A mente fredda, più o meno. Ho aspettato con grande ansia, e senza spoiler, che finisse la programmazione ufficiale su Sky di “Hanno ucciso l’Uomo Ragno – La leggendaria storia degli 883”, per poi consumarla tutta in una serata, che è diventata nottata. E con vibrante soddisfazione. Momenti di puro divertimento alternati a lucciconi che sfocano l’immagine sullo schermo. Ne è valsa davvero la pena, perché si racconta una storia che, almeno in parte, è anche la nostra storia.
Come ti va in riva alla città
Pavia, come Milano, e come Torino. La città delle “due discoteche centosei farmacie” non è poi così diversa dal “quartiere otto in riva alla città” meneghino, o dalla periferia nord-sud-ovest-est del capoluogo sabaudo. Poco importa che siano i primi anni Novanta, piuttosto che la seconda metà degli anni Sessanta, o la fine degli anni Settanta: è una storia da marciapiede, di quelle con “un po’ di rabbia in bocca, attento al primo treno che partirà. Tra quelli della strada, la prima musica dentro picchiava già”.
Già: passione per la musica, una rabbia dentro che in qualche modo deve venir fuori, e quel treno che probabilmente passa una sola volta nella vita, e che, se non lo prendi sei, destinato a una vita in doppiopetto pieno di stress. Anche se, col senno di poi, ti rendi conto che non è vero che c’è un solo treno che passa nella vita, ma tanti treni su cui solo tu hai il potere di decidere se saltarci sopra oppure no (cit. Max).
C’è chi ha avuto la fortuna di avere papà e mamma Pezzali che mettono a disposizione del figlio la tavernetta, per coltivare la passione, c’è chi invece suonava in una cantina insonorizzata con le confezioni vuote delle uova, o nella canonica di una chiesa, adibita a sala prove, per la disperazione del parroco. Della serie “c’è chi nasce con la camicia e chi nasce senza mutande“.
Musica e ragazze. Negli anni Sessanta e Settanta non c’era internet, non c’erano i social e non c’erano le chat: il gruppo parrocchiale era il punto di riferimento per la vita sociale dei ragazzi di allora.
Si baccagliava di persona, face to face, con alterni risultati, questo va detto, e spesso la musica era il mezzo ideale per far colpo sulla ragazzina che faceva battere il cuore e impazzire gli ormoni.
Che quasi sempre era la più figa della scuola, bionda con gli occhi azzurri, e non ti filava manco di striscio.
6/1/sfigato
Ho letto da più parti l’aggettivo “sfigato” riferito a Massimo, non ancora Max, e Mauro: mi permetto di dissentire. Forse è più indicato, soprattutto nel caso di Max “impacciato”, e soprattutto riferito al rapporto con l’altro sesso.
Un personaggio in cui riconoscersi: studente niente affatto modello, malato di musica, informatissimo su tutti i gruppi in voga nel periodo, trova la massima soddisfazione nel parlare al bar, davanti a una media scura, della storia di questo o di quello. Un personaggio in cui riconoscersi, appunto.
Con le ragazze è un altro discorso, perché nonostante gli sforzi c’è sempre il Cisco di turno, che pensa alla figa ventiquattro ore al giorno, trecentosessantacinque giorni l’anno, e ti fa sentire un incapace, al suo confronto.
Ma dietro l’angolo c’è sempre quell’amico, quello del “Tranquillo, siamo qui noi!”: che sia il compagno di banco o il ragazzo conosciuto al gruppo parrocchiale fa poca differenza.
L’amico che condivide le tue stesse passioni e che, a differenza tua, ha quel grado di pazzia che tu non hai, quello che ti sprona a fare cazzate, a provarci, a crederci. Quel grado di pazzia che fa trasformare i sogni in realtà.
Hanno ucciso l’uomo ragno
Torniamo alla serie TV. La storia nasce e si sviluppa grazie a una bocciatura, che porta ad una estate passata in città, a lavorare nel negozio dei genitori, e soprattutto al cambio di scuola.
Massimo, non ancora Max, e Mauro si ritrovano il primo giorno di scuola, compagni di banco, ed è proprio lì, tra un richiamo all’attenzione dell’insegnante della prima ora e una lezione mai ascoltata sulla filologia, che prende forma il progetto “883”, anche se i due ancora non lo sanno.
Complice una musicassetta mandata quasi per gioco, da Mauro, a Radio DeeJay, pian piano nasce il “duo”, o la “band” se preferite. Giorni e notti passate nella tavernetta pavese adibita a sala prove, un periodo vissuto a Milano nell’appartamento ad uso ostello, voluto da Claudio Cecchetto, per coltivare i giovani e sconosciuti talenti della sua scuderia, l’incontro con un Fiorello non ancora tale e un Sandy Marton, stanco e sfiduciato, che lascia la musica per dedicarsi a quello che forse sa fare meglio: il cuoco.
