Alessandro Orefice: stare sul fronte del palco

Pianista, tastierista, producer e docente, Alessandro Orefice è uno di quei musicisti che fanno la differenza senza alzare la voce. Ha lavorato sul palco e in studio con alcuni tra i più importanti artisti della musica italiana, da Eros Ramazzotti a Gianna Nannini, da Alessandra Amoroso a Levante, fino a Arisa, Malika Ayane, Lorenzo Fragola e altri. In questa puntata di Masterclass racconta cosa significhi davvero stare sul fronte del palco: il ruolo del musicista, la responsabilità dell’esecuzione e quel confine sottile tra mestiere e coraggio.

Il pensiero di Gae Capitano

Ci sono domande che ti seguono per tutta la vita, senza mai chiedere il permesso. Non bussano: entrano. Si siedono da qualche parte, spesso in fondo, e restano lì. Non chiedono risposte immediate. Si accontentano di guardarti vivere.

Una di queste, per me, è sempre stata questa: che cosa si prova davvero a stare sul palco con i più grandi nomi della musica italiana e fare il tuo lavoro di musicista?

Non il sogno, non l’immagine da fuori. Non il pubblico che applaude, non le luci, non il mito.
Ma il momento preciso in cui sei lì, davanti a migliaia di persone, accanto a Ramazzotti, Levante, Nannini, Amoroso, Elodie, Annalisa. In mezzo a musicisti che hanno suonato nei dischi che ci hanno cresciuti, che hanno accompagnato la nostra vita. E tu sei lì. Devi suonare, devi essere all’altezza e devi esserci.

È una domanda che mi ha sempre incuriosito nelle fondamenta dell’anima. Perché posso immaginarne l’emozione, certo. Ma soprattutto posso intuire la responsabilità.

Forse è anche per questo che ho sempre pensato al fronte del palco non come a un luogo fisico, ma come a una condizione. Un’espressione che Vasco Rossi ha fissato nel 1990, in un album che porta lo stesso nome, ma che per me ha sempre indicato il punto esatto in cui quella responsabilità diventa reale.

Per noi musicisti è un po’ come chiedersi cosa si prova a tirare un rigore ai Mondiali: ti prepari per tutta la vita, eppure quella preparazione, in quel momento, sembra minuscola rispetto alla tensione mentale e fisica che quel ruolo richiede. Anche se, da qualche parte, quella preparazione c’è. Forgiata lentamente, giorno dopo giorno, da studi, rinunce, tentativi, fallimenti, ostinazione.

Il mestiere invisibile

Questa domanda ho avuto la possibilità di farla ad Alessandro Orefice. Pianista, tastierista, producer, docente.

E amico, mi permetto di dirlo. Perché ci conosciamo da molti anni, perché qualche volta mi ha aiutato a dare forma alle cose che scrivo come autore. Perché è uno di quei musicisti a cui affidi una canzone e poi la riascolti, e ti accorgi che è diventata più bella di come l’avevi immaginata.

Da anni condivide il palcoscenico, come musicista, con alcuni dei più importanti artisti italiani. Ci accomuna un gusto musicale, una sensibilità. Siamo d’accordo su certi dischi, su certi artisti, su certe scelte. Parliamo lo stesso linguaggio, anche se Alessandro è un musicista di un livello che io guardo da lontano, con rispetto e ammirazione. Ed è forse proprio per questo che la sua risposta, lo ammetto, ha sorpreso anche me. Me che suono e immagino musica da sempre.

Quella risposta, in realtà, parte da lontano.

Ogni accordo deve avere un nome

Ricordo perfettamente il 2014. Alessandro tornava da mesi di tournée con Alessandra Amoroso.

Una sera, quasi di sfuggita, accennai a questa domanda: «Che cosa cambia, davvero, quando suoni sul palco con i più grandi?» Lui mi rispose con una frase semplice, che però mi è rimasta addosso per anni: «Quando suoni a certi livelli, ogni accordo che fai, anche il più semplice, deve avere carattere. Una sua personalità.»

