Abiti e make up di Sanremo 2026: cronaca semiseria di una passerella emotiva

La serata inaugurale del Festival di Sanremo non è solo musica. È antropologia estetica. È un trattato sociologico su glitter, silhouette e scelte di styling che possono cambiare il destino di un’esibizione.

Tra colpi di genio, déjà-vu e qualche scivolone cromatico, ecco la mia personale mappa dello stile. Senza crudeltà, ma con onestà sartoriale.

Chi ha centrato il punto

Arisa – L’eleganza della sottrazione

Arisa sceglie Des Phemmes e dimostra che non serve strafare per lasciare il segno. Linee pulite, make-up calibrato al millimetro, onde morbide che accompagnano il viso senza sovrastarlo.

È un’estetica consapevole, adulta, misurata. L’eleganza che non chiede attenzione ma la ottiene comunque.

Patty Pravo – Icona in modalità bianco e nero

Patty Pravo sembra uscita da un film d’autore. L’abito firmato Simone Folco, impreziosito dai gioielli Bulgari, costruisce una narrazione teatrale ma controllata.

Non è nostalgia: è presenza scenica. Lei non segue la moda, la attraversa

Mara Sattei – Romanticismo con disciplina

Mara Sattei in Vivienne Westwood gioca con suggestioni anni ’50 rilette in chiave contemporanea.

Eyeliner grafico, blush rosato, labbra nude. Tutto dialoga con tutto. Il risultato? Armonia studiata ma naturale. Un equilibrio raro.

Belli ma con riserva

Levante – Perfetta, forse troppo

Levante sceglie Armani con gioielli Damiani. Costruzione impeccabile, silhouette precisa.

Il beauty wet e sun-kissed è raffinato. Ma manca il guizzo. Da lei mi aspetto sempre quell’elemento imprevisto che sposta l’asticella. Qui tutto è corretto. Forse troppo.

Ditonellapiaga – Estetica pop anni ’90

Ditonellapiaga abbraccia un immaginario da eroina manga anni ’90. Eyeliner deciso, glitter, rossetto rosso leggermente slavato.

È un look che divide. Ma la divisione, quando è coerente, è una scelta precisa.

Le note stonate

Elettra Lamborghini – Contrasti non risolti

Elettra Lamborghini in Tony Ward punta sull’effetto oro e su labbra fredde. Il problema è il dialogo tra i toni: l’insieme vira troppo verso l’aranciato e l’hairstyle appare poco strutturato.

Sanremo richiede costruzione, non improvvisazione

Serena Brancale – Troppa prudenza

Serena Brancale sceglie la via minimal. Nude make-up, capelli lisci, zero rischio.

L’unica vera vittoria? Il ritorno al colore naturale, che la rende più autentica. Ma da lei ci si aspetta più carattere.

Capitolo Laura: tre atti, un riscatto

Atto I – Il lato oscuro

Laura Pausini apre con un’allure gotica molto intensa. Suggestiva, ma leggermente eccessiva. Il rischio “Morticia” è dietro l’angolo.

Atto II – Transizione morbida

Il secondo outfit alleggerisce il tono, ma resta interlocutorio.

Atto III – Il blu che convince

Quando arriva il blu, tutto cambia. Il colore illumina l’incarnato, addolcisce i lineamenti e restituisce equilibrio.

Qui sì che l’immagine coincide con l’identità: potente ma accogliente. Questo è il punto esclamativo dopo due punti interrogativi.

Minimalismo che funziona

Malika Ayane – Rigore magnetico

Malika Ayane in Jil Sander sceglie la sottrazione. Linee nette, silhouette controllata, scarpa T-bar rétro come dettaglio colto. Soft smokey eyes, bocca nude, capelli à la garçon. Quando identità e rigore coincidono, non servono effetti speciali.

L’idea c’era, la magia meno

Gaia – Cabaret senza filtro contemporane

Gaia strizza l’occhio a suggestioni parigine e atmosfere da cabaret. Il problema? L’immaginario è troppo letterale.

Quando si evocano riferimenti così forti, serve reinterpretazione. Qui mancava proprio quel passaggio.

Gli uomini: promossi, sospesi, rimandati

Promossi

Michele Bravi in Antonio Marras: poetico, raffinato, coerente. Il contouring è teatrale, ma fa parte del personaggio

Tommaso Paradiso in Emporio Armani: essenziale, pulito, convincente.

Fedez in Jil Sander: minimalismo ben calibrato. Quando sceglie la linea netta, vince.

Dividono

Dargen D’Amico: estetica volutamente eccessiva, occhiali importanti, outfit che ricorda un parquet a spina di pesce. È il suo linguaggio. Ma all’Ariston l’effetto è più arredamento vintage che couture.

Jay1 in Dikson Lim: glamour costruito, scenicamente efficace.

Luchè in Louis Vuitton: interessante, ma più da rooftop milanese che da palco istituzionale.

Fulminacci: vibe nostalgica anni ’90, tra genialità e spaesamento.

Bocciati

Can Yaman: fisico impeccabile, ma lo smoking è un’altra grammatica.

J-Ax: texano da serie TV anni ’80.

Marco Masini: mood “sposo emozionato”.

Ermal Meta: atmosfera troppo rilassata per il palco più osservato d’Italia.

Sanremo resta un laboratorio di identità visiva. Alcuni hanno raccontato chi sono. Altri chi vorrebbero essere.

E sul palco dell’Ariston, la differenza si vede.

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Immagine di copertina generata con IA

Pablo Gil Cagné
Pablo Gil Cagnéhttps://gilcagne.it/
Pablo Gil Cagné è un make-up artist internazionale e direttore artistico della linea cosmetica Gil Cagné, marchio storico del beauty professionale oggi distribuito dal Baldan Group. Allievo e collaboratore del maestro Gil Cagné, ne prosegue la visione creativa curando collezioni, formazione e progetti speciali nel mondo della moda e dello spettacolo. È fondatore della Face Place Make-Up Academy di Roma e punto di riferimento nella formazione dei professionisti del settore
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