L’erba storna, che semina nei campi uno strano denaro

L’erba storna è un’altra specie della famiglia botanica delle Crucifere che ci fa piacere illustrarvi. È stata catalogata come Thlaspi arvense L., nome da cui possiamo già desumere alcune caratteristiche. Il genere Thlaspi deriva infatti dal verbo greco thlao, che significa “schiaccio”. Questo perché i suoi frutti a siliqua sono appiattiti e alati, a disco, tanto da ricordare vagamente una moneta. Ed è il motivo per cui nelle Isole Britanniche è chiamata Field penny-cress, con riferimento alle monetine da un penny. In modo del tutto analogo, in Germania diventa Feld pfenningkraut, che si traduce anche in questo caso come “erba-moneta dei campi”. Prima dell’avvento dell’euro, il pfenning era il centesimo di un marco. In Francia è denominata monnoyère, per via del termine dell’antico francese monnoie che indica di nuovo la moneta.

Facciamo eccezione noi italiani che siamo soliti attribuire a questa specie l’epiteto di erba storna. Sebbene l’aggettivo ci faccia subito pensare alla celebre cavallina storna di Giovanni Pascoli, il significato è del tutto diverso. Nei versi del grande poeta, l’aggettivo storna è riferito a un particolare mantello equino maculato. Qui si indica il fatto che questa pianta è “stornata” dagli animali. In altre parole, gli erbivori evitano di brucarla per il suo odore non proprio simpatico. Come la ruchetta dei muri delle scorse settimane, pure l’erba storna emana, se pestata, fetidi effluvi.

Spiga di erba storna con frutti verdi a forma di moneta.
Foto di Hans da Pixabay

Come avrete spesso notato, in questi articoli, indichiamo la traduzione anche in gaelico, che è lingua ufficiale della Repubblica d’Irlanda, per quanto sia minoritaria. L’erba storna in irlandese si chiama Praiseach fhia, che possiamo tradurre con “senape selvatica”. Nei secoli passati, infatti, i suoi semi erano tritati e impiegati in cataplasmi da applicare in caso di reumatismi, come si fa con quelli della senape.

Le sue foglie giovani, inoltre, che crude hanno un sapore sgradevole, una volta cotte diventano più amabili e meno amare. Nell’Isola di Smeraldo, dove è specie introdotta ma piuttosto invasiva, erano usate come ingrediente delle zuppe.

Gruppo di piante fiorite di erba storna, con i fiorellini bianchi a 4 petali.
Foto di WikimediaImages da Pixabay

Si tratta di una pianta erbacea annuale che, per l’ampia dispersione dei semi, attecchisce facilmente nei terreni arati e nei campi fertili. È originaria dell’Asia occidentale ma è conosciuta sin dall’antichità, tanto da essere citata da Ippocrate e da Dioscoride. È piuttosto comune nell’emisfero settentrionale del nostro pianeta. Ha fusto eretto, glabro, con pochi rami e molte foglie, e raggiunge un’altezza di 60 centimetri. Non è caratterizzata da una rosetta basale di foglie che, invece, si dispongono lungo tutto il fusto. Esse sono senza picciolo e abbracciano direttamente lo stelo. Sono astate, oblunghe, strette e dentate.

Il fiore è peduncolato e piccino, con i 4 petali bianchi disposti a croce, com’è tipico nella famiglia delle Crucifere. Va a comporre infiorescenze a racemo e sboccia tra maggio e agosto. Il frutto è una siliqua ovale, alata su quasi tutta la circonferenza. Vi abbiamo già anticipato che è appiattita e bilobata. Contiene semi bruno-nerastri. Come in ogni altro articolo, consigliamo sempre di ricorrere all’uso delle chiavi botaniche, se si desidera identificare con certezza l’erba storna in natura.

Particolare di una singola infiorescenza, con i fiori bianchi ben visibili nelle loro parti.
Foto di WikimediaImages da Pixabay

Pur essendo stata usata quale rimedio nella medicina popolare e contadina, l’erba storna non vanta approfonditi studi clinici. La droga fitoterapica è comunque costituita dalle parti aeree della pianta e contiene un importante principio solforato, ossia il solfuro di allile. Altri componenti sono la mirosina, la sinigrina e il rodoballile. L’erba storna ha, dunque, proprietà antiinfiammatorie, antibatteriche, antireumatiche, diuretiche, febbrifughe, espettoranti e depurative del fegato.

Occorre tuttavia moderazione, nell’impiego, perché se si eccede nelle dosi può risultare tossica. Per tale motivo è sempre meglio consultare un medico naturalista per farsi prescrivere la giusta posologia. Recenti ricerche negli Stati Uniti riguardano la possibilità di ricavare dai suoi semi un biocarburante di buona qualità.

Un paio di sommità fiorite, in primo piano, con fiori bianchi e foglie.
Foto di Markéta Klimešová da Pixabay

Foto di copertina di ivabalk da Pixabay

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Maura Maffei
Maura Maffei
Eccomi a voi! A livello accademico, sono erborista e soprano lirico. Sono anche iscritta all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte nell'albo pubblicisti. La mia grande passione è scrivere romanzi storici: in più di trent'anni dì carriera, ne ho pubblicato una ventina. E l'altro amore assoluto è quello per la storia e la cultura irlandesi: ogni giorno, faccio esercizi di gaelico, per ripassare questa lingua affascinante e difficile, perché la lingua è la vera anima di un popolo. Una volta ero una viaggiatrice indefessa: adesso mi trovate quasi ogni sabato nelle varie librerie a fare firma copie, perché mi arricchisce molto dialogare a tu per tu con i lettori. Mi piace dipingere, creare collane di pietre dure e ho due vaste collezioni di cui vado orgogliosa: quella di giochi di società e la cineteca. In particolare, faccio incetta di vecchi film di Hollywood, che si giravano tra gli Anni Trenta e gli Anni Sessanta del secolo scorso. Tra i registi di allora, adoro Hawks, Leisen e Capra. La mia famiglia è la mia autentica forza e metto sempre al primo posto mio marito Paolo, mia figlia Maria Eloisa e mio genero Cristiano. Trascorro infine ogni giornata in compagnia di 4 gatti: Jolie, Liath, Croí ed Elvis.
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