La nepetella, il simbolo della spontaneità che ammalia i gatti

La nepetella: misteriosa e problematica origine del nome

La nepetella appartiene alle Labiate: ve la proponiamo, dunque, volentieri, nella nostra carrellata su questa importante e numerosa famiglia botanica. È stata classificata come Nepeta cataria L. e permangono molti misteri sul suo nome. Il genere Nepeta, infatti, potrebbe derivare da nepa, ossia scorpione, perché gli antichi credevano che curasse il morso dello scorpione stesso. Ma potrebbe anche essere un termine di origine etrusca, riferito alla città di Nepi, nei cui dintorni la pianta era assai diffusa.

macro di fiori lilla

Sull’aggettivo specifico cataria non ci sono dubbi: rivela che è amatissima dai gatti, con un’azione quasi ipnotica. Per questo motivo, è comunemente detta anche gattaia o erba gatta. Il sostantivo italiano nepetella è, invece, più problematico. Talvolta viene riferito ad altre due Labiate: la Satureia calamintha Sheele e la Calamintha nepeta Savi, che identificano piuttosto la mentuccia. Per evitare dubbi, dati dal fatto che la mentuccia è pure definita nepetella minore, nell’articolo assoceremo sempre la nepetella alla Nepeta cataria L.

un gatto che si avvicina a un vaso di nepetella su un balcone
nepetella-licenza-CC-by-ProgramadorCCCP

Una breve descrizione botanica

La nepetella è una specie erbacea originaria dell’Asia occidentale e dell’Europa sud-orientale, ormai diffusa in quasi tutto il nostro continente. Predilige come habitat i luoghi aridi, pietrosi e assolati ma non disdegna del tutto quelli umidi. Il suo fusto ramifica sin dalla base e può raggiungere il metro d’altezza. È d’aspetto grigiastro per la fitta tomentosità che lo ricopre. Le foglie peduncolate e opposte sono a forma di cuore, dal margine seghettato in modo grossolano.

I fiori sono riuniti in verticilli appariscenti, che formano una sorta di densa spiga. Sbocciano tra luglio e settembre e la corolla a due labbra, tipica delle Labiate, varia dal lilla all’azzurro. Il calice ha cinque denti lunghi e appuntiti. Per riconoscere la nepetella in natura, non basta basarsi su una semplice fotografia, ma occorre sempre usare come guida le chiavi botaniche.

fiore di nepetella

Nel corso della storia

È già citata da Plinio e Columella ma non è certo se tali autori si riferiscano alla mentuccia o alla nepetella vera e propria. Dioscoride ci tramanda che c’era già confusione nel I secolo, perché ne individua addirittura tre, una simile al basilico, una al puleggio e l’ultima al mentastro. Elementi che non ci permettono di riconoscerla con certezza. Nel Medioevo e Rinascimento, compaiono i termini calaminta e calamento, riferiti alla mentuccia, che era maggiormente impiegata in medicina. Il Mattioli è uno dei primi ad avvertire di non scambiare tale calaminta con l’erba gatta. Riferisce che, nella sua epoca (XVI secolo), in Lombardia sono purtroppo considerate la stessa cosa.

tavola di erbario con disegno di pianta

Secondo la tradizione irlandese

In lingua irlandese, la nepetella prende il nome di Míontas cait, che significa semplicemente “menta del gatto”. Nei secoli scorsi, in campagna, si cucivano topini di pezza imbottiti delle sue foglie essiccate, per far giocare i gatti e per tranquillizzare quelli troppo vivaci. Ciò avvenne in seguito alla vasta eco delle parole scritte nel XVII secolo dal botanico e medico inglese John Gerard, che vi riportiamo di seguito. “I gatti la apprezzano molto perché il suo profumo è così gradevole che si strofinano contro e si rotolano sopra la pianta e ne mangiano anche i rametti e le foglie con grande avidità”.

foglie con gocce di pioggia

Osservando il comportamento dei gatti in relazione alla nepetella, si pensò che potesse essere utile pure agli esseri umani. È, dunque, una tipica abitudine irlandese berne la tisana delle foglie prima di andare a dormire, per favorire il sonno. Ma guai a masticarne le radici, che renderebbero litigiose e violente persino le persone più mansuete! In alcune contee, si tramanda che un boia trovava il coraggio di eseguire le condanne capitali solo dopo aver masticato a lungo una radice di nepetella. In altre contee, si impiega l’intera pianta per aromatizzare l’aceto di sidro.

fusto di pianta
icenza-CC-by-Krzysztof-Ziarnek-Kenraiz.

