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2 giugno 1946. Avevano visto tutti gli orrori possibili e avevano perso ogni diritto e dignità. Erano braccianti d’origine, e non parlavano neanche tutti la stessa lingua, ma solo dialetti. Erano partiti per una terra sconosciuta, sotto il caldo sole africano, a conquistare un angolo di mondo che non aveva nulla da offrire. Ed erano partiti animati da un’idea patriottistica fatta di propaganda e balconate. Erano giovani, poco più di vent’anni ed avevano l’idea di un’Italia fatta di mamme e sudore.

Era un’altra Italia.

Troppo spesso l’ambizione genera fame e ingordigia e il delirio del potere è contagioso. E’ un virus veloce che viaggia insidioso, sordido e meschino, capace di mietere vittime innocenti e danza sulle tombe, indifferente al dolore e alla devastazione.

Quanto male possono fare pochi uomini animati però da un comune insensato senso di onnipotenza.

Ma era un’altra Italia, quella che in quel 2 giugno del ’46, alzò la testa orgogliosa e guardò dritto negli occhi il suo destino, confuso dai fumi delle bombe e sepolto dalle macerie dell’odio e della violenza.

Delusi dal loro leader e traditi dal Re, l’Italia del 25 aprile 1945 era un’Italia logora, svergognata dalle sue stesse azioni, con un popolo che si era dovuto riprendere la libertà lottando contro i propri figli e padri.

2 giugno 1946

Era davvero un’altra Italia quella che fin dall’alba del 2 giugno 1946 faceva la fila davanti a una scuola diroccata per decidere del proprio futuro. Un referendum che avrebbe dato finalmente un senso a quell’Unità decisa pochi decenni prima.

Un nord e un sud che si incontravano con le mani sporche di sangue, lavate con le lacrime delle madri e delle mogli dei tanti dispersi e dei tanti caduti, di una monarchia diventata dittatura e trasformatasi in una guerra, ma tutto questo aveva lasciato rughe indelebili sui visi di quella gente. Solchi profondi come le cicatrici silenti del cuore.

Era tempo di grandi decisioni.

A volte capita di non sapere bene cosa si vuole, ma si è certi di ciò che non si vuole più. E sulla base di questo principio universale della coscienza umana che in quel 2 giugno del ’46 vennero scelte 75 persone. 75 italiani che si riunirono, circa un mese dopo, per sottoscrivere un patto con Dio e con il Popolo Italiano, affinchè nessuno mai, nessuno, potesse perpetrare gli orrori del fascismo.

Era nata la Repubblica Italiana.

Ci vollero quasi due anni per scrivere ciò che di più naturale esiste al mondo: il diritto alla vita e alla libertà.

Più che una carta che vigila e gestisce le regole di un paese, la nostra Costituzione è una dichiarazione d’amore. Un’eredità che i padri costituenti hanno deciso di lasciare ai posteri, affichè i loro dolori diventassero semi di rispetto e di fiducia da piantare nei cuori e nelle menti delle giovani leve che sarebbero venute dopo di loro a prendersi cura di quella terra circondata dai mari.

Quel piccolo lembo di terra che è stata la culla della civiltà, della cultura, dell’arte, esempio di creatività, intelligenza e ingegno.

Una dichiarazione d’amore

Una carta che sigilla e suggella un patto con l’ essere umano prima ancora che con l’uomo.

Era un’altra Italia, quella che si imponeva di aprirsi alla diversità, intesa come normalità.

Era un’altra Italia quella che accoglieva a braccia aperte il progresso come opportunità e stimolo della creatività individuale, promuovendolo come diritto al lavoro e alla realizzazione della crescita spirituale e materiale dell’intera società.

Quell’Italia orgogliosa della propria identità di popolo, del proprio patrimono culturale e artistico, al punto da dedicare un articolo solo ed esclusivamente alla tutela di questo.

75 uomini, e con loro tutti gli italiani, innamorati dell’Italia, come delle loro mogli, delle loro figlie, delle loro madri.

Cosa resta oggi di quell’amore, di quella gente, di quegli ideali?

Un’altra Italia

Quella che viviamo oggi è…un’altra Italia. Un’Italia lontana da quella di quel 2 giugno del 1946.

Quella che si è svegliata stamattina, non assomiglia neanche un pò all’Italia tanto desiderata da quegli italiani. E’ un’Italia che ignora i suoi stessi tesori, fatti di bellezze naturali, di cultura e di sudore. Un’Italia che nel momento in cui doveva essere sostenuta dall’orgoglio e dal vanto dei propri valori, ha ricevuto la beffa più dura, l’ennesimo abbandono, l’ennesimo sfregio.

Raccontare l’Italia di oggi non è facile. Per descriverla si rischia molto. Si rischia di non trovare le parole giuste, di sembrare irriverente.

Ma voglio farlo. Devo farlo.

E allora prendo in prestito le parole di un poeta. Rubo, come Robin Hood, per dare ai poveri di spirito un testo su cui riflettere, e ai ricchi d’animo una speranza su cui appoggiarsi.

Il poeta in questione è davvero un’animo nobile, che crede ancora che possa esistere un’altra Italia, umana, vera e sincera.

Un uomo che molto probabilmente veste delle sembianze umane, ma in realtà è un’entità fatta di luce e di amore. Il poeta che è riuscito a scrivere questi versi, rispettosi e gentili, è riuscito a darci un monito e allo stesso ad esortarci ai migliori propositi.

Ai sognatori, come me, agli eterni illusi, come me, che credono ancora in quell’Italia, dedico questi versi del Maestro Vincenzo Incenzo.

2 giugno Un'altra Italia il testo del brano di Vincenzo Incenzo