Mondiali 2026: cosa sta succedendo davvero alla Nazionale italiana

Triplice fischio, partita finita e, puntuale come un orologio svizzero (o in questo caso bosniaco), arriva l’ennesima esclusione dal Mondiale per la nostra Nazionale.

Sono esattamente tre – fino ad oggi – le qualificazioni consecutive mancate dai nostri Azzurri per l’accesso alla Coppa del Mondo, ed è subito: record!

Una crisi storica senza precedenti per lo sport più amato dagli italiani. Mai la nostra Nazionale aveva ottenuto risultati così catastrofici, l’ultima partita ufficiale dell’Italia in questa competizione risale al 2014. Dodici anni senza un Mondiale, che diventeranno sedici dato che anche per i prossimi quattro staremo a casa. Ma, come amo dire, non c’è stupore senza sorpresa.

Sì, perché mi viene leggermente difficile restare sorpreso quando – da oltre un decennio – siam qui a ripetere le stesse cose dopo ogni debacle Azzurra e forse, non essendoci stato nessun cambiamento significativo, l’ennesima sconfitta era un po’ prevedibile no?!

Questa volta è toccato alla Bosnia farci fuori che, diciamolo, non è proprio il Brasile… un déjà vu, tre qualificazioni perse, rispettivamente contro Svezia (2018), Macedonia (2022) e – appunto – Bosnia Erzegovina (2026).

E se ai più ottusi non fosse chiaro dopo le batoste con Svezia e Macedonia che qualcosa andasse storto ora, complice la Bosnia, è davvero inevitabile constatare che c’è un problema nel sistema calcistico italiano. Vi spiego perché, fate un bel respiro e seguitemi.

L’ultimo dribbling del Divin Codino

Sono un nostalgico ed essendo tale vorrei star qui ad elencare la sfilza d’innumerevoli Stelle che hanno vestito la casacca della Nazionale italiana per spazzar via i nomi che ne fanno parte oggi ma, seppur ne godrei, in questo momento non avrebbe senso e sarebbe anche molto facile tra l’altro.

Un nome però, per amor di cronaca, sono costretto a farlo: Roberto Baggio.

Io non credo di dover stare qui a spiegare letteralmente chi è stato Roberto Baggio, non ha bisogno di grosse presentazioni uno dei più straordinari interpreti della storia del calcio. Quindi se non sai minimamente di chi sto parlando è più un tuo problema che mio.

Comunque, il Divin Codino (così soprannominato) è stato – ed è tutt’oggi – una figura trasversale, che si è guadagnato l’ammirazione di sportivi e tifosi contrastanti, sempre rispettato per la sua umanità e trasparenza oltre che per la classe infinita. Uno dei suoi punti forti era quello di anticipare le giocate, per usare un eufemismo, il pensare in anticipo il dribbling da fare per superare il prossimo avversario.

Ecco, proprio come in campo – il grande Roby – aveva già fiutato l’avversario che arrivava alle sue spalle e, già nel lontano 2010, tentò di anticipare l’ennesimo tackle senza indossare gli scarpini ai piedi, ma stando seduto dalla sua scrivania, dopo essere stato eletto presidente del Settore Tecnico della Federazione Italiana del Giuoco Calcio (FIGC). Baggio provò immediatamente a cambiare il sistema calcistico italiano non con dichiarazioni ad effetto per i mass media, ma con un progetto concreto e deciso a cambiare le regole.

Rivoluzione, formazione = modello

Il suo piano era una nuova riforma calcistica di oltre 900 pagine, questi i punti centrali:

  • rivoluzione dei settori giovanili: rendendoli il cuore del sistema e non luoghi secondari, ma veri centri di formazione tecnica e umana, con investimenti strutturali e continuità;
  • centralità della tecnica rispetto alla fisicità: il modello italiano da anni si basa su forza e tattica, bisognava riportare il focus su estro e creatività. Non servono culturisti ma calciatori;
  • nuova formazione per allenatori ed educatori sportivi: anche gli allenatori dovevano essere ripensati. Baggio puntava ad una formazione più moderna e meno rigida orientata allo sviluppo del talento, soprattutto nei giovani;
  • un modello ispirato ai sistemi più evoluti, basato su qualità e sviluppo: educazione, mentalità, gestione della pressione. L’obiettivo era formare atleti completi, non solo calciatori.

Insomma, non era un’idea romantica, ma una visione rivoluzionaria che avrebbe dovuto scuotere le fondamenta.

Morale della favola: esattamente tre anni dopo la sua elezione (2013) Roberto Baggio si dimette dalla sua carica dichiarando che il suo progetto era stato messo in un cassetto e mai davvero sostenuto dalla FIGC (probabilmente, per la Federazione, erano troppe 900 pagine da leggere), aggiungendo che lui voleva fare dei cambiamenti concreti e non tenere incollato il culo sulla poltrona. Insomma, Fuoriclasse si nasce.

