Formazione giornalisti: sospensione e radiazione per chi non ha i crediti. FNSI contraria

La formazione obbligatoria dei giornalisti torna al centro del dibattito politico e professionale. Non è una novità assoluta, ma il contesto in cui la discussione si riaccende oggi è profondamente cambiato. Da un lato c’è una professione sotto pressione, compressa tra precarietà, trasformazioni digitali e perdita di autorevolezza. Dall’altro c’è un sistema normativo che, almeno sulla carta, chiede ai giornalisti di aggiornare costantemente le proprie competenze attraverso un meccanismo di crediti formativi che non tutti rispettano. Nel mezzo si colloca una proposta che promette di far discutere a lungo: l’ipotesi di sanzioni automatiche, fino alla sospensione o alla radiazione, per chi non adempie agli obblighi di formazione.

L’obbligo di formazione continua: cosa prevede la legge e perché esiste

L’obbligo di formazione continua per i giornalisti in Italia non nasce per caso né per semplice imitazione di altri ordini professionali, ma è il risultato di un percorso normativo che ha voluto riconoscere l’aggiornamento permanente come parte integrante del dovere professionale di chi esercita una funzione essenziale in una società democratica. L’Ordine dei giornalisti, istituito con la legge n. 69 del 1963, ha visto rafforzare nel tempo il proprio ruolo anche attraverso l’introduzione di regole volte a garantire competenza, deontologia e responsabilità.

Il sistema dei crediti formativi, oggi ben noto agli iscritti, si fonda sull’idea che il giornalismo non sia una professione statica. Le competenze richieste a un cronista o a un redattore cambiano rapidamente: nuove tecnologie, nuovi linguaggi, nuovi obblighi normativi, a partire da quelli legati alla privacy, al diritto d’autore, alla tutela dei minori e alla corretta rappresentazione delle persone. La formazione continua serve a mantenere aggiornato chi informa, non a creare ostacoli burocratici.

Eppure, negli anni, il meccanismo ha mostrato limiti evidenti.

Perché molti giornalisti non raggiungono i crediti?

I dati sugli iscritti all’Ordine parlano di una platea ampia, quasi centomila giornalisti, con situazioni professionali molto diverse tra loro. Ci sono redattori assunti, freelance strutturati, collaboratori occasionali, pensionati che mantengono l’iscrizione. Applicare lo stesso obbligo formativo a tutti, con le stesse scadenze e le stesse modalità, ha prodotto inevitabilmente una quota di inadempienti. Non sempre per disinteresse o negligenza, ma spesso per difficoltà oggettive.

Il punto centrale, allora, non è se la formazione debba essere obbligatoria. Su questo esiste un consenso ampio, almeno a livello teorico. Il nodo riguarda le conseguenze del mancato rispetto dell’obbligo e la proporzionalità delle sanzioni. Quando l’aggiornamento professionale diventa un requisito per continuare a lavorare, ogni intervento normativo tocca direttamente il diritto al lavoro e la libertà di stampa. È qui che il dibattito si fa delicato.

La proposta di Bartoli

L’audizione del presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Carlo Bartoli, davanti alla Commissione Giustizia del Senato, avvenuta il 14 gennaio 2026 nell’ambito dei lavori sulla riforma delle professioni regolamentate, ha rimesso in moto una riflessione che riguarda non solo gli addetti ai lavori. In un’epoca in cui l’informazione circola senza filtri sui social e chiunque pretende di improvvisarsi cronista, il tema della qualificazione professionale dei giornalisti assume un valore che va oltre i confini corporativi.

La domanda di fondo è semplice solo in apparenza: come si garantisce la qualità dell’informazione senza comprimere il diritto al lavoro e senza trasformare un obbligo formativo in uno strumento punitivo?

Nel suo intervento in Senato, Carlo Bartoli ha descritto una situazione che, a suo dire, rischia di paralizzare l’attività disciplinare dell’Ordine. I collegi di disciplina regionali, ha spiegato, risultano “ingolfati” da procedimenti aperti nei confronti di giornalisti che non hanno maturato pochi crediti formativi. Uno, due, cinque crediti mancanti diventano motivo di avvio di pratiche disciplinari che assorbono tempo e risorse. Nel frattempo, secondo Bartoli, le strutture faticano a concentrarsi su violazioni più gravi, legate alla deontologia e al rispetto delle regole fondamentali della professione.

Da qui nasce l’idea di separare il piano disciplinare da quello amministrativo. La mancata formazione verrebbe trattata come un’inadempienza amministrativa, con sanzioni automatiche che potrebbero arrivare, nei casi più estremi, alla sospensione o alla radiazione dall’Albo. Un meccanismo che, nelle intenzioni del presidente del Cnog, dovrebbe rendere più efficiente il sistema e liberare i collegi disciplinari da una mole di lavoro considerata eccessiva.

