Gruppo “Mia moglie” censurato: voglio scendere dalla giostra dei social

Il molto parlare e scrivere di questi ultimi giorni attorno al gruppo “Mia moglie” – e ad altri simili, che improvvisamente affiorano dal mare magnum del web o dai ghiacciai dell’indifferenza degli internauti – non ha altra ragione se non questa: la sessualità, e tutto il bene ed il male che l’accompagna, ricopre un ruolo centrale e ineludibile nella vita umana.

Fu Sigmund Freud a “far notare” ai suoi contemporanei – non senza suscitare grande scandalo nella società vittoriana, permeata da quei valori che oggi si definirebbero, in senso dispregiativo, “borghesi” — che, sin dalle primissime interazioni sociali, ovvero già nella primissima infanzia, il sesso non solo è un protagonista assoluto ma, spesso e volentieri, il motore stesso delle azioni e reazioni umane. Ma oggi (nonostante che a partire da quelle teorie si sia costruita una scienza medica evoluta e complessa che annovera diverse specializzazioni e nonostante il fatto che alcuni dei principi di base siano divenuti cultura popolare), quando siamo chiamati a ragionare attorno all’argomento sesso, non ce ne ricordiamo affatto o forse, più semplicemente, preferiamo evitare di ammetterlo, optando per un atteggiamento di rigido moralismo, e persino più sdegnato di quello che si sarebbe tenuto ai tempi della regina Vittoria.

Ma oggi, rispetto alla società del tempo di Freud, quel biasimo suona falso ed ipocrita proprio perché mancano quei (forse falsi) pudori e quelle regole del perbenismo che, sebbene spesso ipocriti, potrebbero essere letti oggi come forme di rispetto per la dignità e la privacy di ciascuno di noi. E suonano ipocriti e falsi perché questa corsa alla disapprovazione ed il biasimo sociale, rischia di nascondere la reale portata sociale, culturale ed antropologica di questo accadimento.

“I panni sporchi si lavano in Arno”

È oggettivo che la nostra società, così come accadeva ai tempi di Freud e pur non essendo “fin-de-siècle”, è immersa in un clima culturale profondamente decadente: segnato da una crisi dei valori, da nevrosi diffuse, da simbolismi e feticci etici “falsi e già logori”, e da tensioni sociali ormai tutt’altro che latenti. Sì, proprio come allora, siamo nel cuore di una nuova Belle Époque, un periodo socialmente molto dinamico, ma colmo di superficialità, di estetismo esasperato e di un’ambivalenza che attraversa ogni sfera del vivere, e siamo immersi in un Positivismo “pop”, ottenebrato dal culto del nuovo dio Tecnologia e da un atteggiamento dominante di intolleranza verso chiunque osi pensare in maniera differente.

Ad aggravare questo quadro storico-sociale, certamente non nuovo, c’è il fatto che negli ultimi anni viviamo un’omologazione intellettuale senza precedenti storici, che ha tante cause, tra le quali anche un desiderio di globalizzazione tanto inutile quanto dannoso, ma un solo ed unico drammatico effetto: l’omologazione da culturale sta diventando — e sempre più — un’omologazione intellettiva. Perché è ormai divenuto davvero difficile – e socialmente faticoso se non addirittura pericoloso — pensare in modo dissonante rispetto alla massa.

E purtroppo la ragione non è solamente il fatto che è sempre più facile, e decisamente più consolante, trovarsi d’accordo con il prossimo.

Ed è in questo contesto che andrebbe giudicata l’interpretazione “piana e monovalente”, che si è fatta di questo grave accadimento, una lettura ed interpretazione superficiale della gravità dei fatti che, alla fine, sta riducendo il fattaccio alla “giusta” persecuzione penale dei colpevoli ed alla relativa deprecazione sociale.

Una prospettiva questa decisamente troppo limitata e limitante e, soprattutto, fuorviante, per una corretta analisi di un evento tanto complesso.

Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra…

Che ci piaccia o no, che riguardi l’inconscio o che sia conscio e senziente, dobbiamo ammettere — prima ancora che ricordare — che gli istinti sessuali, e la volontà di dominio che da essi deriva, fanno parte dell’animale razionale che è l’essere umano: di quell’animale con il cervello più sviluppato e strutturato di tutti, capace di pensiero astratto e, proprio per questo, fragile, emotivo e spesso molto meno razionale di quanto ci si aspetti.

