“Per sempre si” di Sal Da Vinci parlerebbe di amore tossico, criminalità e conterrebbe messaggi subliminali? Il disincanto della libertà di stampa e le idiozie dei social. Editoriale di Tina Rossi
La vittoria di Sal Da Vinci al Festival di Sanremo 2026 con Per sempre si ha riportato al centro della discussione una questione che accompagna la storia del Festival da decenni: cosa significa davvero “canzone sanremese”. Per anni la critica musicale ha rimproverato alla manifestazione di aver smarrito il proprio linguaggio, di aver rincorso modelli sonori pensati per lo streaming globale sacrificando la tradizione melodica che aveva reso celebre la kermesse in tutto il mondo. Poi accade qualcosa di semplice e quasi disarmante: vince una canzone romantica, costruita con la grammatica classica della canzone italiana, e improvvisamente il dibattito si riaccende come se qualcuno avesse scoperto un segreto nascosto sotto il palco dell’Ariston. Il brano di Sal Da Vinci, malgrado un moderno filo di reggaeton che lo accompagna, non nasconde la propria identità melodica.
La struttura procede con una progressione emotiva chiara, la voce guida l’orchestra con una teatralità che appartiene alla tradizione italiana e il ritornello si imprime nella memoria con quella naturalezza che la musica leggera italiana ha sempre cercato.
In altre parole, Sanremo ha premiato una canzone che funziona secondo regole antiche e molto semplici: una melodia forte, un testo sentimentale, un cantante capace di interpretare il canto in racconto. Ma allora, perché qualcuno sembra stupirsi quando il pubblico riconosce e premia proprio quel tipo di canzone squisitamente “nazionalpopolare”?
50 anni di carriera tra palco e realtà
Per capire davvero la portata di questa vittoria bisogna guardare alla traiettoria artistica di Sal Da Vinci, un percorso che attraversa teatro musicale, televisione e tradizione napoletana. Nato in una famiglia profondamente legata alla scena artistica partenopea, Da Vinci cresce letteralmente dietro le quinte, assorbendo fin da bambino quella miscela di canto e recitazione che caratterizza la sceneggiata napoletana. Questo ambiente forma un interprete abituato a considerare la canzone come un atto teatrale, non come una semplice interpretazione.
Si fa le ossa cantando ai matrimoni e negli anni la sua carriera si sviluppa lungo due linee parallele: da una parte il repertorio melodico popolare, dall’altra il teatro musicale che lo porta a confrontarsi con ruoli e spettacoli capaci di rafforzare la sua presenza scenica. Questa doppia esperienza spiega molto della performance portata sul palco dell’Ariston. E non c’è dunque da stupirsi se, diciassette anni dopo la sua “prima volta”, Sal Da Vinci torna a Sanremo sfoggiando tutto il suo bagaglio artistico interpretando Per sempre si non come una canzone qualsiasi, ma come una scena emotiva, un piccolo racconto in cui ogni parola possiede un gesto, ogni frase ha un’intenzione teatrale.
La sua voce ha maturato quell’intensità tipica dei cantanti che provengono dal teatro, una modalità espressiva che amplifica le sfumature melodiche e rende credibile la dimensione sentimentale del brano. Il risultato appare coerente con tutta la sua carriera: un interprete che non ha mai rinnegato la tradizione melodica e che, proprio per questo, riesce a portarla sul palco di Sanremo senza filtri o travestimenti stilistici.
Del resto, chiunque salga su quel palco si gioca tutte le carte che ha, perché Sanremo è Sanremo.
Sal Da Vinci si megl’e Pelè
Il rientro di Sal Da Vinci a Napoli dopo la vittoria ha offerto una fotografia perfetta del rapporto tra la città e i suoi artisti. L’accoglienza riservata al cantante non ha avuto nulla della compostezza istituzionale che spesso accompagna i vincitori del Festival. Napoli ha reagito con entusiasmo spontaneo, con quella partecipazione emotiva che trasforma ogni successo artistico in un evento collettivo. Tra applausi, cori e telefoni alzati come torce luminose, l’atmosfera ha ricordato le immagini d’archivio degli anni d’oro dei goal di Maradona e la vittoria dello scudetto del Napoli, anche se, in questo caso, parliamo dell’acclamazione collettiva che consacra Sal Da Vinci a portavoce di un’identità culturale condivisa.
Ma che doveva fare dopo che il cantante ha dichiarato “dedico questo premio alla mia città, Napoli”?
Qualcuno ha scherzato parlando di un ritorno degno di un reduce di guerra vittorioso, una metafora ironica che racconta comunque una verità profonda: nella città la musica possiede un valore simbolico che va oltre l’intrattenimento. Napoli difende con orgoglio la propria tradizione melodica e celebra chi riesce a portarla sul palcoscenico nazionale.