La proposta, però, solleva più di una perplessità e che ha trovato l’immediata opposizione della Federazione nazionale della Stampa italiana.

La posizione della Fnsi: formazione sì, ma senza colpire il diritto al lavoro

La reazione della Federazione nazionale della Stampa italiana non si è fatta attendere. La segretaria generale Alessandra Costante ha espresso una contrarietà netta alla linea proposta da Bartoli, pur riconoscendo che la formazione obbligatoria è un dovere previsto dalla legge e va rispettato. Il punto, per il sindacato, è un altro: le sanzioni non possono trasformarsi in strumenti che colpiscono direttamente la capacità dei giornalisti di lavorare, soprattutto in un contesto già segnato da precarietà e carichi di lavoro elevati.

Costante ha richiamato la realtà quotidiana della professione. I ritmi lavorativi, soprattutto nelle redazioni e nel lavoro freelance, lasciano spesso poco spazio alla formazione. Molti giornalisti seguono corsi nei giorni di riposo o durante le ferie, senza alcun riconoscimento contrattuale. Si tratta di una realtà concreta che incide sul rispetto degli obblighi e che dovrebbe trovare spazio nella valutazione delle politiche formative.

Proprio per questo, la Fnsi ha inserito nella propria piattaforma per il rinnovo contrattuale con la Fieg la richiesta di un monte ore dedicato alla formazione obbligatoria. Un modo per riconoscere che l’aggiornamento professionale è parte integrante del lavoro giornalistico e non va considerata come un’attività accessoria. Senza questo riconoscimento, l’obbligo rischia di restare formale e di scaricare sui singoli l’intero peso dell’adempimento.

Il sindacato contesta anche il passaggio dalla censura, che finora rappresenta la sanzione più frequente per chi non è in regola con i crediti, a misure drastiche come la sospensione o la radiazione. Secondo Costante, questo salto di qualità non tiene conto delle conseguenze concrete per i giornalisti coinvolti. Perdere l’iscrizione all’Ordine significa, di fatto, perdere la possibilità di esercitare la professione in modo pieno. Una scelta che, se applicata automaticamente, rischia di essere percepita come punitiva più che educativa.

L’informazione e la tutela costituzionale

Nel suo intervento, Alessandra Costante ha richiamato anche un aspetto spesso trascurato nel dibattito pubblico: la specificità costituzionale della professione giornalistica. Pur non essendo esplicitamente menzionata come altre professioni, quella del giornalista gode di una tutela indiretta legata all’articolo 21 della Costituzione, che garantisce la libertà di manifestazione del pensiero e di informazione.

L’informazione non è un bene come gli altri. Anche se immateriale, incide sulla formazione dell’opinione pubblica, sul funzionamento delle istituzioni democratiche, sulla tutela dei diritti dei cittadini. Regolare l’accesso e l’esercizio della professione giornalistica significa intervenire su un terreno sensibile, che richiede equilibrio e cautela.

Il disegno di legge delega per il riordino delle professioni, in discussione al Senato, si inserisce in questo quadro complesso. Le riforme ordinistiche, negli ultimi anni, hanno spesso cercato di uniformare regole e sanzioni, riducendo le specificità dei singoli ordini. Ma il giornalismo non è assimilabile a qualsiasi altra professione regolamentata. Le sanzioni che colpiscono un giornalista non riguardano solo il singolo, ma possono avere riflessi sulla pluralità dell’informazione.

Questo non significa che l’Ordine debba rinunciare a far rispettare le regole ma, piuttosto, che ogni intervento normativo dovrebbe tenere conto dell’equilibrio tra doveri professionali e diritti fondamentali.

Restyling a tappeto, o valutazioni mirate?

Bartoli ha parlato di un “restyling” delle norme sulle sanzioni, suggerendo di superare l’attuale impianto disciplinare per arrivare a sanzioni di tipo amministrativo, con meccanismi automatici per gli inadempienti. Lo scontro tra Ordine e sindacato, però, è solo la superficie di un tema più ampio che riguarda il senso stesso della formazione giornalisti e il ruolo delle istituzioni di garanzia in una professione tutelata, seppur indirettamente, dalla Costituzione.

L’automatismo delle sanzioni rischia di cancellare qualsiasi valutazione del caso concreto. Non tutte le inadempienze sono uguali e non tutte derivano dalle stesse cause. Equiparare chi ignora sistematicamente l’obbligo formativo a chi resta indietro di pochi crediti può apparire sproporzionato. Inoltre, la sospensione o la radiazione incidono direttamente sulla possibilità di esercitare la professione. Anche se definite “amministrative”, queste misure producono effetti sostanzialmente disciplinari.

Il tema, quindi, non riguarda solo l’efficienza del sistema ordinistico. Riguarda il modello di regolazione della professione giornalistica che si intende adottare. Un modello più rigido, basato su automatismi e sanzioni severe, o un modello che mantenga spazi di valutazione e di responsabilità affidati agli organi disciplinari?