Insomma: quel treno di cui si parlava poco sopra, preso soprattutto grazie a Mauro.
Da quel banco di scuola al palco del Festivalbar, il passo non è affatto breve, anzi, non è neanche un passo, ma un balzo. Un grande balzo da supereroe. E neanche un supereroe qualcunque: è il balzo dell’uomo ragno.
Ma chi è l’uomo ragno degli 883?
La leggendaria storia degli 883
Dicevamo: Mauro Repetto.
Il merito indiscusso di “Hanno ucciso l’uomo ragno – La leggendaria storia degli 883“, è l’aver dato la giusta e meritata importanza a Mauro Repetto. Quello che la critica più superficiale aveva etichettato come “Il biondino che balla”, quando in realtà, è stato il vero deus ex machina del progetto.
Quell’amico che rinuncia al suo sogno e che non esita a metterti a disposizione l’ultimo ritrovato tecnologico dell’epoca per fare musica, pagato con i guadagni di un’estate passata a fare l’animatore in un villaggio turistico, perché vede in te quel talento che tu stesso ancora non hai scoperto.
Mauro Repetto è l’amico che un po’ tutti nella vita avremmo meritato di incontrare. Se non fosse stato per lui, probabilmente Massimo, mai diventato Max, avrebbe ereditato il negozio di famiglia e trascorso una vita grigia, piatta e insoddisfacente.
Il resto non ve lo spoilero, come è giusto che sia: vi lascio il gusto di scoprirlo da soli.
Gli anni
Voglio essere sincero: all’inizio ha guardato gli 883 con la spocchia di chi, abituato al progr e all’hard rock anni ’70, vedeva nel duo pavese qualcosa di troppo leggero e di puramente commerciale. Nel corso degli anni ho dovuto ricredermi.
Gli 883 hanno catturato l’essenza di un’intera generazione, e riuscire a beccare in pieno 20/25 anni di gioventù italiana non è cosa da poco. Le loro canzoni parlavano, e parlano, di noi: degli amici, dei sogni, di chi eravamo e di chi saremmo diventati. Raccontavano, e raccontano, di delusioni e fallimenti, di chi si arrendeva e di chi, invece, resisteva senza mai mollare.
Supereroi il cui superpotere sono proprio i sogni, quelli che che non si possono abbandonare.
Gli anni in motorino, senza casco e rigorosamente in due, gli anni dei pomeriggi in sala giochi, degli amori nati tra bigliettini e cartoline, delle telefonate nelle cabine con il telefono a gettoni o con il telefono di casa e sempre un genitore dall’altra parte della cornetta che ti faceva il terzo grado prima di passarti l’amico o l’amica. Nessun cellulare, un elenco telefonico per rubrica e pochi spiccioli in tasca, di norma elargiti di nascosto dai nonni.
Ma, soprattutto, gli anni della musica più bella, quella musica che ancora oggi riempie festival, serate, programmi televisivi. Quella musica ancora oggi copiata, riarrangiata, campionata, tradotta, riscritta, perché funziona sempre e ovunque.
Voglio essere sincero: qualche anno fa ho accompagnato la mia figlia più piccola a un concerto di Massimo, adesso Max Pezzali e in diversi momenti mi sono commosso. Lo dico senza nessun rimpianto ( e ci sta anche nessun rimorso), perché gli anni mi sono passati davanti come la rotta per casa di Dio.
Nord Sud Ovest Est
“Hanno ucciso l’Uomo Ragno – La leggendaria storia degli 883” è una serie che mi permetto di consigliare vivamente a tutti, anche a quelli che non sono esattamente fan degli 883, perché il tema reale è l’amicizia e la speranza. Per chi all’anagrafe ha superato gli -anta, una macchina del tempo su cui saltare molto volentieri per un viaggio a ritroso tra nostalgici rewind.
Ben recitata, egregiamente diretta da Sydney Sibilla, ottima la scelta degli attori. Elia Nuzzolo, che passa con disinvoltura dal ruolo di Max a quello del giovane Mike Bongiorno. Matteo Oscar Giuggioli, dalla somiglianza impressionante a Mauro Repetto. Davide Calgaro, forse il più affermato, perfetto nel ruolo di Cisco, e il grande Roberto Zibetti, che interpreta da par suo un Claudio Cecchetto, forse un tantino spocchioso, ma sicuramente efficace.
Una serie che merita sicuramente una seconda stagione. Si, perché c’è ancora tanto da raccontare, tanto da capire e, soprattutto, un domanda che rimane in sospeso: “Ma io questa come la ballo?”


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