“Io sono notizia”: Fabrizio Corona e l’anatomia di una (ri)caduta

Iniziamo alla Mai Dire: Fabrizio Corona, un uomo un perché.

Il cosiddetto Re dei Paparazzi sarà anche un manipolatore, approfittatore, bugiardo e truffatore ma – di certo – non sarà mai un martire.

E questo non sono io a dirlo, sia chiaro, ma è ciò che si evince guardando Io sono notizia, la docuserie fatta di cinque mini-episodi diretta dal regista Massimo Cappello. Il documentario prodotto da Bloom Media House sta trascinando dietro di sé ulteriori polemiche, vista anche la recente notizia di come siano stati utilizzati dei fondi pubblici per realizzarlo. Sono infatti circa 800mila gli euro spesi per la produzione dell’opera su Fabrizio Corona.

Al netto di tutto ciò, vi dirò che la storia dei fondi pubblici non mi risulta neanche troppo antipatica: sapete negli anni quanti flop cinematografici sono stati fatti con sovvenzioni e nemmeno lo sapete?

Per esempio: Albatross (2025) di Giulio Base.

Ma come? Non lo conoscete? Esattamente! Con la bellezza di 1,5 milioni di euro di denaro pubblico utilizzati ne ha incassati appena 38mila al botteghino… come direbbe Corona: A-DRE-NA-LI-NA PURA.

Quindi, visti i precedenti, con la docuserie c’è andata anche di culo perché – scherzi a parte – il prodotto a livello qualitativo è sicuramente valido: infatti, per me, è ben pensato, intrattenente ed anche interessante, al di là dei pregiudizi che si devono avere quando si parla di soggetti simili al Fabrizione Nazionale.

Ma ora lasciatevi spiegare un po’ cos’è Io sono notizia.

Io sono notizia – viaggio di una docuserie

I treni di Io sono notizia procedono su quattro binari paralleli andando più o meno alla stessa velocità, tutti partono da lontano per poi arrivare alla nostra contemporaneità.

  • Il primo binario è quello più evidente: Fabrizio Corona.

Guardiamo da vicino la vita in formato “cinematografico” dell’ex valletto di Lele Mora, fatta di eccessi, complicità e reati raccontati come guasconate, con una lunga sequenza di “boiate” elevate a mito e, per quanto mi pesi dirlo, alcune di queste sono talmente assurde da risultare divertenti. Insomma, ci si ride anche su.

  • Il secondo binario è quello illusorio cioè: il racconto della realtà di cui Corona – probabilmente – si è autoconvinto negli anni per sopravvivere al suo stesso marciume. Lui è un martire, genio perseguitato e vittima di un sistema ingiusto. Un’illusione rivolta sempre e solo a chi è abbastanza “fesso” da crederci senza voler notare che, nella sua vita, le ingiustizie le ha quasi sempre fatte e non subite. Avete presente i tizi con torce e forconi che commentano suoi social con frasi del tipo “Fabrizio in prigione e gli assassini a piede libero”? Ecco, mi riferisco a quei soggetti lì. E vi assicuro che sono tanti.
  • Il terzo binario riguarda le testimonianze: gli intervistati, tutte persone che hanno avuto a che fare con Fabrizio Corona (nel bene e nel male), che arricchiscono il racconto con dettagli e loro punti di vista sulle vicende narrate.
  • Il quarto ed ultimo binario è occupato dalla società: questo è sicuramente il treno più interessante. “Io sono notizia” ci tiene a mostrarci la società in cui abbiamo vissuto e in cui viviamo oggi e, vi assicuro, c’è da piangere, perché se personaggi come Corona sono riusciti a proliferare nel tempo è anche colpa “nostra”.

Un prodotto che funziona (ed è anche questo il problema)

Mi duole dirlo ma, per onor del vero, va sottolineato che Io sono notizia è ben fatta.

Tutto è costruito con ritmo intrattenente ed incalzante, ogni episodio si chiude con “colpi di scena” o il principio di una qualche assurda vicenda di Corona che ha avuto risonanza nazionale e che viene lasciata in sospeso di proposito. Insomma, il classico gancio narrativo che spinge a guardare immediatamente l’episodio successivo, per intenderci. La scaltrezza e l’efficacia di questa docuserie sta anche nel rendere digeribile l’indigeribile mentre la si guarda: i fatti più gravi diventano aneddoti, trasformati in folklore, un circo grottesco dove lo spettatore va avanti osservando e mangiando noccioline mentre dovrebbe fermarsi per un attimo a riflettere.

Intervistati e la “Sindrome di Stoccolma”

Come vi dicevo pocanzi, la docuserie si regge anche sulle testimonianze di personaggi che, salvo rare eccezioni, appaiono – nonostante tutto – ancora ammaliati dal protagonista. L’ho soprannominato il circolino (per usare un suo eufemismo) di Fabrizio Corona.