L’ha sempre fatto: perché stupirsi?
Da Vinci incarna proprio quella continuità culturale che lega il teatro popolare, la sceneggiata e la canzone contemporanea. Il pubblico partenopeo riconosce in lui un interprete capace di parlare la lingua musicale della città e l’entusiasmo con cui è stato accolto non nasce quindi da un semplice campanilismo, ma dalla percezione che quella vittoria rappresenti anche il riconoscimento di una tradizione musicale che Napoli considera parte essenziale della propria identità.
“Se bruciasse la città”
Arriviamo alla dolente nota del presunto plagio di “Se bruciasse la città” di Massimo Ranieri. A parte il fatto che sono tra quelle persone che non hanno votato per questo brano e non avrebbero mai dato la vittoria a Per sempre si, e a parte il fatto che in questo festival si sprecano le “assonanze” (come le ho chiamate in un altro articolo in cui ne ho parlato abbondantemente) con brani già conosciuti, c’è da spiegare bene cosa la legge intende per plagio e come, fatta la legge, “trovato l’inganno”. Il reato di plagio è configurato dalla legge 22 Aprile 1941 n.633 e non riguarda solo melodie identiche ma può riguardare armonie, ritmi, testi o persino l’intera struttura di un brano.
La legge non protegge l’idea astratta (ad esempio, “una canzone d’amore con una chitarra acustica”), ma la forma espressiva di quell’idea. Ciò significa che una progressione di accordi comune, di per sé, difficilmente costituisce plagio (fonte DANDI Diritto d’autore e Industriale).
Detto ciò, vi spiego perché Sal Da Vinci non può essere accusato di plagio e com’è stato abbastanza furbo ad aggirare il pentagramma.
Battere o levare? Questo è il problema
L’assonanza esiste davvero e chi possiede familiarità con le note musicali la percepisce quasi immediatamente. Le due canzoni condividono una costruzione armonica che prepara con gradualità l’esplosione del ritornello, utilizzando un andamento melodico ascendente capace di aumentare la tensione emotiva.
Anche l’orchestrazione gioca un ruolo simile: gli archi accompagnano la voce con una funzione narrativa, quasi cinematografica, creando un clima drammatico che sostiene l’interpretazione vocale. Tutta la struttura degli arrangiamenti è praticamente identica con toni più moderni e vicini a un ritmo di reggaeton, ma quando si arriva al ritornello c’è una sostanziale differenza che brucia ogni possibilità di rivendicazione: va in battere piuttosto che in levare, come invece accade in “se bruciasse la città”.
Diciamo che Sal Da Vinci si inserisce in quella linea artistica senza nasconderne le radici. La somiglianza diventa quindi un elemento interessante da analizzare, perché dimostra come certe strutture melodiche continuino a funzionare anche a distanza di decenni. Il pubblico riconosce quella grammatica emotiva e la accoglie con entusiasmo e la canzone funziona – e non mi riferisco solo a Sal Da Vinci – perché solletica e stuzzica il nostro juke box mentale che ha in archivio musiche che, quando si ripropongono attraverso nuovi brani, sono delle “confort zone” e, dunque, il cervello riconosce come famigliari le nuove melodie e le assimila con più facilità e piacere.
Il complotto del “si” e altre fantasie politiche
Se la discussione musicale può risultare interessante, quella politica ha raggiunto livelli di fantasia degni di un romanzo distopico. Il titolo Per sempre si ha suggerito a qualcuno l’idea che la canzone possieda un significato nascosto legato al prossimo referendum.
Secondo questa teoria, la ripetizione insistita della parola “sì” nel ritornello avrebbe il compito di influenzare psicologicamente gli elettori e indurre al voto. Il ragionamento presuppone che milioni di ascoltatori interiorizzino inconsciamente il messaggio musicale e lo trasferiscano nella cabina elettorale. Una simile interpretazione possiede un fascino involontariamente comico.


Se ogni ritornello romantico contenesse un sottotesto elettorale, la storia della musica leggera nazionale diventerebbe una lunga campagna referendaria iniziata nel dopoguerra. Il fatto che qualcuno riesca a intravedere una strategia politica dietro una ballata sentimentale racconta molto del clima mediatico contemporaneo, dove anche una semplice dichiarazione d’amore rischia di trasformarsi in oggetto di interpretazioni geopolitiche.
La cazzullata di Cazzullo
Tra le polemiche nate attorno alla vittoria del brano, quella scatenata dalle parole di Aldo Cazzullo – da cui mi dissocio come giornalista e come fruitrice di musica – merita una riflessione più seria. Non si è trattato di una battuta pronunciata con leggerezza, ma di una dichiarazione vera e propria che ha associato la canzone a un immaginario criminale. Un commento di questo tipo risulta infelice e inadeguato perché riduce una tradizione musicale complessa a uno stereotipo culturale, perché un conto è fare una battuta ironica in un contenuto di matrice ironica, e un conto è fare una dichiarazione seria in un contesto serio.


