“The Perfect Neighbor”, Netflix: ecco perchè è assolutamente da vedere

Dai su, diciamolo francamente: sin da quando sono uscite le Nomination agli Oscar 2026, The Perfect Neighbor: la vicina perfetta non è stato sicuramente tra i titoli più acclamati. Tant’è vero che, anche tu che stai leggendo quest’articolo, probabilmente non lo conosci o non ne hai mai sentito parlare.

O magari, mentre scrollavi l’infinita libreria di Netflix, te lo sei visto passare davanti, hai notato il bollino “Candidato agli Oscar ‘26”, ti sei interessato, ma appena hai letto sotto il titolo del film la dicitura do-cu-men-ta-rio, hai deciso di andare oltre; quella sera volevi proprio sentirti “più leggero/a” e invece sei crollato/a sul divano – classico – perché hai passato più tempo a scrollare che a scegliere un film da guardare e, per carità, chi son io per dirti che fai sempre la stessa cazzata?

Ma attenzione, non tutto è perduto, puoi ancora rimediare e posso assicurarti che questo documentario è qualcosa che ti riguarda molto da vicino e ora ti spiegherò il perché.

Coffee Break

Come cercavo di dirti, The Perfect Neighbor, è uno di quei documentari necessari, una di quelle opere che una volta finite ti lasciano seduto/a qualche minuto in più davanti al televisore mentre scorrono i titoli di coda e ti vedi riflesso/a nello schermo a riflettere sul divano. Perché la storia drammatica che racconta, pur essendo ambientata a Marion County, in Florida, non è poi così distante da dove ti trovi. Già, perché nel Bel Paese – da tempo immemore – nelle sedi più opportune (i bar), con le persone più opportune (gli amici del bar), si discute di legittima difesa o autodifesa mentre si sorseggia un buon caffè, come se pensare di ammazzare o no qualcuno fosse una scelta tra il volerlo amaro o con lo zucchero.

The Perfect Neighbor, pur prendendo oggettivamente una certa posizione nel suo racconto, ha il talento e l’efficacia di mostrare cosa succede quando la teoria (la chiacchiera da bar) diventa realtà e di quanto la realtà, come spesso accade, sia molto diversa dalla teoria.

Raccontare tramite bodycam

La prima cosa che ho apprezzato di The Perfect Neighbor è il modo in cui è costruito, non c’è alcuna finzione e con questo intendo dire che è tutto vero: non ci sono attori somiglianti ai protagonisti, né ci sono interviste illuminate con la classica fotografia da true crime. Il documentario si regge quasi interamente sulle immagini delle bodycam della polizia locale: riprese sporche, instabili, apparentemente banali ed inquietanti proprio perché reali. Quindi non c’è nessun filtro cinematografico a renderti il tutto più digeribile, è vita vera.

Le persone che vedrai non stanno recitando una parte, non ci sono copioni, nessuna seconda possibilità, nessun “buona la prima”. Sono tutti vicini di casa, agenti, passanti, persone comuni riprese nel momento in cui la normalità si incrina.

Ed è forse proprio questa la scelta più giusta e disturbante di The Perfect Neighbor: non costruire una storia da un fatto di cronaca ma limitarsi a mostrare la realtà dei fatti e di come sono andate le cose, senza musica a guidare le tue emozioni e senza un narratore a suggerirti cosa pensare.

Guardandolo, ho avuto spesso l’impressione di assistere a qualcosa che non dovrebbe essere spettacolo, cambiando completamente la mia percezione. La sensazione è stata come smettere di sentirsi davanti ad uno schermo e cominciare a sentirmi testimone.

La vicina perfetta

Al centro del documentario c’è un fatto di cronaca nera che negli Stati Uniti ha fatto molto discutere. Da una parte c’è Ajike Owens (AJ) una donna nera, madre di quattro bambini, dall’altra Susan Lorincz, vicina di casa, un’anziana donna bianca con cui i rapporti erano tesi ormai da tempo. Due persone normalissime, due persone comuni.

La storia non tratta una lite improvvisa o un gesto nato in pochi secondi: le bodycam dei poliziotti mostrano una lunga serie di chiamate fatte perlopiù da Susan alla polizia, piccoli conflitti di quartiere, accuse reciproche e tensioni che crescono e si accumulano giorno dopo giorno.