E qui cominciamo ad osservare l’incredibile, una specie di Sindrome di Stoccolma, dove tutti i testimoni hanno dei validissimi motivi per odiare il protagonista della storia. Ma inspiegabilmente continuano comunque a far percepire una sorta di attrazione nei suoi confronti.

Attenzione, le persone che citerò non è che siano delle povere ed indifese vittime, sono tutte figure che hanno sguazzato in quel sistema viscido – in un certo senso complici – ma con ciò non significa che io giustifichi le azioni compiute da Corona. In parole povere, per me, non esistono santi lì in mezzo, non provo dispiacere, eccezion fatta per la Moric, e adesso vi dico il perché.

Lele Mora

Il Re dello Star System all’italiana degli anni d’oro televisivi berlusconiani era il passe-partout per chi voleva lavorare nel mondo dello spettacolo. Corona lo sapeva ed entra in intimi contatti con lui. Lele Mora nella docuserie allude anche ad alcune “coccole” da parte di Fabrizio che spesso si presentava come “suo fidanzato”. Il re dello star system, accecato d’amore, non si rende conto (o forse sì) di essere usato e la maggior parte degli scoop iniziali della “Corona’s” sarà lui a fornirli. Quando Corona diventa il “re dei paparazzi”, Mora non è più utile alla causa e viene totalmente abbandonato. Anni dopo tenterà il suicidio in carcere, ma quella è un’altra storia.

Francesca Persi

Collaboratrice fidata che gestisce gli affari mentre Corona entra ed esce dalle carceri. Si commuove raccontando quanto sia stato umiliante e difficile per lei finire agli arresti, incapace di guardare negli occhi i suoi familiari e soprattutto i suoi figli… sì, tutto molto commovente, peccato che poco prima racconti di aver nascosto 1,7 milioni di euro in nero per Fabrizio Corona nel controsoffitto della sua abitazione, dichiarando che se tornasse indietro rifarebbe tutto allo stesso modo.

Nina Moric

Arriviamo a Nina Moric: ex moglie dal 2001 al 2007 di Corona, appare spesso in difficoltà mentre racconta dinamiche drammatiche. Rivela di essere stata indotta all’aborto dal marito, una scelta a cui ha acconsentito, ma che non riesce a perdonarsi, e ne porta ancora i traumi. Corona stesso afferma che quel suo spingerla all’aborto fu “una manna dal cielo”, perché una gravidanza avrebbe ostacolato i guadagni che avrebbe ottenuto sfruttando totalmente l’immagine della Moric, che ai tempi era tra le Top Model più famose al Mondo. Il viscidume prosegue quando le chiede di avere un rapporto sessuale con Eros Ramazzotti, all’insaputa di quest’ultimo, per costruire uno scoop da vendere a qualche rivista. La Moric si rifiuta, incredula gli dice: «Ma io sono tua moglie…».

Questo è solo un piccolo assaggio di ciò che c’è all’interno di Io sono notizia. Ma c’è di più, ad esempio: altra assurdità è che molti dei reati vengono raccontati come “guasconate divertenti”, con avvocati e collaboratori che ridono delle stesse azioni che hanno portato a condanne molto pesanti. Il documentario fa passare il messaggio che atti gravissimi, come le estorsioni e l’utilizzo di soldi falsi, siano quasi tollerabili. L’intrattenimento diventa anestetico morale.

I reati, le condanne e il modello da NON seguire

Non si può raccontare questa storia senza mettere sul tavolo i fatti.

Fabrizio Corona è stato condannato in via definitiva dalla Corte Suprema di Cassazione a oltre 13 anni e 2 mesi di pena complessiva per reati accumulati e legati alla sua irrefrenabile voglia d’infrangere le regole per alimentare la sua fama da “bello e dannato” e di accumulare soldi a qualunque costo.

Tra i principali reati e capi d’accusa:

– Estorsione aggravata e sfruttamento di fotografie compromettenti

– Bancarotta fraudolenta e frode fiscale

– Detenzione di banconote false e altri illeciti finanziari

– Resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento

Quindi frasi del tipo “Corona si è fatto più anni di un assassino” non giustificano proprio nulla. Non è MAI un modello da seguire: non lo è per come ha trattato le persone, non lo è per come ha gestito le conseguenze dei suoi atti, e non lo è per come ha trasformato il vittimismo in spettacolo.

