Il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica è stato il nostalgico ricordo di un’Italia “che fu” più che di un’Italia “che è” Editoriale di Tina Rossi
Diciamolo fuori dai denti: più che un discorso di fine anno, quello del nostro Presidente della Repubblica è sembrato un noioso intervento accademico sulla storia del Novecento.
Se l’intento era di celebrare gli ottant’anni dalla nascita della nostra Costituzione, il risultato è stato piuttosto una malinconica constatazione di un tempo che si è allontanato irreversibilmente, cosa che ha generato negli astanti – almeno in quelli rimasti svegli – un comune sentimento di inconsapevole tristezza.
Che il discorso di fine anno, così come accade ogni anno ed in ogni nazione, generasse discussione e confronto non sorprende particolarmente, così come non sorprendono le critiche e le perplessità sollevate un po’ ovunque, e non soltanto nei bar o nei pochi salotti sopravvissuti alla progressiva perdita della capacità di comunicare dell’era moderna.
Infatti, al di là delle dichiarazioni di circostanza della politica – che purtroppo non può permettersi di “sfiorare” neppure con il pensiero il Presidente – sono diverse le “penne autorevoli” (ma forse dovrei iniziare a scrivere “tastiere autorevoli”) che hanno espresso non poche perplessità sui contenuti del discorso e, soprattutto, hanno sottolineato l’assoluta mancanza di empatia dell’intervento nel suo complesso, perché il discorso del Presidente è apparso a tutti più simile alla “lezione” di un malinconico anziano professore che all’accorato messaggio di fine anno di un Presidente alla propria Nazione. Tanto più allorquando volessimo collocarlo nell’attuale contesto storico, decisamente delicato.
L’insostenibile leggerezza dell’Essere
Premetto subito che non è la forma ma la sostanza ad aver suscitato la mia attenzione ed è su questo – la sostanza del discorso – che concentrerò le mie riflessioni ma, visto che anche l’occhio vuole la sua parte – e, a quanto pare, è la parte che più conta in una società dell’apparenza – facciamo pure qualche considerazione anche sulla performance attoriale di Sergio Mattarella, per poi parlare di cose più serie.
Concediamogli l’attenuante dell’età – che inevitabilmente inizia ad essere un fattore – e dei tanti impegni di non poco conto che è chiamato a svolgere, ma Mattarella è apparso decisamente stanco, oserei dire provato: spento. Ci ha parlato mantenendo una postura rigida, anche perché costretto in un abito dal taglio talmente infelice da sembrare di compensato e dal colore, un bellissimo grigio scuro che però, su un anziano pallido ed emaciato, diventa inevitabilmente un colore “da vecchio”. E, come sempre ha fatto, ha scelto di stare in piedi: una postura che evidentemente negli anni nessuno gli ha fatto notare come difficilmente riesca a comunicare apertura e vicinanza. Così come il fatto stesso di stare in piedi o di entrare nella stanza verso la telecamera, come fece in passato, lo ha inevitabilmente inserito in un contesto ambientale – quello del Quirinale – estremamente formale e quindi poco “vicino” agli italiani.
La forza della comunicazione
Infatti, il Presidente che parla alla Nazione a fine anno non dovrebbe essere soltanto il Presidente “formale ed autorevole”, ma, al contrario, dovrebbe incarnare la guida di questa nostra Italia: dovrebbe essere la figura rassicurante del saggio che vigila sulla Nazione e che, in un certo senso, ci protegge con la sua assennata pacatezza. È il nonno che entra nelle nostre case per gli auguri di buon anno, e ci racconta – con voce ferma ma morbida – che cosa lo inorgoglisce e cosa lo preoccupa. Invece, anche quest’anno ha scelto di procedere lungo la medesima direzione imboccata dai suoi predecessori degli ultimi due decenni, sempre più cristallizzata in un crescendo di distaccato formalismo.