Nel linguaggio dei fiori

A differenza della mentuccia, che rappresenta la saggezza, nel linguaggio dei fiori, la nepetella è simbolo di semplicità e spontaneità. Tale significato deriva dal fatto che non si tratta di una specie vistosa e che cresce nell’umiltà di prati e campi.

fusti fioriti

Principi attivi e impiego terapeutico

Usata più che altro in cucina per condire i funghi, la nepetella ha attualmente un impiego limitato in fitoterapia. E questo a dispetto dei suoi principi attivi, che sono interessanti. La droga, costituita dalla parte aeree della pianta, contiene olio essenziale, nel quale sono stati isolati carvacrolo, nepetalactone e timolo. Ci sono inoltre alcune sostanze amare.

La tisana, preparata come un tè e come qualsiasi altra bevanda alimentare da sorseggiare lungo la giornata, giova a chi soffre di disturbi nervosi. Si versano due cucchiai rasi di droga in mezzo litro d’acqua fredda. Si porta a bollore, si spegne subito e si lascia in infusione per una decina di minuti, prima di colare e dolcificare a piacere.

Senza naturalmente interrompere le cure mediche in corso, agisce come leggero ipnotico, inducendo il sonno, e come calmante in caso d’isteria. È antispasmodico della digestione e della respirazione: l’infuso fa passare il singhiozzo, ad esempio. È carminativo contro il gonfiore di stomaco, migliora la funzionalità del fegato (adatto anche a chi soffre d’itterizia) e lenisce i dolori mestruali, in quanto emmenagogo. Diventa un’occasione in più per lodare la sagacia dei nostri gatti, che gradiranno senz’altro un topino di stoffa imbottito di nepetella, alla moda irlandese.

ramo con foglie e fiori

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Maura Maffei
Maura Maffei
Maura Maffei è da trent’anni autrice di romanzi storici ambientati in Irlanda, con 17 pubblicazioni all’attivo, in Italia e all’estero: è tra i pochi autori italiani a essere tradotti in gaelico d’Irlanda (“An Fealltóir”, Coisceim, Dublino, 1999). Ha vinto numerosi premi a livello nazionale e internazionale, tra i quali ci tiene a ricordare il primo premio assoluto al 56° Concorso Letterario Internazionale San Domenichino – Città di Massa, con il romanzo “La Sinfonia del Vento” (Parallelo45 Edizioni, Piacenza, 2017) e il primo premio Sezione Romanzo Storico al Rotary Bormio Contea2019, con il romanzo “Quel che abisso tace” (Parallelo45 Edizioni, Piacenza, 2019). È a sua volta attualmente membro della Giuria del Premio Letterario “Lorenzo Alessandri”. Il suo romanzo più recente è “Quel che onda divide” (Parallelo45 Edizioni, Piacenza 2022) che, come il precedente “Quel che abisso tace”, narra ai lettori il dramma degli emigrati italiani nel Regno Unito, dopo la dichiarazione di Mussolini alla Gran Bretagna, e in particolare l’affondamento dell’Arandora Star, avvenuto il 2 luglio 1940, al largo delle coste irlandesi. In questa tragedia morirono da innocenti 446 nostri connazionali internati civili che, purtroppo, a distanza di più di ottant’anni, non sono ancora menzionati sui libri di storia. Ha frequentato il corso di Erboristeria presso la Facoltà di Farmacia di Urbino, conseguendo la massima votazione e la lode. È anche soprano lirico, con un diploma di compimento in Conservatorio. Ama dipingere, ha una vasta collezione di giochi di società e un’altrettanto vasta cineteca. È appassionata di vecchi film di Hollywood, quelli che si giravano tra gli Anni Trenta e gli Anni Sessanta del secolo scorso. Tra i registi di allora, adora Hawks, Leisen e Capra. Mette sempre la famiglia al primo posto, moglie di Paolo dal 1994 e madre di Maria Eloisa.