Ci ho pensato spesso, perché è una frase che non riguarda solo la musica. Riguarda il modo di stare al mondo quando il livello si alza, quando non puoi più permetterti di essere neutro. Durante questa chiacchierata gliel’ho riproposta, oggi che quei palchi sono diventati molti di più, oggi che quelle esperienze sono cresciute ancora: più grandi, più prestigiose, più esposte.

L’ombra dei giganti

La sua risposta è stata sorprendente, perché è partita da un punto che pochi hanno il coraggio di ammettere.

Quando suoni in mezzo a una band fatta di nomi straordinari – praticamente quelli che hanno scritto la storia della musica italiana – il tuo istinto potrebbe essere quello di rimanere nell’ombra dei giganti.

Eseguire il tuo lavoro in modo perfetto, pulito, accademico. Senza rischi, senza sbavature e senza esporsi. Lasciare la scena a chi la merita. Non essere d’intralcio, non disturbare. Non rovinare un equilibrio fragile e prezioso.

È il tuo demone personale sul palco.

Ed è un demone subdolo, perché si presenta come professionalità, come rispetto, come intelligenza. Ma in realtà nasconde una paura più profonda: la paura di non contribuire davvero alla grandezza di ciò che stai facendo.

alessandro orefice di spalle intento a suonare le tastiere
Alessandro Orefice: stare sul fronte del palco

La soglia invisibile

Ed è qui che Alessandro dice una cosa decisiva.
No, non basta. Non è quello il punto. Non è quella la strada.

Un musicista professionista può ancora scegliere di stare un passo indietro.
Un grande musicista, no.

Occorre trovare il coraggio di eseguire un lavoro perfetto che abbia il tuo carattere.

È come arrivare alla finale dei Mondiali e limitarsi a passare la palla ai compagni più forti. È come recitare in una scena con Meryl Streep, De Niro, Al Pacino, Anthony Hopkins, Cate Blanchett – o, restando da noi, Servillo, Favino, Germano, Mastandrea, Marinelli – e decidere di non metterci nulla di tuo, per far sì che lo spettacolo fili liscio.

Muoversi all’ombra dei giganti, appunto.

No.
No.
E ancora no.

Quella è la soglia invisibile. Il punto preciso in cui devi fare una scelta.

Dove non ci si può più nascondere

Occorre trovare la propria voce. E trasferirla tutta – sangue, corpo, esperienza, dolore, lacrime, studio – in quello che stai facendo. Anche a costo di rischiare tutto, nel gesto apparentemente minuscolo di un accordo.

Il coraggio di recitare.
Il coraggio di tirarlo, quel rigore. E segnare.

È un pensiero che lascia senza fiato. Perché ti porta sull’orlo dell’abisso. E chiunque provi anche solo a sfiorarlo lo sa: lì non puoi più nasconderti dietro la tecnica, dietro il ruolo, dietro il “fare bene”.

Ma in quella presa di coscienza c’è tutta la differenza tra chi lavora e chi, forse, un giorno, resterà.

La prova del nove

La cosa più sconvolgente arriva alla fine. Ed è quasi disarmante per la sua semplicità.

Alessandro mi dice: «Questo demone lo conosci solo tu. Gli altri non sanno quanto stai mettendo di te stesso in un’esecuzione.»

Il pubblico non lo sa. Gli altri musicisti non lo sanno. Nessuno sa quanta paura hai avuto. Quanto ti sei esposto. Quanto hai rischiato.
Eppure esiste una cartina tornasole. Una prova del nove.
Un aspetto tecnico, apparentemente insignificante, che sul palco diventa una macchina a raggi X della tua verità.

I decibel. I livelli che i tecnici del suono leggono durante il concerto.