Un percorso che ha visto il passaggio dalle sedute comode e rassicuranti dei salottini scelti da Sandro Pertini, alle posture aperte e protese in avanti di Francesco Cossiga e Oscar Luigi Scalfaro, alle posizioni rigide dietro le grandi scrivanie del Quirinale, con fondali carichi di bandiere tanto maestose quanto, ormai, insignificanti, scelte – anno dopo anno – da Ciampi, Napolitano e, ancora una volta, anche da Mattarella.
Auguri, buon 2026
Tutto molto istituzionale, ma terribilmente freddo, in uno speciale televisivo entrato nelle nostre case con inquadrature troppo studiate, che più che trasferire la forza del contenuto tradivano l’imbarazzo della forma. Non è quindi passato molto tempo prima che, tra una considerazione sulla figura quasi cartonata e una critica all’espressione vocale monotona della lettura (auguri finali compresi), prendesse piede la battuta sulla perfetta corrispondenza tra la postura ingessata e il colore dell’abito.
Certamente non hanno aiutato i cambi forzati di inquadratura, frutto di una regia alla ricerca disperata di un modo per dimostrare che c’è ancora vita da quelle parti, che però si sono costantemente scontrati con la rigidità torsionale del saggio Presidente che, spaurito, è risultato più concentrato nella faticosa ricerca della lucina rossa – “ora guardo la uno, la due o la tre?” – che sul significato di ciò che stava, ahi noi, leggendo.
Proprio lui, che potrà anche essere criticato, ma certamente non sulle sue indubbie qualità oratorie.
E così si è consumato un vero disastro comunicativo.
In passato altri Presidenti scelsero di parlare con fare istituzionale e compassato, ma quello di Mattarella è stato un intervento fuori dal “tempo storico” (non siamo più negli anni Settanta mio caro Mattarella) tanto da apparire come un vero e proprio suicidio comunicativo. La nostra è una società in cui ognuno è insieme autore, regista, attore e spettatore del proprio racconto; una società nella quale soltanto le immagini e la forza simbolica della narrazione riescono davvero a raggiungere l’auditorio.
Diversamente, tra dettagli poco instagrammabili e del tutto inadatti alla sensibilità felliniana del terzo millennio – persa nella sovrapposizione totale tra realtà e rappresentazione – il contenuto del discorso del Presidente è passato inosservato a un web scatenato, popolato da commenti sarcastici, facile ironia e giudizi tanto numerosi quanto superficiali, come del resto sempre più spesso accade.
Ma, al di là della misera figura e della triste messa in scena di questo antico rito pagano, sono state le parole pronunciate a far correre un brivido lungo la mia schiena.
Cronaca di una morte annunciata
Il discorso del Presidente più che un augurio di speranza per il nuovo anno, è sembrato un necrologio – forse il meno adatto – per la morte della nostra cara Costituzione. Una cerimonia da camera ardente con protagonista la nobile pergamena, da tempo mal custodita e poco tutelata, ormai ingiallita, con i bordi sbriciolati e l’inchiostro sbiadito, tanto che alcune parole, e persino qualche frase, non si leggono più.
Una commemorazione prematura di una vecchia signora che è ancora in vita, sebbene agonizzante, e che avrebbe ancora tanto da insegnare alle nuove generazioni, se solo si fermassero ad ascoltarne i sussurri e i respiri del cuore.
Un cuore segnato dalla sofferenza per quel passato che l’ha scritta, per il presente che la calpesta e per un futuro che rischia di non avere. Perché questa vecchia Signora Pergamena, tanto cara a chi l’ha voluta e difesa, oggi è nelle mani di esperti illusionisti che, mentre ci distraggono con una “cantata” venerazione sacrale, come se fosse stata scolpita nella pietra da Dio stesso, nella realtà la ignorano sempre più spesso o cercano di interpretarla in modo distante dalla moralità e dagli intenti sublimi con cui fu pensata e investita di valore, in quel lontano 1946.
