Il bambino senza biglietto olimpico e l’autista sceriffo non sono l’unico grande scandalo a Cortina

Che il mondo fosse pieno di sceriffi, e di imbecilli, lo avevamo già capito durante la pandemia da Covid-19. Ma quando non c’è una parte “giusta” per cui schierarsi, certi comportamenti da sceriffo “Bovino” risultano ancora più incomprensibili. Sì, perché abbiamo già imparato, e purtroppo passivamente accettato, che nel mondo attuale c’è spazio unicamente per il bianco o per il nero e che non esistono più sfumature. Ed abbiamo ben capito anche che nessuno vuole più ascoltare le ragioni della parte contrapposta, né provare per qualche istante a mettersi nei panni degli altri. Oggi come oggi, o si sta da una parte o dall’altra.

Ma è quando non c’è una fazione da tifare, che si resta ancora più stupiti di fronte a certi comportamenti.

E allora la domanda che sorge spontanea è uguale per tutti: perché sempre più spesso si smette di essere “umani”? Sì, perché si smette di essere “esseri pensanti” capaci di empatia e, soprattutto, capaci di previdenza, prudenza e buon giudizio?

Ma dov’è finito il “buon senso”?

Come può un adulto – giudicato in grado e quindi autorizzato a guidare una corriera – la chiamo così, come si faceva quando un simile fatto non avrebbe potuto essere ipotizzato neppure nella mente di Mark Twain – non rendersi conto di cosa comporta negare a un ragazzino di undici anni la possibilità di salire sul mezzo che lo deve riportare a casa? Oltretutto in un contesto extraurbano che fa facilmente comprendere, a chiunque, che “casa” non dista solo un paio di isolati?

Come si fa, nell’era delle tecnologie e della facilità di comunicazione, a non chiedere al bambino il numero di telefono dei genitori anche solo per assolvere al proprio dovere di inflessibile controllore?

Dissociarsi sempre e comunque

Ma soprattutto, come si fa ad essere ipocriti come i vertici dell’azienda di trasporti che si è affrettata a sospendere l’autista, reo solo di stupidità?

“Sospeso”? E perché mai?

A fronte di quale negligenza professionale? Infatti, da questo punto di vista, se l’autista è chiamato a controllare i biglietti per garantire il servizio di trasporto, nel negare il servizio al bambino ha fatto solamente il proprio dovere, nel rispetto delle direttive aziendali.

Per amor di verità, il bambino, però, era provvisto di biglietto, ma al costo di 2,50 euro, tariffa in vigore fino a una settimana fa, prima che l’azienda introducesse una tariffa “speciale Olimpiadi Invernali” che, per la stessa tratta e per lo stesso servizio, ha subito una maggiorazione del 300%, portando il prezzo del biglietto alla modica cifra di 10 euro, ma di questo ne parleremo tra poco.

Biglietto si, biglietto no e biglietto “ni”

Volendo essere puntigliosi, per il controllore, la questione – dal punto di vista pratico – è assai semplice: biglietto sì o biglietto no. Non esiste biglietto “ni”: e per alcuna ragione.

Non esiste il “ni” né per anziani, bambini, donne incinte (o altri che si identificano come incinti), disabili, extracomunitari, poveri né per chiunque altro, salvo le riconosciute e legittime esenzioni. Dal punto strettamente legale, il tagliando deve essere valido per il tragitto per il quale si intende utilizzarlo. Insomma, sospendere l’autista è tecnicamente (contrattualmente) sbagliato.

Ciò premesso, quello che è mancato al conducente è la razionalità (il vecchio buon senso) che permette di interpretare le differenti situazioni, fare quindi le giuste distinzioni ed agire di conseguenza, pur rimanendo nella assoluta legalità. Pertanto, nessuna giustificazione per l’operato dissennato del conducente, ma vi prego: “calma e sangue freddo” nello sparare sull’autista, sentenze e condanne: perché solo la magistratura potrà verificare se sussistono gli elementi per configurare un qualche reato, quali l’abbandono di minore o la mancata tutela, così come da qualcuno già ipotizzato.

