“Tutto è possibile”: quando il possibile resta sulla carta

Riflessioni critiche sul nuovo album di Geolier, intitolato “Tutto è possibile”, e sul peso (ingombrante) di Pino Daniele

Essere fan di Pino Daniele significa, prima di tutto, accettarne la complessità. Significa aver attraversato tutta la sua parabola artistica, dagli esordi crudi e rivoluzionari fino agli anni novanta e oltre, senza trasformare l’amore in dogma, né l’ammirazione in conservazione museale. Significa – soprattutto – lasciare spazio all’arte, all’ingegno, alla fantasia. Non essere un mujaidin della memoria, ma un ascoltatore vivo.

È con questo spirito, dichiaratamente possibilista, che ci si avvicina al nuovo album di Geolier, che si apre con un brano dal titolo programmatico: Tutto è possibile. Un titolo che pesa, perché richiama direttamente un’idea di apertura, di futuro, di libertà espressiva. E pesa ancora di più perché quel brano è costruito attorno a una presenza ingombrante e sacra: la voce di Pino Daniele.

La voce di Pino: presenza reale, dialogo assente

Nel brano d’apertura, di Pino rimane solo la voce. Una voce nuda, essenziale, che pronuncia un testo scarno ma diretto, come spesso accadeva nella sua poetica: poche parole, ma necessarie. Il problema non è l’operazione in sé – l’uso di una voce del passato non è automaticamente sacrilego – bensì il fatto che quella voce non dialoga. È isolata. Non genera tensione, non crea uno scambio, non viene messa in discussione né rilanciata.

Le barre di Geolier, al contrario, scorrono come un flusso continuo di parole che diventano quasi suono-rumore. Un treno lessicale che non si ferma mai davvero su un’immagine, su un concetto, su un’emozione. Non è una questione di dialetto – il napoletano, grazie anche a Pino, è lingua musicale chiarissima e potentissima – ma di costruzione del senso. Qui il senso si diluisce.

La nuova wave napoletana e il mistero dell’identificazione

Il successo di Geolier, soprattutto tra i giovanissimi, è un dato di fatto. È probabilmente l’artista più amato da una generazione che spesso non è nemmeno napoletana o campana, e che pure canta testi che molti adulti faticano a comprendere, anche dopo ripetuti ascolti. Questo apre una domanda legittima, non paternalistica: cosa affascina davvero i ragazzi di oggi in questa musica?

Analizzando l’album traccia dopo traccia, con orecchio teso e acustica “da dio”, il risultato è sorprendentemente piatto. Non c’è un sussulto ritmico, non un brivido improvviso, non una reale novità testuale. Le parole si accumulano, ma raramente incidono. Le strutture si ripetono. Le tematiche – successo, rivalsa, unicità proclamata – risultano fotocopie di un rap già sentito, già visto, già detto.

Non è nostalgia, è mancanza di urgenza

Il confronto generazionale è inevitabile, ma va maneggiato con cura. Anche la house music, a suo tempo, veniva criticata da chi non la capiva. Eppure aveva elementi chiari: melodia, ritmo, riconoscibilità, immediatezza. Era discutibile, certo, ma era urgente. Diceva qualcosa, anche solo con il corpo.

Qui, invece, si avverte un paradosso: Tutto è possibile segna sì un passo ulteriore nella carriera di Geolier, ma mette anche in luce una certa inconsistenza emotiva. Tangibile. Reale. Quasi misurabile. Non perché manchi la tecnica – quella c’è – ma perché manca il sentimento, o quantomeno la sua trasmissione.

Barre che chiamano barre

Le barre chiamano altre barre, che si schiantano su altre ancora, in un continuo autoreferenziale di possibilità dichiarate più che dimostrate. L’autore espone le proprie capacità come uniche e rare, ma il risultato finale appare standardizzato, perfettamente allineato a tanti progetti rap contemporanei. È un’estetica dell’accumulo, non della sottrazione. E proprio per questo fatica a lasciare il segno.

Quando tutto è possibile, ma poco è necessario

Usare la voce di Pino Daniele significa assumersi una responsabilità enorme: quella di confrontarsi con un’idea di musica in cui forma e contenuto erano inseparabili, in cui ogni parola aveva un peso specifico. In Tutto è possibile, purtroppo, quel confronto non avviene davvero. Rimane un omaggio formale, non un’eredità viva.

Il successo di Geolier resta un fenomeno socioculturale interessante e degno di studio. Ma se l’obiettivo è parlare di arte – non solo di numeri – allora la domanda resta aperta: può tutto essere possibile, se manca ciò che rende qualcosa necessario?

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Immagine si copertina: screenshot del video youtube

Antonio Di Trento
Antonio Di Trentohttps://evasioniinnocenti.blogspot.com/
Conduttore radiofonico e giornalista, laureato in Lettere e Filosofia con una tesi in Storia e Critica del Cinema presso l'Università Sapienza di Roma. Ha ricoperto il ruolo di responsabile dell'ufficio stampa per diverse aziende e società e, dal 2019 al 2024, è stato portavoce presso il Parlamento europeo a Bruxelles. Tra i fondatori dell'Agenzia di Comunicazione 26 Lettere, ha curato e cura rubriche di musica, cultura ed enogastronomia per diverse testate giornalistiche, sia online che cartacee. È autore del blog Evasioni Innocenti, dove scrive di amore, sentimenti e altri disastri. Di sé dice: "Sono nato in riva al mare, ieri con decorrenza oggi. Mi piace la leggerezza, in qualunque salsa. Se mi alzo presto, mi siedo sul divano e ci resto fino alle 11; poi colgo l'occasione e realizzo, ma sempre con la testa staccata dalle spalle. A volte sembro lento come un messicano, altre veloce come Speedy Gonzales (che, in fondo, è sempre sudamericano). Sono “assuefatto” alla musica di Pino Daniele e dei Level 42, alla scrittura di Peppe Lanzetta, al teatro di Enzo Moscato e al cinema di Pappi Corsicato. Vivo con Silvia e 5 cani, a duecento metri da mia madre, da tutti conosciuta come: la Peppina nazionale.
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