Tuttavia, ciò che più mi stupisce non è che si trascurino i molteplici fattori psicologici, morali, etici, fisici, antropologici e, soprattutto, sociologici che compongono questa vicenda tanto complessa quanto penosa. A colpirmi davvero è lo stupore di circostanza, o peggio, il finto stupore e l’indignazione di facciata, espressi con la consueta voce del politically correct, con cui la notizia è stata accolta e continua a rimbalzare nei salotti — ovviamente virtuali — della nostra società.

Come può sfuggire, a una lettura razionale, quanto questa vicenda tocchi da vicino la sfera personale di ciascuno di noi? E soprattutto: com’è possibile ignorarlo in una società ipersessualizzata, che ha sviluppato una vera e propria ossessione per l’apparire, per il corpo, per il sesso ed una dipendenza patologica dal consenso, non di chi ci è vicino, ma di perfetti sconosciuti di cui, in realtà, non ci importa nulla?

Sì, questo fatto riguarda tutti. E per molteplici ragioni.

Quando “Il Merlo maschio” diventa un leone da tastiera

Il caso italiano del gruppo “Mia Moglie” e di simili pagine Facebook/Telegram che condividono immagini più o meno private e/o intime con o senza il consenso degli interessati — e non certo solo in Italia — va letto nel contesto globale della violenza che permea tutte le società a livello mondiale e che si manifesta sempre più spesso nel digitale e nella – ormai irreversibile – perdita di qualsiasi tutela della nostra privacy.

Violenza che si celebra nelle arene digitali in giostre non meno violente di quelle medioevali, e che ci vede da protagonisti attivi, se non addirittura da sfidanti, ingaggiare duelli sanguinosi, con buona pace e soddisfazione del volgo e dei sovrani che le arene le costruiscono.

Ed anche quanto crediamo che le giostre divengano gioco, così come nell’accezione moderna del termine, il motore di queste giostre della “visibilità” restiamo noi, e soltanto noi. E siamo sempre noi a decidere di salire sulla giostra, di divertirci finché è divertente, per poi chiedere di scendere quando divertente non lo è più.

Peccato che dalla giostra dei Social non si possa scendere.

Non fraintendete: online abuse, revenge porn, deepfake, etc, non sono certamente fatti che non possano o non debbano essere combattuti a tutti i costi, ma non sono certamente sorprendenti.

Vanno combattuti con forza e, soprattutto, a livello culturale e di costume. Perché chi subisce queste violenze, subisce comportamenti gravissimi che però, a livello sociale, rappresentano solo le estremizzazioni di azioni e valori socialmente diffusi, se non addirittura abituali. Sono eventi gravissimi, sia per l’impatto emotivo sulle vittime — umiliazione pubblica, ansia, angoscia, insicurezza, e perdita di quella dignità che oggi ha confini sempre più sfumati — sia perché affrontarli dal punto di vista legale è molto difficile.  Ma non possono certamente sorprendere.

E non possono sorprendere proprio perché si tratta di incendi dolosi che, alimentati dal vento mediatico, divampano rapidamente su un substrato umano inaridito, in un mondo di valori ormai rinsecchiti.

Fifiuuuu!!! Che bambola! -Fred Buscaglione

Ora so che c’è chi griderà allo scandalo e vorrebbe lapidarmi in pubblica piazza, a maggior ragione se consideriamo il fatto che la scrivente è una donna. Però vi invito a riflettere un secondo, solo un secondo, sulla società dell’ultimo ventennio del secolo scorso, quando questa donna era poco piu di un’adolescente. Prendiamo ad esempio il fenomeno che oggi chiamiamo catcalling, e cioè il fischio di approvazione del ragazzo che ti accompagnava mentre passeggiavi nella piazza del paese, era seguito dai commenti biricchini dei quattro amici al bar che sorseggiavano una birra. Non si è mai offesa nessuna donna e non ha mai costituito motivo di scandalo collettivo.

Oggi è bandito come un comportamento di violenza inaudita. Ma anche qui, ci sono figli e figliastri perché, se a fischiare dietro a una donna è il muratore sudato con la panza fuori dalla canottiera è catcalling, ma se è Johnny Depp diventa un complimento da mettere in cassa. Dov’è la verità?

Quindi, a questo punto viene da pensare che una volta ci fosse maggiore capacità di ricondurre i comportamenti nei contesti sociali e culturali in cui avvenivano, dove il rispetto degli uni e il senso della comprensione del valore goliardico delle altre, era parte di una educazione così profondamente radicata nella società da generare un’interazione naturalmente istintiva.