Fiaccole e forconi

Ma oggi serve il Mostro. Il popolo dei media e dei social media, sempre assetato di sangue fresco, cerca continuamente nuovi sacrifici da offrire allo spietato dio del web. E quindi, così come già capitato in tante altre occasioni, al popolo che protesta con forconi e fiaccole fuori dal castello del Vassallo, va data soddisfazione dipingendo il nuovo mostro da perseguitare.

Ed ai giornalisti non pare vero… del resto non aspettano altro. Così una persona che, molto probabilmente, ha l’unica colpa di aver agito da ottusa e anaffettiva, diventa il capro espiatorio per un volgo inferocito da nutrire con talk show e approfondimenti che ingrassano le tasche di pseudo psicologi, opinionisti e tuttologi.

E ciò benché tale “mostro” sia stato giudicato dalla comunità stessa in grado di gestire sulle strade pubbliche una corriera, che può essere considerata a tutti gli effetti un’arma.

Dove finisce la responsabilità oggettiva e dove inizia quella morale?

Per amore di verità e di oggettività va detto che la mancanza di empatia, di visione prospettica, di previdenza, di prudenza o, più in sintesi, del vecchio e sempre valido “buon senso”, di per sé non costituisce reato. Tanto che, alla fine della storia, è probabile che all’autista si potrà solo rimproverare ottusità, mancanza di empatia e nulla di più.

Perché fatti salvi accordi contrattuali speciali (tipo servizio di scuolabus), poco probabili nel contesto specifico, le aziende di trasporto pubblico forniscono – per l’appunto – un servizio di trasporto, e non di custodia. Le aziende hanno obblighi e standard di sicurezza relativamente a mezzi e personale, mentre gli autisti hanno il dovere di guidare in sicurezza e, in determinati casi, di controllare il biglietto, ma né le aziende né gli autisti sono mai legalmente responsabili della vigilanza e tutela del minore oltre i limiti previsti dal servizio di trasporto reso.

Ciò detto, in un mondo normale, quello di quando ero bambina io, il tutto si sarebbe risolto con un semplice monito dell’autista con fare paternalistico: “ricorda a mamma e papà che il biglietto è aumentato, altrimenti domani dovrò lasciarti a casa” – a casa, non per strada.

Già, perchè tutto nasce proprio solo ed esclusivamente dal costo del biglietto non dalla mancanza di possesso del titolo di viaggio.

Benvenuti alle Olimpiadi invernali di Cortina

Nelle pieghe della storia, che sembra uscita dalla penna di De Amicis, ciò che è sfuggito a molti, è l’aumento del costo del servizio. Aumento per il quale La Linea Spa, che effettua tale tratta, e la DolomitiBus, titolare del contratto di servizio principale, di concerto con le istituzioni locali e regionali, hanno deciso di incrementare del 300%, dal 23 gennaio al 17 marzo 2026. Ufficialmente, la scelta parrebbe essere ecologica e sostenibile, poichè nata con l’intento di rilanciare il turismo e scoraggiare l’uso delle auto sulla statale. Tutto bello, se non fosse che a farne le spese sono i residenti e che le vere ragioni non si fermano a uno scopo nobile e “sostenibile”.

Infatti, come ha dichiarato il presidente Roberto Padrin, presidente della Provincia di Belluno, il prezzo “è stato condiviso da tutti i soggetti dell’ente di governo in quanto necessario a coprire anche le spese per alloggi del personale dedicato, vista la necessità di ricorrere massicciamente al subaffidamento del servizio per garantire il normale Trasporto pubblico locale nel resto del territorio provinciale. I pendolari possono però utilizzare normalmente l’abbonamento già sottoscritto, senza alcuna maggiorazione. E sono stati previsti, per andare incontro alle esigenze dei residenti, abbonamenti olimpici gratuiti e biglietti omaggio” (fonte Il Resto del Carlino).