Sono scene apparentemente ordinarie: agenti che bussano alle porte, vicini che discutono, bambini che giocano in strada. Momenti che, presi singolarmente, probabilmente sono accaduti anche a te che stai leggendo almeno una volta nella vita. Ed è proprio per questo che fanno ancora più impressione, perché lo spettatore sa che di lì a poco davanti a quella banale quotidianità si andrà oltre una soglia che dovrebbe essere invalicabile.

Ajike Owens (AJ)

Poi arriva la fatidica notte, quella in cui tutto precipita, la notte in cui gli attimi di panico, le urla, la paura, i pianti di dolore e disperazione prendono il sopravvento. Un colpo di pistola sparato da dietro una porta chiusa. AJ muore poco dopo (non sto facendo spoiler, è praticamente la prima scena che vedrai nel documentario) lasciando quattro bambini, mentre Susan Lorincz sostiene fermamente di aver agito per legittima difesa. Ed è proprio lì, in quel preciso e scomodo punto che la cronaca smette di essere solo una storia di vicinato finita male e diventa una questione politica, sociale, morale e di tutti noi.

Il documentario non costruisce suspense: non gli serve, ma soprattutto non ne ha bisogno. Le immagini parlano in modo chiaro e nitido e ciò che mostrano è la banalità con cui una comune tensione quotidiana può trasformarsi in 2 minuti (questo è il tempo effettivo del dramma) in tragedia quando, tra le mani di qualcuno, c’è un’arma e una legge apparentemente fatta per giustificarne l’uso.

Difendi il tuo territorio

Qui arriviamo al nodo della questione, è qui che The Perfect Neighbor smette di essere “solo” un racconto di una diatriba tra vicini e diventa un prodotto sul sistema che lo ha reso possibile. Negli Stati Uniti, infatti, la legittima difesa non è solo un principio giuridico, ma un vero e proprio pilastro culturale. In molti Stati esistono le cosiddette leggi Stand Your Ground che tradotte in italiano significano “difendi il tuo territorio”. Queste leggi permettono – e fai ben attenzione – a una persona di usare anche la forza letale se essa ritiene di trovarsi di fronte a un pericolo imminente, senza l’obbligo di tentare la fuga.

In parole povere: se fossimo cittadini in questo caso della Florida e, ritenessimo che qualcuno stesse minacciando la nostra vita (non necessariamente con un’arma), avremmo tutto il diritto di poterci difendere (sparando).

E fino a qui potresti anche pensare che il discorso a tratti “suona bene”: se ti senti in pericolo è giusto che ti difendi, il problema però è tutto racchiuso in quel ritiene scritto nelle leggi. Sì, perché non serve effettivamente un pericolo reale e oggettivo, ma basta una percezione di pericolo ritenuta ragionevole. E quella percezione, come mostra efficacemente The Perfect Neighbor, è spesso influenzata da paure personali, tensioni sociali e, in diversi casi, anche da pregiudizi.

In Florida, dove è avvenuto l’omicidio della povera AJ, questa legge è entrata in vigore nell’ormai lontano 2005 ed è diventata un modello da seguire per molti altri Stati, ma negli anni è stata anche al centro di numerosissime polemiche, poiché alcune analisi hanno collegato la sua introduzione a un aumento significativo degli omicidi con armi da fuoco (si parla di 700 omicidi di media in più l’anno), trasformando quello che doveva essere un diritto di difesa in una “scusante” per la violenza quotidiana.

Susan Lorincz

Il caso raccontato è emblematico proprio per questa ragione: Susan Lorincz ha fortemente sostenuto di aver ucciso per difendersi, appellandosi proprio a questa legge, e per diversi giorni la polizia non ha potuto arrestarla finché non è stato chiarito se l’omicidio rientrasse nei criteri della legittima difesa. Soltanto dopo l’indagine è stata incriminata, nel mentre era “solo” una persona comune che aveva ucciso un’altra persona comune e so che può sembrare assurdo ma le cose sono andate esattamente così.