La reazione del mondo dello spettacolo è arrivata con una rapidità sorprendente. Comici, attori, cantanti e personaggi televisivi hanno preso posizione pubblicamente per difendere Sal Da Vinci e per ricordare che la melodia napoletana (anche se è bene ricordare che il brano in sé non è identificabile con la “canzone napoletana” e men che meno con il genere “neomelodico”) rappresenta una delle espressioni più importanti della cultura musicale italiana. La polemica ha assunto dimensioni quasi teatrali, con interventi televisivi, commenti ironici e prese di posizione che hanno trasformato la vicenda in un caso mediatico.




Se la napoletanità di Sal Da Vinci turba qualcuno, consiglio di evitare la visione della prossima edizione del Festival – ricordo a tuti che Stefano De Martino è di Torre Annunziata, provincia di Napoli.
Amore tossico, patriarcato e la psicosi educativa
Non poteva mancare il capitolo più incredibile della narrazione mediatica: secondo alcune analisi – tra cui quella di una dottoressa intervenuta a commento della canzone – Per sempre si conterrebbe tutti gli elementi di un pericoloso messaggio educativo. A detta di questa lettura, il brano parlerebbe di amore tossico, dipendenza affettiva e persino di patriarcato, trasformando una semplice dichiarazione d’amore in una minaccia per l’educazione sessuale dei giovani. Secondo questa teoria, i versi della canzone potrebbero plasmare la mente di adolescenti innocenti e condurli a modelli relazionali malsani. Addirittura c’è chi ha espresso indignazione per la presenza di questo brano sullo stesso palco su cui è salito il padre di Giulia Cecchettin.


La logica della critica sembra seguire un filo coerente ma completamente astratto: se Per sempre si è “pericolosa”, allora canzoni come Giulia di Gianni Togni diventerebbero istigazioni al suicidio, mentre Non vivo più senza te di Biagio Antonacci dovrebbero essere immediatamente bandite dalle radio e dai festival, e con loro, il 90% di tutto l’archivio storico musicale italiano. L’effetto complessivo è surreale: qualsiasi melodia romantica che esplori il tema dell’amore eterno viene trasformata in potenziale minaccia sociale.
La battuta del secolo sembra essere che Sanremo non premi più canzoni innocue, ma strumenti di indottrinamento emotivo. Il paradosso di questa posizione è lampante: mentre la musica ha da sempre raccontato passioni, crisi e legami sentimentali, oggi qualcuno la osserva come se fosse un manuale pedagogico da censurare, dimenticando che la forza di una canzone risiede proprio nella sua capacità di evocare emozioni, non di impartire lezioni morali.
Il linguaggio non verbale
La performance di Sal Da Vinci sul palco dell’Ariston offre anche un esempio molto interessante di linguaggio non verbale applicato alla musica popolare. La canzone viene accompagnata da una sequenza di gesti che seguono il testo quasi come una coreografia narrativa.
Perché Sal Da Vinci ha scelto questo linguaggio?
Semplice: perché costruisce un ricordo. Mi spiego.
Innanzitutto, crea un “hipe” per il finale, crea l’attesa e contemporaneamente, stimola la voglia di rivederli. È un linguaggio co-verbale, cioè che unisce le parole ai gesti e questo rafforza la memorizzazione del brano. Ma analizziamo frase per frase.
Il messaggio subliminale della coreografia
Quando il cantante pronuncia la frase “con la mano sul petto”, porta davvero la mano sul cuore, un movimento che ricorda immediatamente il gesto compiuto durante l’esecuzione dell’inno nazionale. Questo gesto evoca solennità e orgoglio, trasforma la promessa amorosa in una dichiarazione quasi patriottica. Subito dopo, sulle parole “io te lo prometto”, Da Vinci incrocia due dita davanti alla bocca nel classico gesto infantile del “giurin giuretto”, un segnale universale che richiama sincerità e impegno morale e questo ispira credibilità in chi lo ascolta.
La frase successiva introduce il riferimento “davanti a Dio”, e qui emerge un richiamo esplicito alla dimensione spirituale e religiosa che continua a rappresentare una componente importante dell’identità culturale italiana. Il momento successivo arriva con “saremo io e te”, quando il cantante utilizza un gesto deittico indicando con il dito indice il pubblico, creando un punto focale che rafforza l’idea di un legame diretto a tu per tu con l’ascoltatore.