Peccato che solo chi ha l’abbonamento continua a viaggiare al prezzo normale, perchè chi invece viaggia con un biglietto singolo, pur residente, è obbligato a pagare la maggiorazione. E’ qui che nasce la polemica e si crea il paradosso, ma ci arriveremo tra poco.

E io pago!!!

Dunque, gli utenti dei trasporti pubblici parteciperebbero alla copertura di spese di mantenimento di personale addetto, spese che dovrebbero invece essere a carico dell’organizzazione e che, facendo due conti della serva, rientrerebbero abbondantemente nel costo del biglietto d’accesso agli eventi delle Olimpiadi Invernali. Costo che parte da non meno di 200 euro per arrivare oltre i 2500 euro (fonte Milano Cortina 2026), a cui si aggiungono i costi di vitto e albergo che, per l’occasione, non saranno certo economici. E, non meno importante, andrebbe considerato che, chi si può permettere certe cifre per divertimento, difficilmente utilizza la corriera…

Ma il lato scandaloso e che fa insorgere dissensi e proteste tra i cittadini è che questa decisione danneggia i residenti, pendolari e studenti, che devono subire il rincaro che, di per sé crea un paradosso, come dichiara in una nota Alessandro Del Bianco, consigliere regionale: “Nel dossier olimpico, uno dei principali lasciti promessi per la provincia di Belluno era un forte e duraturo potenziamento del trasporto pubblico locale, in particolare a favore dei giovani e dei residenti. Oggi ci troviamo di fronte a un paradosso evidente: mentre si celebrano le Olimpiadi come occasione di rilancio, sulle stesse tratte che prima costavano 2,50 euro, oggi si chiede ai cittadini di pagare 10 euro. Un risultato che non solo è lontano dagli obiettivi dichiarati, ma ne rappresenta l’esatto contrario” (fonte Il Resto del Carlino).

È possibile che si configuri una pratica commerciale scorretta? (giro questa ipotesi agli amici della Agcm o Assoutenti)

Vero è che il costo del biglietto prevede corse illimitate per tutta la giornata, ma questa opzione, non poteva essere trattata separatamente e inserita in un pacchetto turistico legato strettamente a chi veniva come spettatore?

La protesta dei residenti

Non stiamo parlando di servizi privati come alberghi o ristoranti, che possono imporre regole del tipo “se vuoi dormire o mangiare a Cortina per le Olimpiadi invernali, devi pagare di più” – che, pur se eticamente discutibili, non costituiscono reato.

Qui parliamo di servizi essenziali appaltati dal pubblico a privati con contratti di servizio che dovrebbero conservare le medesime caratteristiche dei servizi pubblici: obblighi di continuità, standard di qualità, tariffe regolamentate e responsabilità verso l’interesse generale.

Non si tratta semplicemente di servizi aperti al pubblico, gestiti da imprenditori privati che devono rispettare le norme imperative su salute, sicurezza e prevenzione delle discriminazioni: parliamo di servizi di pubblica utilità, affidati a soggetti privati ma con gli stessi vincoli che avrebbero se gestiti direttamente da enti pubblici. E parliamo di persone che utilizzerebbero la linea per raggiungere il posto di lavoro, una visita medica o per esigenze famigliari e che in nessun modo possono essere coinvolte nel partecipare alle spese di potenziamento del servizio dovute a un evento ludico che di per sè è già una imponente macchina per fare cassa.