Quelle lucine verdi che danzano sui mixer, i numeri che scorrono silenziosi mentre tu suoni e indicano il volume di quello che stai eseguendo.

Se non accetti il rischio di andare fin dove la passione ti spinge, di mettere davvero tutto te stesso in quello che fai, quel volume resta più basso. Sempre.

Sembra un dettaglio. Ma un dato freddo e invisibile al pubblico racconta esattamente quanta paura hai avuto.

La paura di superarsi

Ed eccolo, allora, quel demone: la paura di superare se stessi.

È una vertigine: non guarda in basso, ma avanti, verso una versione di te che ancora non conosci veramente.

Forse è anche per questo che certa musica è magica. Perché il pubblico non conosce i meccanismi, ma sente. Sente quando qualcosa sta accadendo davvero. Riconosce, a pelle, il momento in cui qualcuno ha deciso di non tirarsi indietro.

Ed è questo punto di vista, così personale e raro, che Orefice ha scelto di regalarmi. Un pensiero che appartiene solo a chi ha attraversato certi palchi.

Forse non salirò mai su quelle scene, ma ho la sensibilità per comprenderne il peso. E questa confessione, semplice e profondissima, ha innalzato ancora di più la mia stima per Alessandro. Come musicista. E come uomo.

Perché stare sul fronte del palco non significa essere davanti.
Significa esserci davvero. Anche quando costa tutto.

alessandro orefice in primo piano
Alessandro Orefice: stare sul fronte del palco

Alessandro Orefice. La Biografia

Alessandro Orefice è pianista, tastierista, arrangiatore e producer attivo nel panorama della musica italiana contemporanea. La sua formazione prende forma al Conservatorio “G. F. Ghedini” di Cuneo, dove consegue la laurea triennale in Tastiere Popular Music, sviluppando una preparazione orientata al linguaggio pop e alle dinamiche della produzione moderna.

Dal 2014 lavora stabilmente come musicista live in tour di rilievo nazionale e internazionale. In questi anni prende parte ai tour di Alessandra Amoroso e Levante, seguendone l’evoluzione artistica in diverse produzioni, tra date italiane ed europee. Parallelamente, è presente in numerosi contesti televisivi e radiofonici, tra cui il Concerto del Primo Maggio, l’Arena di Verona, Che tempo che fa, MTV Awards, Radio Italia Live e Radiodue Live.

L’attività in studio affianca costantemente quella dal vivo. Orefice firma arrangiamenti, parti di tastiere e pianoforte per produzioni discografiche di primo piano, tra cui Se vedo te di Arisa, disco che contiene Controvento, brano vincitore del Festival di Sanremo 2014, e Nel caos di stanze stupefacenti di Levante. Collabora inoltre con artisti e progetti trasversali, tra cui Cheryl Porter e il Labirinto Project.

Nel corso degli anni il suo lavoro lo porta a condividere il palco con numerosi artisti della scena italiana, tra cui Gianna Nannini, Eros Ramazzotti, Alessandra Amoroso, Malika Aiane, Lorenzo Fragola, oltre alle collaborazioni continuative con Levante. Nel 2022 prende parte al tour estivo di Gianna Nannini e, negli anni successivi, viene coinvolto in ulteriori date live sia con Nannini sia con Ramazzotti.

Accanto all’attività artistica, Orefice è impegnato nella didattica. È docente di pianoforte e tastiere pop rock presso il Conservatorio di Cuneo e il Conservatorio di Monopoli, all’interno di dipartimenti orientati alla formazione musicale contemporanea, con un focus sul lavoro d’ensemble, sulla produzione e sulle competenze professionali richieste dal mercato attuale.

Masterclass. L’intervista ad Alessandro Orefice

Alessandro abita non lontano da me. Eppure, come spesso accade tra chi vive di musica, tra impegni, palchi e vite che scorrono a velocità diverse, ci vediamo poco. Questa intervista era l’occasione giusta per rimediare.

