Referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati: risultato e analisi di cosa resta a noi cittadini dopo la vittoria del NO.
Sipario. Si spengono le luci, tacciono le voci ed il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati di cui abbiamo tanto chiacchierato in questi ultimi mesi si è concluso con la vittoria del NO, con il 53% dei voti favorevoli, contro il 47% dei voti per il SI.
Un risultato limpido – almeno nei numeri – ma decisamente meno chiaro nel modo in cui si è arrivati a questo voto, perché più che una semplice bocciatura o approvazione di una riforma, questo referendum, ha messo in evidenza un problema molto più grave a mio avviso: la scarsa volontà di affrontare seriamente temi complessi nel dibattito pubblico italiano da parte della nostra classe politica.
Ma con ciò cosa intendo? Mi spiego meglio…
Una riforma complessa
Premessa, non sono un esperto in politica, sono un umile elettore (probabilmente come te che stai leggendo) e da tale ho fatto il mio compito da onesto cittadino: mi sono informato e poi ho fatto la mia scelta nel seggio elettorale, ma diciamocelo apertamente: la separazione delle carriere dei magistrati è un tema che riguarda noi cittadini fino ad un certo punto e non perché non sia importante anzi, è un tema tecnico con implicazioni profonde sull’equilibrio tra i poteri dello Stato, ma semplicemente perché ci hanno convocati al voto per una questione di cui la maggior parte di noi non ne capiva granché.
Tanti, me compreso, non si sono mai lontanamente avvicinati all’idea di aprire un libro su tematiche giuridiche ma da ciò che si è visto, pare, che anche chi ha indotto questo referendum ne sapesse quanto la stragrande maggioranza di noi.
Comunque nel dibattito pubblico, in sintesi, ci si è divisi in due categorie:
- per i pro SI, questo referendum era la totale soluzione a problemi cronici della giustizia;
- per i pro NO, un rischio reale per la democrazia e la nostra Costituzione.
Due posizioni legittime, ma spesso raccontate in modo tale da risultare più utili alla mobilitazione che alla comprensione.
Il punto non è che la politica abbia preso posizione, questo è ovvio, il punto è come lo ha fatto.
Venghino, signori, venghino!
Durante la campagna referendaria, il confronto pubblico, si è mosso lungo l’ormai familiare linea in cui la priorità non è chiarire ma convincere! E sti gran cazzi se si aggiunge altra benzina sul fuoco.
Non è importante ciò che si dice ma, ciò che realmente conta, è orientare la massa verso l’esito sperato dal politico di turno. Un (dis)orientamento che pone il cittadino nel mezzo, costretto sempre a dover scovare da solo dove sta la magagna nella versione dei fatti che gli viene raccontata. Ormai – da anni – è tutto un metterci alla prova, la domanda da un milione di nulla che ci viene indirettamente posta è sempre la stessa: se ne accorgeranno anche stavolta?
Svariati gli esempi totalmente fuori dalla logica referendaria, cito i più gettonati:
- si va dalla strumentalizzazione fatta sui casi Garlasco e Famiglia nel Bosco passando per il rimborso di 5 milioni di Euro di soldi pubblici all’ONG della Sea Watch;
- proseguendo poi con la promessa di non avere più stupratori, assassini e criminali a piede libero respirando in un Mondo privo di ogni illegalità e cosparso di fiori di lillà;
- alcuni incoraggiavano al “solito sistema clientelare” per prendere più voti e chi ha definito la magistratura un plotone di esecuzione;
- altri che hanno ammesso pubblicamente, credendo di essere ad una cena tra amici e non in una conferenza stampa, di voler controllare la magistratura;
- il vero miracolo però è avvenuto quando è stato riportato in vita (per poco, giusto il tempo di uno slogan) il magistrato Giovanni Falcone, tragicamente ucciso dalla mafia, riesumando presunte frasi da lui citate più di 30 anni fa a favore della separazione delle carriere… frasi, seppur dette, appartenenti ad un contesto storico totalmente diverso da quello di oggi e che, tra l’altro, non ci riguarda neanche più.
Comunque, niente panico, tutto ciò è perfettamente coerente ed in linea con le logiche della comunicazione contemporanea ma molto meno con l’idea di un elettorato messo nelle condizioni di comprendere davvero cosa sta votando che, oserei dire, sarebbe la cosa più importante.
Quei “nullafacenti” che a volte fanno
No, non parlo dei politici, parlo dei giovani…
C’è un fatto altamente positivo nelle ore successive al voto: uno dei temi più rilevanti è stato quello della partecipazione giovanile a questi seggi elettorali, senza considerare che a tanti fuorisede è stata negata la possibilità di esprimere il proprio voto.