A tal proposito, e solo dopo le numerose proteste, parrebbe che la Regione abbia deciso di istituire un fondo di 10mila euro a sostegno economico diretto per i residenti che, dal 23 gennaio al 17 marzo 2026, usufruiranno della linea 30 potenziata Calalzo–Cortina, su cui è stata temporaneamente sospesa la tariffazione chilometrica. Ma ogni utente potrà richiedere il rimborso per un massimo di 5 biglietti e il contributo sarà erogato solo fino a esaurimento del fondo, in ordine cronologico di richiesta (Fonte Il Dolomiti). Dunque una opportunità che non è certa per tutti, che è limitata a un numero preciso di corse e di utenti e che si basa su un budget notevolmente magro.

Il valore della caritas cristiana

In fondo, questa vicenda non parla solo di un autista sprovveduto o di un aumento del biglietto: ci mette davanti, in modo crudo, al modo in cui la nostra società interagisce — o, più spesso, non interagisce più. E soprattutto ci obbliga a riflettere su quanto poco, nella frenesia moderna, ci fermiamo a considerare le conseguenze delle nostre azioni.

Perché per un bambino di undici anni, quell’autobus non è un semplice mezzo, ma il collegamento con la casa, con gli affetti e soprattutto con la sicurezza. Eppure, in nome di regole applicate, forse, correttamente, ma di sicuro ottusamente, di aumenti ingiustificati e di speculazioni varie, e di protocolli di servizio ciechi, si finisce troppo spesso per dimenticare l’essenziale: che l’utilizzo di empatia e di buon senso salva più vite e più dignità di mille regolamenti applicati pedissequamente.

Se davvero vogliamo considerare il nostro un mondo civile, dobbiamo ricordarci che determinati servizi come il trasporto pubblico non sono solo attività tecniche da gestire in punta di regolamento, ma sono un ponte tra persone, e che dietro ogni biglietto c’è un volto e una storia, che al di là della corretta applicazione di divieti ed ammende, merita attenzione e tutela specifica.

Se ghe dà un cappell, anca on asen el vegna general (se gli dai un cappello, anche un asino diventa un generale)

Non ci piace questo mondo di sceriffi, tanto meno se sono solo dei “bulli” capaci di fare i duri solo con i più deboli.

Non ci piace questo mondo di sceriffi che ti rimproverano perché pascoli il cane di 1,8 kg al parco senza guinzaglio o ti chiedono di mostrare che hai con te un numero sufficiente di sacchetti per le deiezioni – perché è giusto, queste sono le regole – mentre al contempo ignorano bellamente alcuni “sfortunati” che si lavano nudi e crudi alle pubbliche fontane e spesso di fronte alle aree giochi dei bambini.

E non ci piace un mondo nel quale i servizi sociali si voltano dall’altra parte quando è complicato – o pericoloso – farsi valere, come nei campi ROM o presso le famiglie di criminali che portano a costituirsi bambini di 12 anni reo confessi di omicidi casualmente correlati con le attività criminali della famiglia. Non ci piace un mondo nel quale gli addetti e i controllori delle aziende di trasporto locale si voltano dall’altra parte quando a scavalcare i tornelli della metro o a non timbrare il biglietto sul bus sono un certo tipo di utenti…

Noi vorremmo tornare a quel mondo in cui il buon senso e la tolleranza venivano ancor prima del rispetto delle regole, quel mondo nel quale un po’ di banale e semplice buonsenso sarebbe bastato a non abbandonare un bambino al freddo e al buio di una strada extraurbana.

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Immagine di copertina generata con IA chatgpt

Tina Rossi
Tina Rossi
(a.k.a. Fulvia Andreatta) Editrice. Una, nessuna e centomila, il suo motto è “è meglio fingersi acrobati, che sentirsi dei nani” Dice di sé:” Per attimi rimango sospeso nel vuoto,giuro qualche volta mi sento perduto, io mi fido solo del mio strano istinto, non mi ha mai tradito, non mi sento vinto, volo sul trapezio rischiando ogni giorno, eroe per un minuto e poi...bestia ritorno...poi ancora sul trapezio ad inventare un amore magari...è solo invenzione, per non lasciarsi morire...”
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