Formazione e credibilità: una sfida che riguarda anche il pubblico

Il dibattito sulla formazione obbligatoria dei giornalisti non interessa solo chi è iscritto all’Ordine. In un ecosistema informativo dominato dai social network, dalla disintermediazione e dalla proliferazione di contenuti non verificati, la credibilità del giornalismo professionale rappresenta una risorsa sempre più fragile.

Uno spot radiofonico di un quotidiano online, fotografa meglio di molte analisi lo stato attuale di come fare informazione stia cadendo in un misunderstanding pericoloso: “Mandaci le tue segnalazioni e diventi tu il giornalista”. Uno slogan efficace dal punto di vista del marketing, ma profondamente ambiguo sul piano culturale. Perché alimenta l’idea, ormai diffusissima, che fare giornalismo significhi semplicemente raccontare qualcosa che si è visto, scattare una foto, scrivere un post sui social. In questa visione, la figura del giornalista viene confusa con il voyeur di turno dallo smartphone facile.

Fare il giornalista o essere giornalista?

Segnalare un fatto non equivale a fare informazione. Il giornalismo è verifica, contestualizzazione, responsabilità giuridica e deontologica. È conoscenza delle regole, dei limiti, delle conseguenze di ciò che si pubblica. È capacità di distinguere un interesse pubblico da una curiosità privata, una notizia da una voce, un errore da una manipolazione. I social network hanno abbattuto le barriere tecnologiche, ma non hanno abolito la complessità del mestiere, anzi, l’hanno resa più evidente. Il pubblico assiste a una confusione crescente tra informazione, opinione, propaganda e intrattenimento. In questo scenario, la formazione può diventare uno degli strumenti per riaffermare una differenza.

In questo scenario, l’obbligo di formazione ai giornalisti continua assume un significato che va oltre la dimensione corporativa. Serve a ribadire che il giornalismo non è improvvisazione, né volontariato informativo. È una professione che richiede competenze aggiornate proprio perché opera in un ambiente dove l’informazione falsa, parziale o superficiale circola con estrema facilità.

Confondere la partecipazione dei cittadini con la professionalità giornalistica significa indebolire entrambe. E, alla lunga, indebolire il diritto dei lettori a essere informati correttamente. Ma perché questo accada, la formazione deve essere percepita come un valore, non come un obbligo imposto dall’alto.

Domande aperte e scenari futuri

Le proposte emerse in Senato pongono quindi una questione di metodo. È davvero l’automatismo la risposta più efficace a un problema che ha radici strutturali? Oppure sarebbe più utile ripensare l’intero sistema della formazione, integrandolo maggiormente nella vita professionale dei giornalisti e riconoscendone il valore anche sul piano contrattuale ed economico?

Il rischio, altrimenti, è di spostare l’attenzione dal fine al mezzo. L’obiettivo non dovrebbe restare quello di migliorare l’informazione?

Il confronto tra Ordine dei giornalisti e Fnsi apre una serie di interrogativi che il legislatore non potrà eludere. È legittimo prevedere sanzioni automatiche per un obbligo che, pur essendo di legge, si scontra con condizioni di lavoro spesso precarie? Qual è il confine tra sanzione amministrativa e provvedimento disciplinare quando l’effetto finale è l’esclusione dal lavoro? E ancora: la formazione obbligatoria, così come strutturata oggi, risponde davvero alle esigenze della professione?

Le proposte presentate in Senato segnano un passaggio importante. Spetterà ora al Parlamento, ma anche alle rappresentanze della categoria, trovare un equilibrio che tenga insieme rigore, diritti e qualità dell’informazione. Una sfida complessa, che va ben oltre il conteggio dei crediti formativi e che tocca il cuore del giornalismo contemporaneo.

Potrebbe interessarti anche:

Aspettando Sanremo 2026: corso di formazione “A un passo dal festival, come raccontare la musica oggi” e il valore del giornalismo

Google SEO e press: scopri come scrivere sul web

Giornalista o giornalaio? Il macabro (dis)gusto della notizia

Foto copertina di Engin Akyurt da Pixabay

Tina Rossi
Tina Rossi
(a.k.a. Fulvia Andreatta) Editrice. Una, nessuna e centomila, il suo motto è “è meglio fingersi acrobati, che sentirsi dei nani” Dice di sé:” Per attimi rimango sospeso nel vuoto,giuro qualche volta mi sento perduto, io mi fido solo del mio strano istinto, non mi ha mai tradito, non mi sento vinto, volo sul trapezio rischiando ogni giorno, eroe per un minuto e poi...bestia ritorno...poi ancora sul trapezio ad inventare un amore magari...è solo invenzione, per non lasciarsi morire...”
Logo Radio