Cos’è cambiato?  

“Io sò io e voi nun siete un cazzo!”

Credo conveniate che nel privato, quanto si parla di sesso, è possibile sostenere che tutto sia più o meno “lecito” se c’è un effettivo — e realmente consapevole — consenso da parte del partner, o dei partner. Tuttavia, quando trasposta a livello sociale, questa affermazione non regge. Qualsiasi struttura sociale deve prevedere la moralità e l’immoralità, il giusto e lo sbagliato, non solo all’interno di piccoli gruppi ma per l’intera comunità. Una società ha bisogno di regole e limiti, così come della libertà di trasgredirli e di criticarne e biasimarne la trasgressione.

Allora viene da chiedersi che fine abbiano fatto quelle regole, basate sul rispetto del prossimo, create e condivise da quei gruppi sociali, che oggi la cosiddetta “società del singolo”, quella del “Io sò io e voi nun siete un cazzo!” ha delegittimato nel loro diritto di autodefinirsi e regolarsi? Perché non esistono più limiti né confini morali ed etici diversi dalla sottocultura woke? Perché, ora come ora, le uniche idee che sembrano guidare la società sono un’accozzaglia di regole e principi etici malamente accatastati senza che alla base vi sia un processo logico o alcun costrutto morale?

The mind of the thoroughly well‑informed man is a dreadful thing. It is like a bric‑a‑brac shop, all monsters and dust, with everything priced above its proper value“.

Lord Henry ci avrebbe messo in guardia nei confronti dello spirito dell’uomo moderno che è come un negozio di rigattiere: tutto mostruosità e polvere. Ogni cosa con il suo prezzo superiore al valore. Ed avrebbe fatto bene perché la triste realtà e che c’è una “dichiarazione ufficiale” ed un comportamento codificato per ogni evento Social ma nessun sentimento e valore condiviso che lo motivi.

Tanto e vero che si è parlato e scritto di più dei commenti “sessisti” e “violenti” che del tradimento più profondo che questa orribile vicenda ci ha raccontato: quello perpetrato nel negare il riconoscimento dell’altro come persona. Perché non si indagano le ragioni antropologiche, psicologiche e sociologiche di questa negazione dell’altro come individuo, del partner sino a ridurlo a mero oggetto di “piacere momentaneo”? Perché non ci interroghiamo su questa mostruosa, violenta e distruttiva deriva morale che origina dall’esasperazione ed esaltazione dell’ego?

L’io è odioso – Blaise Pascal

Forse perché per farlo sarebbe necessario partire da considerazioni scomode, come il fatto che l’amore — escluso quello materno e forse quello paterno — altro non è che l’apoteosi dell’egoismo. Forse perché è troppo difficile partire dalla consapevolezza che amiamo solo coloro che ci rendono felici, e solo finché ci rendono felici. È difficile ammettere che, quando non ci rendono più felici, spesso ci rendono profondamente infelici tanto che, non di rado si arriva addirittura ad odiarli, e nei casi estremi – qualche squilibrato – ad ucciderli.

Non lo facciamo perché proiettare la consapevolezza della natura egoistica dell’uomo (che dovrebbe essere mediata dalla razionalità), nel contesto di una società eccessivamente sessualizzata, ci costringerebbe a drammatiche considerazioni. Sì, perché così facendo saremmo costretti a fermarci prima di questi comportamenti deviati e comprendere che questa dipendenza dell’ego moderno dal consenso diffuso non è altro che l’anticamera degli stessi comportamenti deviati che stiamo stigmatizzando.

Eppure, in terapia, capire ed ammettere di avere un problema, è sempre il primo passo nella direzione della guarigione.

Possibile che la ragione del concentrarsi di tutti sulla parte meno importante, ovvero sui commenti, pur sessisti e violenti che siano, sia il semplice fatto che, grazie alla cultura woke, fa più notizia un singolo commento sessista che la deriva morale di un’intera società?
Oppure la ragione è ancora più semplice e più banale?

Del resto, è più facile osservare la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello che accorgersi della trave… che ti attraversa “la capoccia” da parte a parte.

No comment please!

Al di là del fatto che certi commenti vadano puniti, e severamente, vi siete mai chiesti se siamo davvero sicuri di volere una società nella quale ogni commento venga bandito? Anche quelli, non sempre meno crudi, che facciamo quotidianamente con partner, familiari, amici, o a volte, imprudentemente nelle ore di svago, con dei semplici conoscenti?