Un esempio emblematico è il caso della condanna per estorsione al calciatore David Trezeguet, dove la vittima ha affermato di non aver mai ricevuto minacce dirette. Questa versione sembra quasi assolvere Corona da ogni colpa ma, se si cambia il punto di vista, il sig. Corona metteva alle strette creando situazioni in cui dava l’illusione di avere una scelta:

I paparazzi ti hanno beccato mentre tradivi tua moglie, ti chiamo per salvarti. Posso venderti gli scatti a 20/30/40/50 mila euro per non farli uscire, ma se non paghi sei su tutti i giornali”. Non c’era nessun ingegno superiore ma solo manipolazione e pressione psicologica.

Uno specchio fedele della società

La docuserie ci dice tanto anche sulla società – preoccupante – in cui viviamo da decenni. L’ascesa di Corona parte dalla fine degli anni ’90 ed è un excursus fino ai giorni nostri e mostra anche il fascino morboso e malsano che il pubblico ha da sempre nutrito per le cadute degli idoli, i parallelismi con Berlusconi e il fatto che, in un modo o nell’altro, i ricchi e i potenti la fanno sempre franca.

Smontare Corona: anatomia di una caduta

Prima di concludere cerco di fare un po’ di chiarezza su come ne esce l’immagine di Fabrizio Corona da questo documentario:

  • non da martire: la narrazione insiste nel presentarlo come tale, vittima di accanimento giudiziario e mediatico. Ma il martirio presuppone assenza di scelta, mentre qui siamo di fronte a una sequenza reiterata di azioni consapevoli, rivendicate sempre con orgoglio per quanto ripugnanti, c’è vanto. Non c’è persecuzione quando il conflitto con la legge è spesso cercato, alimentato e monetizzato.
  • Non da mente superiore: qui l’intelligenza viene fatta coincidere con la capacità di manipolare e intimidire. Ma scambiare la furbizia per genio è un errore culturale. Sfruttare le debolezze altrui non equivale a visione o profondità: è abilità tattica, non pensiero.
  • Non da perseguitato: scontare pene non legittima le azioni che le hanno causate. Fabrizio Corona non è andato in carcere perché qualcuno se l’è inventato, ha commesso ed accumulato reati nel corso degli anni.
  • Non da outsider: Corona non nasce contro il sistema, ne fa parte. E quando dice che vuole vendicarsi di “quel mondo” o che si professa eroe del giusto non lo fa assolutamente mai per un’etica morale, ma solo e soltanto per tornaconto personale.

In sintesi Corona non è – come viene visto e venduto da tanti – nessun Einstein, dalla docuserie ne esce approfittatore, manipolatore che ha sfruttato ingenuità e fiducia altrui. Non che questo gli dispiaccia comunque.

Corona è una Vanna Marchi che ci ha creduto fino in fondo. In un’intervista la Marchi diceva: “Se sei stupido è giusto che vieni fregato”. Corona ha fatto esattamente lo stesso: con Nina Moric e chiunque si sia trovato nel suo circolo, sfruttando ingenuità e fiducia per il proprio portafogli.

Sipario

In definitiva, Io sono notizia non racconta la vita di un uomo straordinario, ma la parabola di un manipolatore che ha trasformato l’ingenuità, la fiducia e la curiosità degli altri in profitto e mito personale. Fabrizio Corona non è un martire, non è un genio, non è un eroe. E’ la personificazione del cinismo, un uomo che ride delle proprie malefatte e che ha insegnato a molti che il crimine può essere spettacolo. Se c’è un messaggio da trarre dalla serie, è semplice: guardare, capire e soprattutto NON imitarlo mai.

Io sono notizia vale la pena di essere visto? Secondo me sì!

Perché è un prodotto ben pensato, fatto bene ed interessante ma non aspettatevi nessuna nuova “notizia”. Ciò che ne esce è la (ri)caduta di un uomo che continua a raccontarsi storie perché non sa fare altro nella vita per giustificare il suo “prostituirsi” ad un sistema marcio da secoli.

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Tony Annunziata
Tony Annunziata
Mi presento: il mio vero nome è Antonio Annunziata ma tutti mi chiamano Tony. Scrivo di videogiochi e cinema perché alla classica domanda: “che fai nella vita?” fatta ai pranzi di Natale dai lontani parenti devo pur rispondere qualcosa. Formato all’AIV (Accademia Italiana di Videogiochi) e addestrato all’Accademia di Cinema e Televisione Griffith, passo il tempo a criticare storie altrui per non soffermarmi sulla mia. Ho realizzato cortometraggi indipendenti, perché criticare i film non bastava: volevo creare qualcosa che qualcuno potesse demolire. A 22 anni ho vinto un torneo di FIFA con un braccio ingessato e so che può sembrare un dettaglio inutile ma: fallo tu se ci riesci! Ok, ora basta parlare di me, ho un Boss fortissimo da distruggere!
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