Ci diamo appuntamento in un centro commerciale della zona, intitolato a una squadra sportiva. Un luogo neutro, quasi anonimo, di quelli che non chiedono nulla e per questo permettono di parlare bene.

Scegliamo un tavolo dove la musica di sottofondo non sia troppo invadente. Ci sediamo davanti a un caffè. Alessandro ha sempre quell’aria da attore del cinema, ma quando la cameriera propone dei pasticcini appena fatti, non oppone alcuna resistenza. “Sono rimasto goloso”, mi ricorda.

Iniziamo a parlare di musica, inevitabilmente. Di amici comuni, di dischi. Di Umberto Tozzi, che piace a entrambi. E come per magia nella filodiffusione parte Ti amo, 1977.

A volte le interviste cominciano così. Prima ancora delle domande.

Quando sali su un palco, qual è la prima cosa che senti di dover rispettare?

«Il progetto artistico di cui fai parte.

Salire su un palco non significa affermare se stessi, ma mettersi al servizio di una visione che non è la tua. C’è un artista, c’è una musica, c’è un pubblico che è venuto per ascoltare quel mondo lì, non il tuo ego.

Il rispetto nasce da questo: capire dove ti trovi, qual è il contesto e quale ruolo ti è stato affidato. Solo dopo, all’interno di questi confini, puoi portare la tua sensibilità, la tua esperienza, il tuo modo di suonare. La libertà del musicista non sta nel fare ciò che vuole, ma nel saper scegliere la cosa giusta per quella musica, in quel momento.»

Quanto spazio ha, quindi, il libero arbitrio di un musicista sul palco?

«Sicuramente esistono percorsi armonici collaudati e studiati che offrono soluzioni apparentemente originali rispetto all’accordo essenziale deciso da chi ha scritto la canzone. Sono scelte che, al primo ascolto, possono risultare più ricercate.

Tuttavia credo che la responsabilità di tutte le scelte che costruiscono una canzone spetti all’autore del brano, o all’artista che quella canzone la porta nel mondo e sul palco: chi ha avuto, forse semplicemente, più margine per pensarci. Inoltre l’accordo puro, fondamentale, restituisce una sensazione armonica più stabile e meno affaticante, capace di durare nell’ascolto e nella memoria.

Il discorso cambia in un contesto di jazz combo: lì metti la tua musicalità a disposizione del momento, del contesto e dell’ensemble e puoi muoverti verso soluzioni più complesse. Senza mai dimenticare, però, che il pubblico non è composto solo da musicisti.»

Cambia qualcosa nel lavorare con una cantautrice come Levante rispetto a un’interprete come Alessandra Amoroso?

«Dal punto di vista del musicista, le differenze sono minime.

Esiste sempre una fase precedente al tour in cui un direttore musicale prende in mano lo show e, insieme all’artista, definisce arrangiamenti, dinamiche e forma del concerto. Scelte che poi vengono comunicate ai musicisti.»

La figura del direttore artistico è sempre centrale in un tour strutturato?

«Quando i tour sono organizzati da grandi agenzie e coinvolgono artisti affermati, sì.

La presenza di un direttore artistico è una grande sicurezza per il progetto. Ho ricoperto anch’io questo ruolo, ad esempio nel tour estivo di Lorenzo Fragola del 2018. In quel caso, per alcune settimane prima dell’inizio delle date, abbiamo lavorato solo io e lui, costruendo al computer l’anticipazione di una forma sonora precisa: arrangiamenti, finali, collegamenti, momenti acustici e full band.

Per questo, soprattutto nel pop, è raro dover cambiare le cose in sala prove: al massimo si interviene su dettagli timbrici o armonici. Schiarire un pad, far suonare più forte uno strumento dell’orchestra.»

alessandro orefice in primo piano circondato da tastiere
Alessandro Orefice: stare sul fronte del palco

Una struttura così definita non rischia di imbrigliare la creatività di un musicista?