Era il 2010 e c’era già chi aveva capito tutto

Il grande buco nero dei giovani

La narrazione più comoda spesso utilizzata per ridurre fatti complessi – come l’eliminazione per dodici anni da un Mondiale – in poche parole è: “non abbiamo più giocatori di talento”.

Beh, non è vero. Non è vero perché ne sono stato testimone da ragazzino: avendo militato nelle giovanili di squadre dilettantistiche e professionistiche posso garantire che il talento in Italia c’è. La differenza sta nel come ce ne si prende cura.

E se il mio esempio personale potrebbe essere opinabile, ciò che non lo è mai è la matematica.

La matematica non è un’opinione e, a testimonianza di questa logica incontrastabile, ci sono i risultati degli ultimi anni delle nazionali italiane di calcio maschile Under 19, Under 20 e Under 21. Ovvero quei ragazzi sconosciuti che non vengono quasi mai mostrati e passati in tv.

Negli ultimi anni l’Under 19 ha vinto un Europeo e giocato due finali Europee, l’Under 20 arriva seconda al suo Mondiale e l’Under 21 continua a qualificarsi alle fasi finali rimanendo una Nazionale competitiva nelle sue categorie. Quindi il talento c’è, ma è il sistema che non lo cura e lo disperde prima che arrivi davvero in alto. Ma in quale buco nero vengono risucchiate le nuove leve? Semplice, i giovani talenti si perdono:

  • tra prestiti infiniti in categorie e leghe minori;
  • tra panchine sistematiche;
  • tra squadre che non possono permettersi di aspettarli e coltivarli.

Molti Club italiani, soprattutto i più importanti, preferiscono sempre l’erba del vicino piuttosto che la propria. Pare che sia sempre più talentuoso lo straniero sconosciuto che l’italiano coltivato.

E qui arriviamo ad un altro nodo fondamentale.

Stranieri: il problema non è che ci siano, ma come e perché.

Qui serve chiarezza altrimenti, ai tempi d’oggi, si cade subito dalla padella alla brace. Non si tratta di farne un caso razziale, si tratta sempre di analisi, numeri e quindi di fatti: attualmente nella nostra Serie A militano all’incirca 600 calciatori professionisti di varie nazioni.

Di questi 600, circa 400 sono stranieri e, seguendo sempre la logica della matematica, ciò significa che due terzi del campionato italiano è composto da calciatori non italiani.

Ci sono squadre come il Como che in alcune gare hanno schierato un solo italiano su undici titolari.

Quindi, un po’ alla Marzullo, vi faccio la domanda e voi datevi la risposta: ma se nel nostro campionato la maggior parte dei titolari nei Club sono stranieri e i giovani talenti vengono dispersi chi ci va poi a rappresentarci nel mondo?

Ma c’è di più: gli stranieri che arrivano in Italia non sono nemmeno dei gran fenomeni, eccezion fatta per pochi.

In Serie A vediamo calciatori stranieri spesso mediocri e intercambiabili, o magari ci sono vecchie glorie straniere prese a costo zero – perché non hanno più mercato – che vengono a passare la “pensione” in Italia (vedi Modric, 40 anni) complice lo scarso livello del nostro campionato che, essendo diventato di quarta fascia, preferisce far giocare un 40enne piuttosto che il giovane promettente.

Ma perché vengono preferiti agli italiani? Facile: è sempre questione di soldi.

Oggi nel calcio italiano esistono controlli economici rigidi sui conti interni, cioè i Club devono dimostrare in modo continuo e documentato di essere in regola mentre all’estero i controlli sono meno centralizzati e più flessibili. Nei trasferimenti internazionali i pagamenti sono spesso dilazionati e gestiti direttamente tra Club. Questo non vuol dire che i debiti non esistano all’estero, ma che il sistema internazionale li rende un po’ più “malleabili”, così garantendo una maggiore accessibilità nell’operare sul mercato estero piuttosto che in quello italiano.

In altre parole: lo straniero non è scelto perché migliore è scelto perché più conveniente in termini economici.

E questo, chiaramente, cambia tutto.

Spostare ancora un po’ gli equilibri

Lo so, l’articolo sta diventando un po’ lungo ma è necessario se si vuol veramente capire oltre la becera lamentela del perché facciamo così cagare. Ti prometto che siamo quasi alla fine quindi fai un altro bel respiro e continua a seguirmi.

C’è un’altra figura che resta sempre defilata ma che ha preso sempre più consapevolezza negli anni gravando ulteriormente su questo teatrino. La si nota di rado, è più concettualmente astratta che concreta, ma quando si muove sposta non pochi equilibri: il procuratore. Se non ci fosse stato Mino Raiola oggi la sua figura sarebbe un mistero per tutti noi.

I procuratori dei calciatori sono diventati elementi sempre più centrali nelle dinamiche del calcio moderno e del calciomercato, vi spiego perché:

  • spostano giocatori con frequenza crescente;
  • alimentano trattative continue;
  • orientano scelte tecniche verso logiche economiche.

