come un osservatore fragile e ossessionato, perennemente in bilico tra autoassoluzione e colpa. La narrazione insiste sulla sua percezione soggettiva di Mozart, trasformando i momenti musicali più celebri in strumenti di frustrazione e fascinazione, piuttosto che di pura ammirazione estetica. Il risultato è una tensione costante: ogni aria, ogni frammento di sinfonia diventa un monito, un simbolo della distanza insormontabile tra il desiderio di grandezza e la realtà della propria mediocrità percepita.

La serie, in questo senso, non racconta più una storia di musica e genio isolata nel tempo, ma un dramma universale sulla rivalità, sull’ossessione e sulla vanità degli uomini, che assume un significato nuovo in un’epoca – quella attuale – ossessionata dal riconoscimento immediato e dall’elogio mediatico.

Mozart attraverso gli occhi di Salieri

A differenza del film del 1984, la serie TV Amadeus la figura di Wolfgang Mozart perde la centralità tradizionale di soggetto della narrazione e diventa, al contrario, l’oggetto della percezione di Salieri, un prisma attraverso cui si riflette la gelosia, la paura e la fascinazione del protagonista. La serie evita qualsiasi tentativo di rappresentazione neutralmente celebrativa del compositore, concentrandosi invece su come le sue azioni, la sua creatività travolgente e la sua stessa presenza sconvolgano non solo la sua stessa vita, ma anche quella di chi gli sta accanto, soprattutto di Salieri.

Ogni gesto di Mozart, ogni composizione, ogni eccesso di personalità diventa quindi un elemento carico di significato simbolico che va oltre la musica e diventa strumento narrativo e psicologico, capace di esacerbare i conflitti interiori del grande compositore. In questa prospettiva, Mozart si trasforma in una sorta di mito vivente, la cui essenza è percepita in modo filtrato, deformato e amplificato dalla mente ossessionata del suo antagonista, un meccanismo che rende la serie molto più vicina a un dramma morale e psicologico che a una semplice biografia storica.

Questa scelta narrativa consente inoltre di esplorare la tensione tra realtà e percezione: Mozart appare talvolta irraggiungibile, perfino sovrumano, ma altre volte vulnerabile, infantile o ridicolo agli occhi di Salieri, riflettendo così le oscillazioni emotive del compositore di corte.

Le opere “rock”

La musica, naturalmente, è al centro di questa costruzione narrativa. I compositori contemporanei della serie hanno scelto di reinterpretare le opere di Mozart in modo da enfatizzare il loro impatto soggettivo: non più semplici composizioni classiche, ma strumenti emotivi attraverso cui Salieri misura la propria inadeguatezza e ossessione.

Le arie più celebri, i concerti per pianoforte – o meglio, fortepiano – e le sinfonie, non sono mai neutri o celebrativi, ma sottolineano le fratture interiori e l’ossessione morale del narratore. La colonna sonora diventa così un ponte tra realtà storica e percezione soggettiva: ogni nota, ogni pausa e ogni dissonanza serve a trasmettere l’impatto di Mozart come presenza quasi sovrumana e inarrivabile, trasformando la musica in uno specchio dei conflitti interiori di Salieri.

La musica stessa diventa strumento di questo sguardo soggettivo: le sinfonie e le arie più celebri non vengono mai rappresentate come pura gloria estetica, ma come provocazione o tormento, amplificando il senso di inferiorità, la frustrazione e l’ossessione di Salieri. In tal senso, la serie introduce una dimensione metaforica potente: Mozart non è solo un genio, ma il rappresentante stesso della perfezione inarrivabile, dell’arte che trascende l’umano e che mette a nudo le debolezze e le paure di chi tenta di contenerla.

Collegando il mito personale di Mozart all’esperienza interiore di Salieri, la serie TV prepara naturalmente il terreno per una riflessione sull’estetica e la costruzione del mondo di Vienna, dove ambientazione, regia e musica diventano strumenti per rendere visibile il conflitto interiore e il simbolismo della narrazione.

Vienna tra toni accesi e tinte pastello

In Amadeus, la città di Vienna non è semplicemente uno sfondo scenografico, ma un vero e proprio “personaggio” della narrazione, plasmato attraverso la percezione soggettiva di Salieri e le tensioni emotive che egli prova nei confronti di Mozart. La regia di Joe Barton e la direzione della fotografia lavorano in maniera sinergica per restituire un ambiente che, pur rigoroso e storico, sembra respirare e reagire alle emozioni dei protagonisti.

Le strade illuminate dalle candele, i palazzi imperiali e le sale da concerto non sono mai elementi neutri: diventano strumenti attraverso cui lo spettatore percepisce il senso di oppressione, di superiorità e di inaccessibilità del mondo che Salieri osserva. Ogni angolo della città sembra amplificare la tensione psicologica del protagonista, rendendo Vienna un teatro dove l’ossessione e la frustrazione trovano una manifestazione concreta e visibile, in un continuo dialogo tra spazio e narrazione.

L’insieme di regia, fotografia, scenografia e musica non solo ricostruisce un’epoca storica, ma la trasforma in un palcoscenico delle ossessioni, dove ogni elemento visivo e sonoro serve a far percepire al pubblico il peso psicologico e simbolico della narrazione.

Politically correct, rock e sesso gratuito: le forzature della serie

Se Amadeus brilla per la centralità psicologica di Salieri e per l’intensità del suo conflitto interiore, allo stesso tempo la serie inciampa in alcune scelte che appaiono forzatamente contemporanee, con il pretesto di aggiornare la storia a uno standard di politically correct moderno. La serie, pur con ambizione visiva e attoriale, finisce per trasformare il suo contesto storico in un terreno artificiale, modellato più sul linguaggio e le sensibilità della cultura woke che sulla realtà della Vienna del Settecento.