Sulla parola “accussì” compare invece un gesto batonico molto chiaro: il pugno batte sull’altra mano seguendo il ritmo, scandendo la frase come un colpo di martello emotivo. Infine, nel verso conclusivo “sarà per sempre si”, Da Vinci punta l’indice verso l’anulare sinistro dove si porta la fede nuziale, un altro gesto deittico che rafforza il legame con chi ascolta e guarda, ma soprattutto genera intimità e coinvolgimento.
Ma non volevate la canzone nazionalpopolare?
Nel mezzo di tutte queste discussioni, la riflessione del critico musicale Lele Boccardo riassume con chiarezza il paradosso dell’intera vicenda. “da anni ci lamentiamo che a Sanremo non vince una canzone “sanremese” che abbia le caratteristiche di una canzone d’amore, leggera e orecchiabile, e ora che vince una canzone “nazionalpopolare” ci lamentiamo che non va bene? E perchè? Perchè è napoletano? Oppure perchè parla di un amore eterosessuale, che poi non è neanche vero, perchè parla di un amore tra due persone, indipendentemente dall’orientamento sessuale? Perchè tutte queste polemiche? Io non ci vedo tutta questa dietrologia e sinceramente a me piace”.
Le sue parole fotografano una contraddizione tipica del dibattito musicale italiano. Quando il Festival premia brani costruiti per le piattaforme digitali, molti rimpiangono la melodia tradizionale. Quando quella melodia torna a vincere, qualcuno prova a smontarla cercando significati nascosti o implicazioni ideologiche. La canzone di Sal Da Vinci sembra sfuggire a questo gioco di interpretazioni. Funziona perché utilizza una grammatica emotiva semplice e diretta, la stessa che ha reso memorabili decine di classici della musica italiana. Il pubblico l’ha riconosciuta immediatamente, e questo probabilmente rappresenta l’unico dato davvero rilevante dell’intera vicenda.
Per sempre si: una canzone che funziona davvero
Se, nonostante tutte le polemiche, Per sempre si continua a piacere, il merito va attribuito principalmente alla maestria con cui è stata costruita. La canzone non si limita a essere melodicamente accattivante, ma gestisce con precisione tutti gli strumenti della comunicazione musicale: il ritornello trascinante, il fraseggio che fa impazzire, il linguaggio non verbale, i gesti scenici che trasformano la performance in un piccolo rituale teatrale.
Dietro questo brano si percepisce anche un’eredità di consensi accumulata con il precedente successo di Da Vinci, Rossetto e caffè, che aveva già abituato il pubblico a un certo equilibrio tra teatralità, orecchiabilità e coinvolgimento fisico. L’imprinting melodico possiede una firma riconoscibile, quasi d’altri tempi, che ricorda lo stile di Gigi D’Alessio, con quel misto di passione, immediatezza e senso del ritmo che funziona sia sul palco che nelle sale da ballo.
Ed è proprio il ritmo – una sorta di reggaeton italiano calibrato – a rendere la canzone adatta ai balli di gruppo. Qui si apre un discorso curioso: i balli collettivi hanno attraversato cicli storici alterni, ma sono di preistorica memoria e affondano le origini nel ballo tribale. Dagli anni Settanta con la febbre del sabato sera, passando per un periodo in cui furono considerati antiquati, fino al revival attuale con il reggaeton che richiama psicologicamente il divertimento, la leggerezza, le vacanze, e il Festival lo ha capito bene. Da qualche anno, infatti, strizza l’occhio a questi brani diventando più una sorta di Festivalbar pre-estivo piuttosto che una kermesse invernale.
Del resto, vi siete mai chiesti perché ad “Affari tuoi” tutti gli stacchetti musicali sono brani del festival di Sanremo?
Se non sapete la risposta, ve la do io.
Forse non tutti sanno che…. Nel regolamento del festival della Canzone Italiana, a pagina 23, gli artisti firmano una manciata di clausole molto importanti: “I diritti di Rai includono anche le seguenti facoltà, esercitabili da Rai senza alcun vincolo e con la massima libertà artistica: (…) utilizzare brani/sequenze delle riprese del Festival anche (ma non solo) per fini promozionali e/o pubblicitari degli stessi e/o di Rai e/o dei suoi prodotti/offerte e/o dei prodotti/offerte facenti capo alle società del Gruppo Societario e/o di terzi, eventualmente anche inserendo detti brani e/o sequenze nell’ambito di altri programmi e/o prodotti”.
E ancora: “Gli Artisti, le relative Case discografiche e tutti i soggetti, a qualsiasi titolo, aventi diritto sulle canzoni e/o interpretazioni-esecuzioni rese nell’ambito della e/o ai fini della partecipazione al Festival 2026 concedono a Rai e, per essa, ai suoi aventi causa a qualsiasi titolo, senza limitazioni di spazio, di tempo e/o di passaggi e su base esclusiva (qui riassumo) i diritti ivi compresi quelli di qualsiasi sfruttamento economico e commerciale.
Tutto chiaro?
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