E, da quanto riportato dalle statistiche dei media, pare che la fascia di elettori che va dai 18 ai 40 anni sia stata fondamentale per sancire il responso finale a questo referendum e, a prescindere dai SI o dai NO, tutto ciò è avvenuto alla faccia di quei mausolei che non hanno mai una parola di comprensione e riguardo nei confronti delle nuove leve e che continuano ad etichettare questa generazione come nullafacenti sottovalutando le miriadi di concrete problematiche che devono affrontare al giorno d’oggi nel quotidiano.
Una generazione ben ancorata al presente, abituata all’incertezza a causa di un futuro poco promettente e che nonostante il circo politico ha imparato ad informarsi in totale autonomia.
Oltre il referendum: il dibattito sui social
Chiaramente i mezzi per poter dar voce ai nostri pensieri sono le piattaforme ed i profili social. Ognuno tenta di dire la sua come se si fosse in una piazza, in un bar o la bottega sotto casa, è il caos a prendere il sopravvento e ad aprire discussioni infinite con sfilze di commenti polemici interminabili tra persone e parenti che fanno a gara per chi ce l’ha più lungo.
Molti altri cercano di racimolare disperatamente like con frasi apparentemente sensate ma che celano solo una retorica insopportabile e, in tutto questo gran trambusto, i pochi individui che tentano di esprimere un’opinione che abbia un fondo di conoscenza si vedono applicare la legge dell’auto-precisazione.
La legge dell’auto-precisazione – da me così battezzata – è quella situazione che si manifesta quando ancor prima di esprimere un tuo pensiero devi necessariamente dover precisare la tua imparzialità sull’argomento per evitare di essere immediatamente etichettato come elemento di destra o di sinistra, come se il contenuto di un’idea valesse meno della sua presunta appartenenza.
Insomma non importa quanto la tua opinione sia articolata, documentata o ragionata: conta solo da che parte sembra stare.
Eppure esiste – ed è forse più ampia di quanto si creda – una fascia di individui che non si riconoscono in nessuno schieramento. Persone che:
- si informano,
- confrontano fonti diverse,
- costruiscono un’opinione autonoma.
e che votano di volta in volta in base ai contenuti e non alle appartenenze.
Il paradosso è che proprio queste persone, che incarnano l’ideale più sano di partecipazione democratica, finiscono spesso per essere le più sospettate, le più messe in discussione, le più costrette a giustificarsi perché non schierate.
Se si riflette bene, questo è un segnale che stona con la nostra democrazia, perché una democrazia matura dovrebbe valorizzare il pensiero critico, non costringerlo a difendersi.
Cresciuti a pane e diffidenza
Insomma, siamo alle battute finali e con un gran mal di testa vi dico che, seppur il referendum si si chiuda con un esito definito, allo stesso modo, è chiaro come il dibattito carico di disinformazione prevalga sulla trasparente spiegazione da dare all’elettore che, di conseguenza, si muove sempre più spesso con dovuta cautela. Perché fidarsi diventa sempre più complicato e quando fidarsi diventa difficile, il dubbio diventa una forma di difesa a cui, ormai, ci siamo abituati.
Penso che sia una fortuna che una parte di cittadini – soprattutto i più giovani – abbiano sviluppato l’abitudine di informarsi da soli, di confrontare più e diverse fonti senza fermarsi alla prima versione disponibile o al famigliare di turno che gli ordina cosa votare perché così poi ci si aspetta il favore dal politico del paese. Non dico che determinate situazioni non ci saranno più ma, forse, ce ne saranno meno.
E non si tratta di sfiducia a prescindere, si tratta di esperienza e di aver visto abbastanza campagne, abbastanza dichiarazioni, abbastanza semplificazioni da sapere che troppo spesso le chiacchiere non coincidono con i fatti.
E allora ci si informa da soli, si verifica e si dubita. Non per sentirsi più intelligenti, ma per non essere semplicemente ingannati … è un cambio di prospettiva silenzioso, ma profondo.
Perché penso e credo che in una democrazia sana dovrebbe essere la politica ad aiutare i cittadini a capire e non il contrario. E quando questo equilibrio si inverte, non è solo un problema di comunicazione è un problema di fiducia.
Ah e se leggendo ti sia venuto il dubbio che io possa parteggiare per qualche fazione politica sappi che applico, qui sul finale, la legge dell’auto-precisazione: sono “politicamente ateo”.
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Immagine di copertina generata con IA


