Professione: scoprire l’acqua calda. L’informazione nell’era dei social

C’è una categoria sempre più affollata nel panorama dell’informazione locale italiana. Non è una scuola, non è una corrente culturale e nemmeno una vera professione, anche se spesso si presenta come tale. È la schiera di scrittori, pubblicisti, commentatori e aspiranti giornalisti che, nella provincia italiana — operosa quando serve raccontarla così, sonnolenta quando conviene dipingerla diversamente — si dedicano alla cronaca del quotidiano con entusiasmo instancabile.

Cronacano tutto. Gli alberi, le buche, le polemiche di cortile, il nulla abilmente travestito da notizia e il niente trasformato in emergenza sociale. La politica, naturalmente, occupa uno spazio privilegiato: osservata, analizzata e quasi sempre giudicata con una curiosa costanza di vedute. Chi governa, in questa narrazione, è spesso colpevole a prescindere, reo di non comprendere i problemi reali e, metaforicamente, di limitarsi a “buttare la palla in tribuna”.

Scrivere di tutto, in sé, non rappresenta un problema. Il pluralismo dell’informazione è uno dei pilastri della democrazia. Il punto critico emerge quando alla quantità non corrisponde la qualità, e quando la carenza di approfondimento viene compensata con una narrazione che sconfina facilmente nella romanzatura. Più che cronaca, in molti casi, si tratta di narrativa improvvisata, raramente dichiarata come tale.

Professione: scoprire l’acqua calda

Negli ultimi tempi, tuttavia, sembra essersi affermata una disciplina ancora più diffusa: la scoperta dell’acqua calda. Una pratica tanto semplice quanto efficace. Funziona così: si prendono dinamiche già note, scenari già ipotizzati o situazioni già discusse, e le si ripropone con toni solenni, come fossero rivelazioni inedite o analisi profetiche.

Il meccanismo è collaudato. Si annuncia con sicurezza ciò che accadrà, eliminando dubbi e sfumature, e si invita implicitamente il lettore ad affidarsi alla presunta lucidità dell’autore. Poco importa se quelle stesse considerazioni erano già state espresse settimane o mesi prima, talvolta persino dallo stesso autore. La ripetizione, nell’ecosistema comunicativo attuale, spesso non penalizza: rafforza.

In questo scenario, i social network svolgono un ruolo determinante. Hanno ampliato in modo straordinario l’accesso alla parola pubblica, trasformando ogni opinione in potenziale contenuto virale. È un risultato coerente con i principi democratici, ma porta con sé un effetto collaterale evidente: la percezione di novità non dipende più dalla reale originalità delle idee, bensì dalla loro esposizione mediatica.

Così, concetti già sedimentati vengono rilanciati come intuizioni rivoluzionarie. Argomenti affrontati e ri-affrontati assumono l’aspetto di rivelazioni. Il già detto si trasforma in analisi, il noto diventa scoperta, l’ovvio assume il tono della profezia.

Scrivere non è solo un diritto, ma una responsabilità

Il fenomeno produce una figura ormai riconoscibile: il commentatore part-time che interpreta verità consolidate con l’atteggiamento di chi crede di aver appena illuminato il dibattito pubblico. Non si tratta necessariamente di cattiva fede, quanto piuttosto di una dinamica comunicativa che premia la visibilità più dell’approfondimento e la ripetizione più della ricerca.

Il risultato è un’informazione che rischia di muoversi in cerchio, dove la banalità assume il peso dell’autorevolezza e l’eco digitale amplifica contenuti già metabolizzati dall’opinione pubblica. Nel frattempo, il lettore si trova immerso in un flusso continuo di analisi che spesso spiegano ciò che è già ampiamente compreso.

Scrivere resta un diritto, oltre che una responsabilità. La libertà di espressione rappresenta una conquista irrinunciabile e i nuovi strumenti digitali ne hanno esteso la portata in modo senza precedenti. Tuttavia, proprio questa libertà richiede uno sforzo ulteriore: distinguere tra informare e riempire spazio, tra interpretare la realtà e limitarsi a ribadirla.

Perché raccontare il presente significa provare a comprenderlo, non limitarsi a ribattezzarlo. E, soprattutto, significa evitare di presentare come rivelazione ciò che, per molti, è semplicemente il rumore di fondo della quotidianità.

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Antonio Di Trento
Antonio Di Trentohttps://evasioniinnocenti.blogspot.com/
Conduttore radiofonico e giornalista, laureato in Lettere e Filosofia con una tesi in Storia e Critica del Cinema presso l'Università Sapienza di Roma. Ha ricoperto il ruolo di responsabile dell'ufficio stampa per diverse aziende e società e, dal 2019 al 2024, è stato portavoce presso il Parlamento europeo a Bruxelles. Tra i fondatori dell'Agenzia di Comunicazione 26 Lettere, ha curato e cura rubriche di musica, cultura ed enogastronomia per diverse testate giornalistiche, sia online che cartacee. È autore del blog Evasioni Innocenti, dove scrive di amore, sentimenti e altri disastri. Di sé dice: "Sono nato in riva al mare, ieri con decorrenza oggi. Mi piace la leggerezza, in qualunque salsa. Se mi alzo presto, mi siedo sul divano e ci resto fino alle 11; poi colgo l'occasione e realizzo, ma sempre con la testa staccata dalle spalle. A volte sembro lento come un messicano, altre veloce come Speedy Gonzales (che, in fondo, è sempre sudamericano). Sono “assuefatto” alla musica di Pino Daniele e dei Level 42, alla scrittura di Peppe Lanzetta, al teatro di Enzo Moscato e al cinema di Pappi Corsicato. Vivo con Silvia e 5 cani, a duecento metri da mia madre, da tutti conosciuta come: la Peppina nazionale.
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