La Costituzione non si cambia… tanto basta distrarre i polli
Il fante di fiori perde, la regina vince. Il fante di picche perde, la regina vince. Dov’è la regina? Fate il vostro gioco. Signori fate il vostro gioco…
Eppure, si erano messi in 556 a cucire addosso agli italiani una sorta di corazza immunizzante contro qualsiasi attacco: un patto solenne nato dalle macerie di una società dilaniata dalla dittatura che aveva una unica e sola certezza: la consapevolezza di ciò che non sarebbe mai più dovuto accadere. Il discorso del Presidente ci ha ricordato come i Padri costituenti discutessero al mattino e scrivessero nel pomeriggio, e come da quei confronti siano nati i principi destinati a diventare “i fondamentali” della libertà degli italiani, in una sorta di “tavola dei comandamenti” ispirata ai più sacri diritti umani, cancellati per più di vent’anni dal regime fascista.
Eppure, mentre Mattarella snocciolava i vari punti del suo intervento, ripercorrendo per sommi capi la storia della nostra Repubblica, penso – e spero – di non essere stata l’unica a tracciare un parallelo inevitabile tra gli elogi rivolti al nostro ordinamento e lo stato reale del Paese oggi. Più il discorso avanzava, più nella mia testa le parole si dissociavano dai fatti, fino a farmi sentire non più spettatrice, ma attrice di un film dai contorni orwelliani: un racconto in cui tutti applaudono a una presunta nuova conquista mentre vivono una spaventosa regressione economica, culturale e sociale, che ci sta trascinando verso il fondovalle come una palla di neve divenuta valanga.
Disarmare le parole
Mattarella ci ha parlato di pace e di speranza, citando anche il primo discorso di Papa Leone XIV e ricordando come “l’Italia sia un attore di grande rilievo sulla scena internazionale, anche grazie al contributo che i nostri militari hanno dato e continuano a dare alla costruzione della sicurezza e della pace”, con l’intento di consolidare un’immagine di un’Italia che “ripudia la guerra“, ma che nella realtà la finanzia e sogna il riarmo.
Rievocando ancora le parole del Papa, ha sottolineato “la necessità di disarmare le parole. Raccogliamo questo invito. Se ogni circostanza diviene pretesto per violenti scontri verbali, per accuse reciproche, di cui non conta il fondamento ma soltanto la forza polemica, non si esprime una mentalità di pace, non se ne costruiscono le basi”.
Mi auguro, però, che questo sia stato anche un sibillino ma chiaro monito per la classe politica che siede alle Camere, perché ormai è prassi che il confronto tra governo e opposizioni sia sempre più simile ai salotti della De Filippi per povertà di linguaggio, toni ed eccessi.
E parlando di pace, è inevitabile parlare anche di libertà: anche qui emergono grossolane incongruenze con l’Italia che viviamo oggi.
“La nostra vera forza, la coesione sociale nella libertà e democrazia, ci ha consentito di fare dell’Italia il grande Paese che è oggi. Le legittime dialettiche tra le varie posizioni hanno contribuito a concrete realizzazioni che hanno cambiato in meglio la vita delle persone. Diritti e doveri sono diventati progressivamente fatti e non sono rimasti astratte affermazioni”.
Il Presidente parla di “legittime dialettiche” e di “diritti e doveri diventati progressivamente fatti” di quell’Italia orgogliosa della propria Costituzione che “garantisce a tutti il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”, ma che poi censura – banna – il pensiero di chi si oppone ai vaccini Covid. Quell’Italia costituzionale che proclama che “la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”, ma che di fatto non consente a un giornalista di esprimere un’opinione contraria alla cultura dominante (sì, mi riferisco ancora una volta alla cultura woke), sottraendogli la “tastiera” e allontanandolo immediatamente dalla propria scrivania.
L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro
Il discorso ha toccato anche lo Statuto dei lavoratori, riconoscendone “il valore come strumento che sancisce diritti, dignità e libertà sindacale: valori che richiamano al pieno rispetto dell’irrinunciabile sicurezza sul lavoro e all’equità delle retribuzioni”.