«È come immaginare di chiedere al compianto Maestro Pollini se si sentisse imbrigliato a suonare Chopin: non può cambiare una virgola, ma può mettere a disposizione del brano tutta la sua sensibilità esecutiva.
Come ti dicevo, il musicista professionista non è colui che fa quello che vuole, ma colui che vuole capire cosa desidera l’artista per aiutarlo a esprimere al meglio la propria visione.
E va aggiunto che, a volte, l’artista non sta cercando la risposta immediata del pubblico, ma sta proponendo qualcosa che va oltre il semplice consenso.»

Una scelta oggi ancora più complessa, in un mercato che tende a standardizzare tutto.

«Esistono scelte musicali diverse. Se stai facendo intrattenimento, il tuo compito è far divertire. Se invece stai cercando di proporre qualcosa di speciale, non è affatto scontato che questo si traduca in applausi o approvazione.
A volte un pubblico in silenzio, attento e concentrato rappresenta il vero trionfo per un artista, molto più di un entusiasmo rumoroso e superficiale.»

Hai lavorato con alcuni tra i più importanti direttori artistici italiani, come Luca Scarpa. Che tipo di esperienza è stata?

«L’ultimo progetto a cui ho lavorato era diretto da Luca Scarpa, a cui era affidato il suono di uno degli interpreti italiani più famosi nel mondo. Luca si occupava dei pianoforti, io delle tastiere, con ruoli molto precisi all’interno dell’organico sonoro della band.

Luca è un musicista straordinario: anche quando suona parti essenziali, ogni nota porta il suo nome e cognome, ha un peso specifico inconfondibile. È un riferimento rarissimo della musica italiana, una figura che solca i palchi da giovanissimo e che ha compreso profondamente questo mestiere.

Quando accompagna un cantante in piano e voce credo non abbia eguali, ed è anche per questo che ricopre il ruolo di direttore artistico nelle produzioni più importanti.

Si può dire che la stessa impronta che un grande produttore può dare a un disco, un direttore artistico la dà a un live.»

Parlando di producer, hai lavorato con Carlo Rossi, uno dei riferimenti della produzione discografica italiana.

«Ho suonato nel disco “Se vedo te” di Arisa, che conteneva Controvento, brano con cui vinse Sanremo. In quel progetto Carlo Rossi era il produttore.

Per circa venti giorni, dalle nove del mattino alle otto di sera, ho seguito le sue indicazioni in studio, lavorando su sei brani del disco, co-prodotto da lui e da Cristina Donà. Rossi, a mio avviso, è stato uno degli ultimi produttori con la “P” maiuscola. Oggi questo termine è spesso inflazionato.

Se ascolti dieci dischi importanti da lui prodotti – da Max Pezzali a Caparezza, da Gianna Nannini a Ligabue, fino a Giuliano Palma – rimani colpito dal fatto di trovarti davanti a mondi completamente diversi. Il centro del progetto era sempre l’artista. Carlo parlava con il cantante per giorni interi, cercando di comprenderne il pensiero, e da lì “tirava fuori” l’anima artistica, il suono.

Non registrava in pre ma in post: quando abbiamo inciso le voci di Controvento, ha prima microfonato Arisa, poi modellato il suono al mixer e infine registrato. Il suono era già quello giusto, perché era esattamente quello che cercava.

Ricordo che un giorno ascoltai una nostra registrazione che aveva editato la sera prima: faticavo quasi a riconoscerla per la bellezza che era riuscito a far emergere. Senza aggiungere una nota, ma semplicemente usando “i rubinetti” della sua strumentazione. Carlo faceva il fonico come alcuni fanno i musicisti: con una grande passione unita a una preparazione tecnica straordinaria.»

Ci sono contesti o progetti in cui ti sei sentito particolarmente a tuo agio?