È stucchevole, dopo pochi episodi, dover assistere a ogni interazione filtrata attraverso un desiderio di inclusività a tutti i costi, forzando personaggi e vicende per adattarle a canoni contemporanei. La logica, perfetta per un manuale di attualizzazione culturale, qui diventa semplicemente anacronistica: nel Settecento, il razzismo era un dato di fatto, le persone di colore, non avevano spazio a corte, e provare a stravolgere questa realtà per apparire “politically correct” non rende la storia più interessante ma la rende artificiosa.

Uno degli esempi più evidenti riguarda la rappresentazione di Lorenzo Da Ponte, storico librettista di Mozart, italiano, che nella serie è interpretato da un attore di colore. L’idea di diversità etnica nella corte di Vienna del XVIII secolo, così come viene proposta, appare in realtà altamente improbabile, se non storicamente inattendibile: la scelta diventa quindi un espediente narrativo per adeguarsi a canoni moderni di inclusività, ma perde di credibilità storica e rischia di apparire come un atto simbolico più che narrativo.

Ma la forzatura non si limita qui: il personaggio che svolge il ruolo di “Giuda”, cioè colui che si presta a uno degli intrighi di Salieri contro Mozart, è anch’esso di colore e, come se non bastasse, diventa l’amante della moglie di Mozart, donna viennese doc.

Mozart, il “Prince” del Settecento?

Le scelte estetiche non aiutano a mitigare questa impressione. L’ingresso di Mozart a corte ricorda più una popstar anni ’80, evocando più un Prince in Purple Rain, che un musicista settecentesco: abiti viola sgargianti – colore che a teatro è bandito e mai usato dagli artisti – parrucche con ciuffi alla roccabilly e gestualità esagerata, tentano di evocare la ribellione e l’anima “rock” del compositore, ma finiscono per apparire patetici e caricaturali, completamente in dissonanza con il contesto storico. Anche la gestione degli eccessi erotici è problematica: almeno un paio di scene superflue vanno oltre l’erotismo, non aggiungendo nulla alla comprensione dei personaggi o della storia. Gli eccessi dell’aristocrazia, tema potenzialmente affascinante, sarebbero stati rappresentati in modo più efficace con sottigliezza e linguaggio coerente con la produzione, evitando il senso di gratuità che permea queste sequenze.

A rendere tutto ancora più incongruente, la scelta di Will Sharpe quale interprete di Mozart, pur eccellente come attore, stride con le sue fattezze asiatiche: non è una questione di purismo, ma di coerenza storica, e quando si toccano personaggi reali e un’epoca ben definita, ci sono limiti oltre i quali la libertà creativa rischia di compromettere la credibilità della storia.

Una serie che convince a fatica

L’accumulo di queste funzioni narrative appare più un esercizio di politically correct esasperato che un tentativo autentico di raccontare il Settecento con sensibilità moderna, creando momenti in cui lo spettatore fatica a prendere sul serio le dinamiche interpersonali.

Ma siamo sicuri che rimuovere gli elementi razzisti e discriminatori dell’epoca sia un modo giusto per veicolare in maniera efficace il messaggio che il mondo debba essere uniformato al pensiero di uguaglianza? Forse l’ispirazione è arrivata dalla nuova proposta di una Biancaneve di colore, ma, in questo caso, non era forse il caso di riflettere un po’ di più sul contesto globale della storia in sé?

Se raccontare la storia di Mozart e Salieri è uno dei tanti modi per trasferire cultura e conoscenza, certi falsi storici sono un negazionismo forzato, perché eliminare il razzismo dal Settecento è come eliminare l’antisemitismo dal Novecento. Non è negando ciò che è stato – o ciò che è – che si promuove l’assoluta giustezza della cultura dell’inclusione.

In definitiva, Amadeus è una produzione che, nella sua ambizione, inciampa proprio dove la modernità e la revisione storica diventano eccessive. Ha elementi di interesse – regia, ritmo e molte scene ben costruite – ma perde credibilità e coerenza, trasformando la storia in un esperimento che stanca e talvolta irrita.

Mentre la serie riesce a raccontare con efficacia un Salieri ossessivo e tormentato, il contorno narrativo e visivo – politically correct esasperato, estetica rock forzata e sesso gratuito – finisce per creare un contrasto evidente, spostando l’attenzione dal cuore del dramma e trasformando alcune scene in eccessi difficili da digerire.

Il giudizio finale è un chiaro “NI”: la serie stimola il dibattito e può intrattenere, ma rischia di essere percepita più come un esercizio di stile e aggiornamento culturale forzato che come un racconto convincente di un’epoca, dei suoi personaggi e delle sue dinamiche.

Video Trailer ufficiale SKy serie TV “Amadeus”

Amadeus – serie TV Sky Now

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Tina Rossi
Tina Rossi
(a.k.a. Fulvia Andreatta) Editrice. Una, nessuna e centomila, il suo motto è “è meglio fingersi acrobati, che sentirsi dei nani” Dice di sé:” Per attimi rimango sospeso nel vuoto,giuro qualche volta mi sento perduto, io mi fido solo del mio strano istinto, non mi ha mai tradito, non mi sento vinto, volo sul trapezio rischiando ogni giorno, eroe per un minuto e poi...bestia ritorno...poi ancora sul trapezio ad inventare un amore magari...è solo invenzione, per non lasciarsi morire...”
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