Ciò che personalmente ho trovato interessante di questa “lite tra vicini” è il constatare quanto fosse sottile il confine tra sentirsi minacciati e diventare una minaccia e soprattutto quanto una legge pensata sostanzialmente per proteggere possa, in vari contesti, trasformare conflitti banali – bambini che giocano, vicini che discutono – in tragedie irreversibili.

È qui che il film diventa “scomodo” anche per te spettatore europeo perché, pur vivendo in un contesto molto diverso, il dibattito sull’autodifesa non è affatto estraneo alle nostre società e spesso ritorna in maniera poco approfondita.

The Perfect Neighbor

Più che la zona grigia della legge che lascia spazio ed alcune libertà d’interpretazione, ciò che mi ha colpito davvero in The Perfect Neighbor: la vicina perfetta è la possibile fragilità delle persone che quella legge dovrebbero applicarla. Perché sulla carta, l’autodifesa, è un principio che suona giusto. È difficile essere in disaccordo con l’idea che se ci sentiamo minacciati dobbiamo poterci proteggere da un pericolo reale. Il problema, però, non è quasi mai la norma, il problema sei tu, io, noi esseri umani.

L’individuo è, per natura, singolare e spesso inaffidabile. Ognuno di noi ha una propria percezione della paura: la tua è diversa dalla mia, la mia è diversa dalla tua e da quella di qualcun altro. Ognuno di noi ha una storia diversa fatta di traumi, sofferenze, insicurezze e convinzioni accumulate durante la nostra vita. Tutto questo finisce per deformare la percezione della realtà, la realtà è la stessa per tutti noi ma la viviamo ognuno in modo diverso. Ciò che per qualcuno è un litigio fastidioso, per un altro può diventare una minaccia concreta e in quel passaggio sottile tra percepito e reale si annidano le tragedie.

Il documentario di Geeta Gandbhir lo mostra in modo chiarissimo. Susan spara perché si sente minacciata, dopo l’ennesimo litigio, da alcuni pugni sbattuti con vigore contro la porta della sua abitazione, nella sua proprietà. Dall’altra parte, però, c’è AJ, una madre di quattro bambini, che morirà poco dopo, lasciandoli orfani. Raccontata così, la scena potrebbe perfino sembrare una situazione di autodifesa, soprattutto considerando l’età dell’anziana donna. Ma la realtà è sempre più complessa perché: emergono contraddizioni nelle dichiarazioni, tensioni precedenti, e soprattutto un contesto segnato anche da sfumature razziali che rendono il quadro ancora più delicato.

Un documentario da vedere

È proprio tutta questa complessità che rende The Perfect Neighbor un documentario necessario perché fa qualcosa di più, qualcosa di limpido ed onesto seppur scomodo: mostra e spiega cosa succede quando un principio che dovrebbe essere giusto finisce nelle mani sbagliate, o semplicemente nelle mani di qualcuno che ha paura.

Per questo è un documentario che merita di essere visto. Non solo perché è candidato agli Oscar, o perché racconta un caso di cronaca reale, ma perché ci costringe a confrontarci con due quesiti che riguardano tutti quando spariamo a zero sul concetto di autodifesa: qual è la nostra reale percezione di paura? E cosa potremmo fare se una legge ci permettesse di trasformarla in un colpo di pistola?

Ti consiglio di guardare The Perfect Neighbor: la vicina perfetta.

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Tony Annunziata
Tony Annunziata
Mi presento: il mio vero nome è Antonio Annunziata ma tutti mi chiamano Tony. Scrivo di videogiochi e cinema perché alla classica domanda: “che fai nella vita?” fatta ai pranzi di Natale dai lontani parenti devo pur rispondere qualcosa. Formato all’AIV (Accademia Italiana di Videogiochi) e addestrato all’Accademia di Cinema e Televisione Griffith, passo il tempo a criticare storie altrui per non soffermarmi sulla mia. Ho realizzato cortometraggi indipendenti, perché criticare i film non bastava: volevo creare qualcosa che qualcuno potesse demolire. A 22 anni ho vinto un torneo di FIFA con un braccio ingessato e so che può sembrare un dettaglio inutile ma: fallo tu se ci riesci! Ok, ora basta parlare di me, ho un Boss fortissimo da distruggere!
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