Siamo certi di desiderare un mondo nel quale non si possa più nemmeno pensare (che poi si dica o si scriva, poco cambia: è comunque peccato) che qualcuno “ha un culo che fa provincia”, o che “ce l’ha piccolo”? Che è mal vestito, o che “me lo/la farei”, magari espresso in modo più o meno colorito, o più o meno ignorante? Siamo sicuri di voler vivere in clausura nel totale silenzio di quello che sarebbe un deserto relazionale? Vogliamo veramente vivere nel silenzio assordante di una società epurata da qualsiasi opinione, dove l’unico luogo dove è lecito esprimersi è dentro di sé, tra sé e sé, ma in assoluto segreto?

“La donna dopo i trent’anni svacca” – Checco Zalone

Siamo sicuri di voler vivere vivere in un mondo nel quale la battuta è reato se non è fatta da un comico con regolare etichetta?

Un mondo nel quale sia vietato a fine giornata dire una sciocchezza per divertirsi con gli amici. Nel quale le meravigliose e naturali schermaglie tra uomini e donne sono divenute una guerra totale e senza prigionieri. Vogliamo una società che in meno di 50 anni passi dal delitto di onore alla caccia forzata ed esasperata della molestia sessuale in ogni dove?

Siamo sicuri di desiderare un mondo nel quale un uomo per “coricarsi” con una signora – sempre che ne trovi una – debba portarsi appresso l’etilometro per certificare che non è ubriaca, un test antidroga perché deve essere chiaro che la capacità di giudizio della donna non è in alcun modo alterata, un video maker per avere una prova certa del suo consenso vigile ed informato rispetto ai rischi ai quali va incontro ed un notaio per certificare legalmente la transazione?

Perché succede anche questo, e purtroppo: donne compiacenti la sera, ma che al mattino si pentono e ne fanno un caso di cronaca. E lo dico da donna e per par condicio.

Quindi, anche se la risposta alla mia boutade ironica fosse affermativa, siamo davvero certi che tutto questo sia possibile in un mondo dove la gente “si accoppia prima di annusarsi”, che mette in piazza ogni dettaglio della propria vita – anche quelli davvero non opportuni – e non si fa mai i fatti propri? La verità e che probabilmente abbiamo già superato il confine, e che oltre quel confine c’è solo il vuoto.

Perché sulla giostra dei Social, lo ripeto, si può decidere quando salire ma non quando scendere.

Forse basterebbe ricordare il passaggio de “Il ritratto di Dorian Gray” quanto lord Henry dice a Gladys, dissertando in giardino di copricapo femminili: la popolarità è segno di mediocrità e che ogni volta che si cagiona una buona impressione ci si fa un nemico. Per essere popolari bisogna essere mediocri. Un concetto facile da comprendere che però oggi sfugge a molti. Chiunque desideri essere popolare deve allinearsi al livello più basso, al livello comune, ovvero deve diventare un mediocre.

La popolarità punisce proprio la distinzione e premia la conformità e, quindi, ciò che è comune. Pertanto ricordare questo concetto ai cultori del pensiero woke, quelli della venerazione del diverso a discapito del comune, sarebbe interessante, anche se, credetemi, non penso che ne avrebbero a male. Oggi essere in contraddizione con sé stessi non è un problema, tanto “domani è un altro giorno” e tutto verrà dimenticato.

Il vero cancro di questa società è questo insano desiderio di popolarità e di visibilità, che altro non è che necessità di consenso, spesso patologica! Una condizione di necessità, e quindi di disagio, che sta alla base di molteplici fenomeni sociali dannosi e purtroppo oramai dilaganti. Questo desiderio di mettersi in mostra, umano e troppo umano, non è più mediato dalla ragione né arginato dalla morale comune, e quindi tracima continuamente, e con la violenza di uno tsunami, amplificato dalle dimensioni infinite del web, che ha trasformato un appetito naturale di fama e di gloria in una bulimia patologica sociale e asociale.

Lo spettro della censura continua ad aleggiare su di noi

In tutto il mondo occidentale si è già intervenuti sulle normative e le leggi per meglio tutelare le vittime di reati digitali come quelli oggetto di indagine relativi al gruppo “Mia moglie”, reati che, solamente 25 anni fa, non avrebbero potuto consumarsi o comunque non nelle proporzioni odierne. Ed anche in Italia si è intervenuti per creare strumenti legali per meglio punire, e quindi potenzialmente limitare, reati come questi.