«È un equilibrio che non dipende solo dall’artista, e attribuire tutto a un solo elemento sarebbe riduttivo.
In un tour entrano in gioco molti fattori: il rapporto con i colleghi, la qualità del management, la forza dell’agenzia, l’andamento generale delle date.

Dal 2014, quindi dal mio primo tour con Alessandra Amoroso, mi sono sempre trovato bene in tutte le mie esperienze. Forse perché ho mantenuto quello stupore e quella timidezza nel confrontarmi con progetti e musicisti importanti. Confronto che considero una forma di pensiero, sfida e rispetto.»

Da oltre dieci anni condividi il palco con Levante.

«Claudia è una delle artiste e delle persone più autentiche che abbia conosciuto.

La sua intensità è riconoscibile non solo nella musica, ma nei gesti quotidiani, nel modo di argomentare un concetto, nel condividere un’idea musicale. O semplicemente nel modo di scriverti un messaggino. Ha sempre un peso artistico preciso. In tutto ciò che fa c’è una verità profonda, lontana da quelle tecniche di “doping emotivo” oggi molto diffuse.

Con lei e gli altri ragazzi della band abbiamo condiviso più di 200 concerti, infiniti viaggi in furgone, momenti belli e anche a volte brutti, in pratica abbiamo condiviso una parte di vita. Anche quando canta solo con chitarra e voce riesce a emozionare: all’inizio facevo fatica a suonare con lei perché mi commuovevo continuamente. Col tempo ho imparato a schermarmi, ma se abbasso la guardia succede ancora. Ed è una delle conferme di trovarsi davanti a un’artista vera.»

levante in primo piano durante le prove di un concerto
Alessandro Orefice: stare sul fronte del palco (nella foto Levante)

Hai suonato con Gianna Nannini ed Eros Ramazzotti. Cosa rappresentano per te?

«Ho suonato nel tour estivo di Gianna Nannini nel 2022 e in alcune occasioni successive per la direzione di Davide Tagliapietra. Con Eros Ramazzotti invece ho lavorato per due concerti ad Amsterdam sotto la direzione di Luca Scarpa.

In entrambe le esperienze ho condiviso il palco con grandissimi musicisti, con molta emozione: alcuni di loro erano stati miei professori al conservatorio, tanti anni fa, come Lele Melotti, Paolo Costa, Giorgio Secco e lo stesso Luca Scarpa.

Due esperienze molto diverse ma ugualmente straordinarie: Gianna è l’essenza del rock, Eros l’emblema del Pop raffinato, della professionalità e di una musica italiana che ha saputo esportare in tutto il mondo.»

Suonando con icone così grandi, quale pensiero ti ha attraversato?

«Quello di conoscere già perfettamente il loro repertorio.
Brani che fanno parte del DNA collettivo. Anche del mio. Canzoni che in qualche modo appartengono a tutti, perché ascoltate nella nostra vita mille volte, anche in modo involontario.»

Come quella volta in cui hai accompagnato Gino Paoli, quasi per caso.

«Ero a suonare a un matrimonio quando la sposa mi chiese di accompagnare un ospite. Pensavo alla classica dedica improvvisata. Invece arriva Gino Paoli e mi chiede: “Maestro, conosci qualche mia canzone?”.

Sorridendo, imbarazzato per essere stato chiamato maestro proprio da lui, ci scambiammo qualche parola sui suoi brani. Mi diede la tonalità e lo accompagnai, incredulo e felice.
È stata un’esperienza naturale e profondamente musicale.»

Qual è il tuo set di lavoro sul palco?

«Diciamo che in live mi piace eseguire prevalentemente parti di piano, piano elettrico e Hammond. Il mio setup attuale comprende una Nord Stage 4 a 88 tasti come main; una Nord Stage 2 a 73 tasti; una Yamaha CP88; un Access Virus TI2 e alcune fonti virtuali gestite dal Mac.
L’aspetto fondamentale resta la capacità di costruire le sonorità giuste.»