Il risultato di tutto ciò è un sistema instabile, dove: i giocatori diventano asset finanziari, i club ragionano per operazioni e non più per progetti, e la crescita tecnica passa in secondo piano. Potrebbero essere definiti intermediari tra Club e giocatori ma ciò che realmente conta per un procuratore è la sua percentuale sulla trattativa a beneficio del suo cliente (il calciatore).

E in un contesto già così fragile, dove l’equilibrio è precario, il procuratore sposta ancor di più l’ago della bilancia verso il baratro.

La “Riforma Zola” e il limite del sistema

A questo punto ci si potrebbe domandare: ma in questi dodici anni non è stato fatto davvero mai nulla per migliorare la situazione? Mmm, sì e no.

Tentativi di riforma ci sono stati, la cosiddetta Riforma Zola ne è un esempio.

L’obiettivo era chiaro: incentivare l’utilizzo dei giovani, soprattutto nei campionati minori, e spingere i club a investire davvero nei vivai. Almeno questo è ciò che risulta in breve sulla carta e suona anche molto bene… ma il problema non è la teoria, è la pratica.

Se sopra di te hai un sistema che non premia davvero il merito, non protegge i percorsi di crescita ed è dominato da logiche economiche immediate come sopra elencato, allora qualsiasi riforma resta confinata a livelli più bassi e non cambia mai realmente nulla dove conta davvero.

Il punto più basso? Le parole di Gravina

Siamo agli sgoccioli e un piccolo appunto va fatto sulle parole di Gabriele Gravina, ormai fresco di dimissioni ed ex Presidente della FIGC, subito dopo l’eliminazione in conferenza stampa.

Dopo un palese fallimento, da un vero leader, ci si aspetterebbe autocritica, consapevolezza o silenzio, forse.

Invece, in conferenza stampa, il buon Gravina dopo un paio di scuse inutili arriva a dichiarare che il calcio sarebbe “l’unico sport professionistico”, relegando non troppo implicitamente tutti gli altri sport a un livello dilettantistico.

Parole gravissime e soprattutto prive di significato, giusto qualche promemoria:

  • nel tennis, Jannik Sinner è diventato uno dei migliori al mondo, vincendo tornei dello Slam e trascinando l’Italia alla vittoria in Coppa Davis.
  • nell’atletica, alle Olimpiadi di Tokyo 2020, l’Italia ha scritto la storia con l’oro nei 100 metri di Marcell Jacobs e quello nel salto in alto di Gianmarco Tamberi.
  • nel volley, le nazionali italiane continuano a essere stabilmente tra le migliori al mondo, vincendo e competendo ai massimi livelli.

Nelle recenti Olimpiadi Invernali l’Italia ha raggiunto il più alto numero di medaglie mai ottenuto nella sua storia durante i Giochi olimpici: 10 ori, 6 argenti e 14 bronzi per un totale di 30 medaglie.

Insomma, “Fatti non pugnette” per citare l’assessore Palmiro Cangini, storico personaggio di Zelig interpretato da Paolo Cevoli.
Sono sport professionistici a tutti gli effetti.

E mentre tutto questo accade, Gabriele Gravina ha continuato a puntare il dito piuttosto che guardarsi allo specchio.

Il problema non è solo il fallimento, è far finta che non ci sia mai stato in dodici anni per restare incollato il più possibile a quella poltrona.

Il punto più onesto

Concludo dicendo che possiamo continuare a parlare di episodi, di sfortuna, di espulsioni, rigori e dettagli… ma la verità è molto più semplice:

il calcio italiano è un disastro da oltre un decennio. L’Europeo vinto nel 2020 è stato un’eccezione, un miracolo sportivo, ma mai un progetto.

La sconfitta contro la Bosnia non è il punto più basso ma il punto più onesto, perché toglie spazio ai se e ai ma, racconta esattamente quello che siamo. Perché alla fine il problema non è la Svezia, la Macedonia, Gattuso, Spalletti, Bastoni o la Bosnia di turno… il problema è uno solo: l’Italia non è più quell’Italia.

Potrebbe interessarti anche:

Italia sogna ripescaggio ai Mondiali 2026, quando decide Fifa e possibile girone

Unisciti a Zetatielle Magazine su Linktr.ee e ascoltaci su RID968.

Tony Annunziata
Tony Annunziata
Mi presento: il mio vero nome è Antonio Annunziata ma tutti mi chiamano Tony. Scrivo di videogiochi e cinema perché alla classica domanda: “che fai nella vita?” fatta ai pranzi di Natale dai lontani parenti devo pur rispondere qualcosa. Formato all’AIV (Accademia Italiana di Videogiochi) e addestrato all’Accademia di Cinema e Televisione Griffith, passo il tempo a criticare storie altrui per non soffermarmi sulla mia. Ho realizzato cortometraggi indipendenti, perché criticare i film non bastava: volevo creare qualcosa che qualcuno potesse demolire. A 22 anni ho vinto un torneo di FIFA con un braccio ingessato e so che può sembrare un dettaglio inutile ma: fallo tu se ci riesci! Ok, ora basta parlare di me, ho un Boss fortissimo da distruggere!
Logo Radio