Nello specifico, il nostro codice penale (art. 612-ter) prevede reclusione da 1 a 6 anni, sanzioni pecuniarie ed aggravanti nel caso che a commettere il reato sia il partner e che per farlo abbia usato strumenti informatici. Lo stesso articolo del codice penale prevede anche la stessa pena per chi “avendo ricevuto o comunque acquisito le immagini o i video di cui al primo comma, li invia, consegna, cede, pubblica o diffonde senza il consenso delle persone rappresentate al fine di recare loro nocumento” (fonte Brocardi).

Tuttavia, ciò che spaventa è che sempre più spesso la soluzione venga identificata nella censura e che il ruolo di censore venga affidato a chi guadagna dallo scambio di informazioni e di contenuti su di una piattaforma social. Spaventa che siano in molti a credere valido un processo che solamente nominandolo dovrebbe generare orrore perché violento, bacato e corrotto nella sua stessa essenza.

Libera Chiesa in libero Stato

La censura a volte ha fallito proprio laddove i censori pensavano fosse utile a proteggere qualcuno. E’ già successo in passato dove la censura è stata un clamoroso scivolone su una buccia di banana che ha fatto sorridere i più radicali sostenitori del pensiero di Cavour.

Infatti, è inutile persino quando dettata non da un reale senso del pudore e della morale, ma da un timore di ledere un’etica di parte, un obbligo doveroso di un Stato laico che ospita qualche metro quadrato di santità. Mi riferisco, ad esempio al caso Guccini.

Nel 1982 Francesco Guccini esordisce in radio con il brano “Dio è morto”. Immediatamente si grida allo scandalo e il brano viene censurato. Inaudito, sacrilego, bestemmiatore… Il povero Guccini, già mal tollerato dai salotti musicali fedeli al nascente edonismo reganiano, viene tacciato di essere il blasfemo rappresentante del popolo rosso miscredente. Ma il caso vuole che Papa Paolo VI posi un orecchio più attento al testo e un bel mattino di primavera lo fa trasmettere da radio Vaticano. “Dio è morto” diventa quasi l’inno dell’azione cattolica e ancora oggi è uno dei brani più rappresentativi e attuali per descrivere il desolante cinismo che pervade la società moderna.

“La cultura non sostenuta dal buonsenso è raddoppiata follia.” Baltasar Graciàn

È già accaduto durante il covid… ma lo abbiamo scordato, poi i principali social ci hanno provato – applicandoci un’etichetta legale e socialmente accettabile – creando i “fact checker”, quei saggi che si sarebbero dovuti occupare di verificare l’accuratezza, la veridicità e la correttezza di affermazioni, notizie, dati o contenuti pubblicati. E anche qui, la censura ha fallito.

La verità e che la censura funziona unicamente nei regimi totalitari, dove il pensiero è unico e definito. Non funziona in democrazia in quanto è decisamente utopico e utopistico creare una serie di regole universali per arginare il pensiero, governare ciò che è giusto e ciò che non lo è, ciò che può offendere uno o l’altro, ciò che si può dire e ciò che si può solo pensare, definire come lo si può dire ed in quale contesto ed a quale interlocutore, insomma sarebbe un processo infinito e indefinibile che scontenterebbe tutti.

Forse basterebbe un poco di buon senso in più per evitare molti degli eccessi ed una corretta educazione linguistica per permettere alla gente di difendersi dalle parole: perché le parole possono offendere e ferire anche senza essere palesemente offensive o aggressive ma solamente se c’è conoscenza, abilità e dimestichezza con il loro utilizzo.

E guardando ai social mi ritorna alla mente quanto era solito dirmi mio padre quanto ero molto piccola: “prima di parlare pensa, e dopo averci pensato, ripensaci e solo quanto sarai assolutamente certa di quanto vuoi dire, scegli il silenzio, e non sbaglierai mai.”

Foto copertina di Kaufdex da Pixabay con sovrapposizione di Foto di Clker-Free-Vector-Images da Pixabay

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Tina Rossi
(a.k.a. Fulvia Andreatta) Editrice. Una, nessuna e centomila, il suo motto è “è meglio fingersi acrobati, che sentirsi dei nani” Dice di sé:” Per attimi rimango sospeso nel vuoto,giuro qualche volta mi sento perduto, io mi fido solo del mio strano istinto, non mi ha mai tradito, non mi sento vinto, volo sul trapezio rischiando ogni giorno, eroe per un minuto e poi...bestia ritorno...poi ancora sul trapezio ad inventare un amore magari...è solo invenzione, per non lasciarsi morire...”
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