Perché affiancare il CP88 alle Nord?

«Le Nord hanno ottimi suoni di pianoforti “trattati”, mentre il tasto di Yamaha sul suono di piano acustico è, per me, quasi irrinunciabile. Quando devi accompagnare un cantante, soprattutto in piano e voce, il feeling e la qualità del tocco fanno davvero la differenza.»

Quali sono i tuoi progetti attuali?

«Oltre a un progetto live di cui non posso ancora parlare, sto dedicando molto tempo alla didattica.
Sono docente su Cattedra di Pianoforte e Tastiere pop-rock al Conservatorio di Monopoli da quest’anno, e ho trovato davvero un bellissimo Conservatorio, ben gestito e organizzato e, in più, molto ben fornito di strumentazione a disposizione di docenti e studenti.

In più insegno, sempre Pianoforte e Tastiere pop-rock, al Conservatorio di Cuneo, a cui sono affezionato perché è dove mi laureai 15 anni fa. Il dipartimento Pop e Jazz è di nuovo in forte crescita, soprattutto grazie all’opera del coordinatore Paolo Franciscone, e tra gli insegnanti ci sono grandi firme come Luca Scarpa su musica d’insieme pop, Fabio Gurian su composizione pop, Roberta Granà su canto pop e molti altri.»

Come si conciliano didattica e mondo reale della musica?

«Attraverso strutture dotate di una visione moderna, capaci di colmare la distanza storica tra l’insegnamento tradizionale e la realtà concreta del mestiere.

Oggi è possibile formarsi in ambito jazz e pop-rock con una preparazione realmente aderente alle esigenze del lavoro in studio e sul palco, senza rinunciare alla solidità della formazione classica, ma rendendola anche funzionale alle esigenze della musica moderna.

Credo sia fondamentale lavorare a stretto contatto di chi la musica la pratica davvero, nei live e nei dischi, e trasmettere informazioni ed esperienze reali, strumenti essenziali per orientarsi e competere artisticamente e professionalmente, in un mondo musicale in continuo movimento.»

alessandro orefice in primo piano
Alessandro Orefice: stare sul fronte del palco

Ci salutiamo e, mentre torno a casa, alcune riflessioni prendono forma.

Stare sul palco accanto ai grandi nomi della musica non è una questione di visibilità, ma di responsabilità.
È un equilibrio fragile tra rispetto e identità, tra il mestiere appreso negli anni e il coraggio di mettersi in gioco, ogni volta, senza nascondersi dietro la perfezione.

Il lavoro del musicista vive spesso in uno spazio invisibile, fatto di scelte minime, di dettagli che il pubblico non vede ma percepisce. È lì che si misura la differenza tra eseguire e partecipare davvero alla musica che prende forma.

Il palco è solo una linea.
Ciò che conta davvero è il modo in cui la attraversi, ogni sera, portandoti dietro tutto quello che sei.

Le ultime puntate di “Masterclass”:

“L’irreversibile ZeroFollia” di Giulio Spadoni

Franz Di Cioccio e la PFM: l’uomo dietro il mito

Fabrizio “Cit” Chiapello e il Transeuropa Recording Studio

Matia Bazar: la visione contemporanea di Fabio Perversi

Unisciti a Zetatielle Magazine su Linktr.ee e ascoltaci su RID968.

Gae Capitano
Gae Capitanohttps://gaecapitano.it/
Paroliere, compositore, arrangiatore e musicista italiano. Disco d’Oro – Disco di Platino – Finalista Premio Tenco – Vincitore Premio Lunezia Autori- Vincitore Premio Panchina, Resto del Carlino – Vincitore Premio Huco- Finalista Premio De Andrè – Valutazione Ottimo Mogol e Docenti Centro Europeo di Toscolano
Logo Radio