Si riferiva a quell’Italia costituzionale “fondata sul lavoro”, che riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e “ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa“, ma che poi fallisce nel promuovere le condizioni concrete affinché tale diritto diventi effettivo, incentivando la precarietà dei contratti, il tirocinio e l’apprendistato per i giovani, condizioni che sono ben lontane dall’essere sufficienti a garantire un’esistenza dignitosa e meno che mai libera. Una doppia ipocrisia pronunciare parole come “equità di retribuzioni, dignità e diritti” il 31 dicembre, proprio qualche ora dopo la sua firma sul decreto milleproroghe che ha messo fine al bonus giovani under 35, al bonus donne e al bonus Zes.
Giusto caro Presidente, invitare i giovani ad essere più coraggiosi!
Perché di coraggio dovrebbero averne tanto i giovani sottopagati per costruire una vita indipendente ed una propria famiglia e quindi non lo fanno, preferendo cazzeggiare il più a lungo possibile tra le comode mura “dei genitori 1 e 2”. Quell’Italia costituzionale in cui, se perdi il lavoro superati gli “anta”, non sei più buono né per il re né per la regina. Quell’Italia costituzionale in cui ogni cittadino ha il dovere di svolgere “secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”, ma che nella realtà, continua a penalizzare la meritocrazia e le inclinazioni individuali.
Ma uno dei passaggi più sorprendenti del discorso di fine anno è stato quando il Presidente ci ha ricordato alcune delle conquiste più importanti della storia della nostra Repubblica:
“l’istituzione del Servizio sanitario nazionale, che garantisce universalità e gratuità delle cure, rappresentando un’altra decisiva conquista dello Stato sociale, che pone al centro la dignità della persona e l’idea di una piena uguaglianza. Accanto ad esso il sistema previdenziale esteso a tutti. Condizioni da preservare di fronte ai cambiamenti di ogni tempo”.
Mattarella avrebbe infatti dovuto scegliere il giusto tempo verbale, usando l’imperfetto e non il presente, perché quell’Italia nominata dal Presidente – l’Italia che ha costruito un servizio sanitario universale e gratuito, l’Italia che ha esteso a tutti il sistema previdenziale come custode della dignità delle persone e promessa di uguaglianza – oggi appare come una eco lontana.
L’Italia attuale, diversamente, è uno Stato in cui il diritto all’assistenza sanitaria si diluisce perché praticato sempre più spesso in strutture fatiscenti e congestionate, con attese interminabili e malasanità. E’ uno Stato in cui gli ospedali dei piccoli centri chiudono, mentre il problema nelle grandi città è la mancanza di personale, sottopagato e bloccato fuori dalle università da una preparazione scolastica infame. È un Paese in cui le università si svuotano e gli specialisti di domani non trovano spazi adeguati di formazione. Un sistema che proclama uguaglianza e diritto alla salute, ma che, nei fatti, spinge sempre più verso la sanità privata, trasformando un diritto in privilegio.
Da qui in poi, il discorso è proseguito con un goffo e malriuscito elenco cronologico di avvenimenti che probabilmente sentiva di dover citare più per un obbligo di completezza istituzionale che per pertinenza.
E che dire della chiosa, quella parte del discorso che cagiona più impressione nella mente di chi ascolta?
“Desidero ricordarlo a tutti noi e rivolgermi, in particolare, ai più giovani. Qualcuno – che vi giudica senza conoscervi davvero – vi descrive come diffidenti, distaccati, arrabbiati: non rassegnatevi. Siate esigenti, coraggiosi. Scegliete il vostro futuro. Sentitevi responsabili, come la generazione che, ottanta anni fa, costruì l’Italia moderna.”
È certamente giusto, anzi doveroso, invitare i giovani di oggi, smarriti, delusi e spesso depressi, all’azione e al coraggio di “imprendere” il proprio futuro. Peccato però che, oggi, per intraprendere qualsiasi iniziativa ed avventurarsi in qualsiasi percorso professionale serve soprattutto una buona dose di follia.
E allora… stay foolish and happy new year, just like any other!
Leggi qui il testo integrale del discorso di fine anno del Presidente della Repubblica
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