“L’Italia è un Paese di vecchi”, ma è vera questa affermazione? Quando una persona va considerata vecchia o anziana? Quando si può parlare di sexalescenza e, soprattutto che cos’è la sexalescenza, a chi interessa e perché se ne parla tanto?
Per capire che cos’è la sexalescenza bisogna tornare indietro, dentro un’Italia che oggi sembra lontanissima.
La vecchiaia del Novecento si consumava in un Paese prevalentemente rurale, faticoso, costruito attorno al lavoro manuale e a una struttura familiare profondamente patriarcale. Si lavorava presto e duramente. Le campagne scandivano il tempo quotidiano, le fabbriche assorbivano energie fisiche enormi e il corpo arrivava ai sessant’anni già consumato da decenni di fatica.
Anche l’idea di famiglia seguiva regole precise. Più generazioni vivevano, spesso, sotto lo stesso tetto oppure nello stesso quartiere. I nonni occupavano un ruolo centrale, certamente rispettato, eppure legato a una funzione molto definita: custodire la casa, consolidare tradizioni, aiutare nella crescita dei nipotini. La società assegnava loro stabilità, esperienza e memoria. Raramente concedeva possibilità di cambiamento, libertà personale e, meno che mai, permetteva il “desiderio”.
Perfino l’aspetto esteriore raccontava quella cultura. A una certa età, anche gli abiti classificavano e diventavano più sobri e fortemente identitari: camicie a quadri e bretelle ai pantaloni per gli uomini, vestiti a fiori e grembiulino per le donne, e il vestito buono per la domenica. Certo, c’era anche chi aveva una condizione economica più agiata, fatta di cravatte e papillon, di pizzi e merletti ma, per tutti, invecchiare significava entrare in una fase riconoscibile della vita, quasi un passaggio ufficiale. Il futuro era un’attesa rassegnata del momento fatale e il passato diventava il centro emotivo della narrazione personale.
Poi qualcosa ha iniziato lentamente a cambiare.
Gli anziani di oggi sono i giovani degli anni ’70 e ’80
Il boom economico ha trasformato l’Italia nel profondo. Le città si sono riempite, i consumi hanno modificato desideri e abitudini e il benessere ha cambiato il rapporto con il tempo libero. Negli ultimi vent’anni del Novecento è arrivata una rivoluzione ancora più radicale. La cultura dell’immagine, l’edonismo degli anni Ottanta, la televisione commerciale e il modello occidentale del successo hanno spostato l’attenzione sul corpo, sulla forma fisica e sulla giovinezza come valore sociale.
Contemporaneamente le famiglie hanno cambiato struttura. Le donne sono entrate stabilmente nel mondo del lavoro, i figli hanno iniziato a vivere giornate organizzate tra scuola, sport e attività extrascolastiche, le case si sono svuotate durante il giorno e la dimensione familiare tradizionale ha perso la rigidità del passato.
Intanto il mondo diventava più piccolo. Viaggiare ha smesso di essere un privilegio raro: gli aerei low cost, l’apertura internazionale, internet e la globalizzazione hanno accorciato distanze geografiche e culturali. Le persone hanno iniziato a confrontarsi con modelli di vita differenti, nuove idee di benessere, alimentazione, sport, bellezza e libertà personale.
Anche il concetto stesso di età ha iniziato a muoversi.
Ma quale anziano!
Gli over 60 appartiengono alla generazione che ha vissuto tutte queste trasformazioni sulla propria pelle. Ha conosciuto la televisione in bianco e nero e internet, la famiglia patriarcale e la rivoluzione individualista, le vacanze in automobile sulla riviera italiana e i voli intercontinentali prenotati online. È cresciuta dentro un cambiamento continuo.
Per questo la vecchiaia contemporanea appare così diversa rispetto a quella del Novecento. Il tempo biologico continua il suo corso, naturalmente, eppure il tempo sociale racconta un’altra storia. Un sessantenne di oggi spesso lavora, viaggia, cura il proprio corpo, costruisce nuove relazioni, frequenta palestre, utilizza la tecnologia, investe sul proprio benessere e continua a immaginare il futuro come uno spazio ancora aperto.
Questa è la seniliscenza, ribattezzata “sexalescenza”, termine introdotto in Italia dal sociologo Francesco Morace per descrivere una maturità attiva, curiosa, presente, lontana dall’idea tradizionale di declino e ancora attiva sessualmente.
Forse la domanda più interessante riguarda proprio questo cambiamento culturale: abbiamo allungato la giovinezza oppure abbiamo semplicemente imparato a guardare l’età con occhi diversi?
Pensione? No grazie
C’è un dettaglio che racconta bene il cambiamento degli ultimi trent’anni: fino a poco tempo fa, molte persone aspettavano la pensione come una sorta di uscita di scena. Oggi registriamo un dato curioso: mentre nel Novecento il raggiungimento dell’età pensionabile era l’obiettivo più ambito dalla popolazione over 50, oggi succede il contrario. Certo, tutti vorrebbero guadagnare senza lavorare, ma poiché il lavoro è ancora l’unica fonte di sostentamento economico delle famiglie – per chi ne ha uno – parrebbe che coloro che stanno raggiungendo – o hanno raggiunto – il traguardo della pensione, non si accontentino di essere dipendenti INPS e consapevolmente vogliano continuare a lavorare.
Lo dice il 59mo rapporto CENSIS: l’incremento di 833.000 occupati registrato nel biennio 2023-2024 è dovuto prevalentemente alle persone con 50 anni e oltre: +704.000 (ovvero l’84,5% di tutta la nuova occupazione). Il saldo positivo nei primi dieci mesi del 2025 (206.000 occupati in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso) dipende esclusivamente dai più anziani, che aumentano di 410.000 unità (+4,2%), a fronte di -96.000 occupati di 35-49 anni (-1,1%) e -109.000 con meno di 35 anni (-2,0%). Per paradosso, malgrado una certa propaganda politica dica il contrario, tra i giovani sono in netto aumento gli inattivi: +176.000 nei primi dieci mesi dell’anno (+3,0%).
Chi accetta di – o è costretto a – andare in pensione, ha una visione ben diversa del futuro rispetto alla prospettiva di passare la giornata a giocare a carte, a bocce o a guardare i cantieri. Oggi, sempre più uomini e donne vivono il pensionamento come un nuovo inizio. Alcuni aprono attività, altri riprendono a studiare, altri ancora partono per lunghi viaggi, cambiano città, scoprono passioni lasciate in sospeso per decenni. È come se una parte della popolazione avesse smesso di considerare l’età adulta avanzata come una fase di semplice conservazione.
La seconda giovinezza
Il passaggio fisiologico da “adulto ” a “maturo” nasce anche da una trasformazione psicologica profonda. Le generazioni cresciute tra gli anni Settanta e Ottanta hanno attraversato l’esplosione del benessere occidentale, l’individualismo contemporaneo, il culto della libertà personale e l’idea che ogni individuo potesse costruire il proprio percorso quasi indipendentemente dall’età anagrafica. Non dobbiamo dimenticare che sono quelli che hanno fatto la rivoluzione studentesca, che hanno visto il Live Aid, buttato giù il muro di Berlino e liberato Mandela a suon di assoli di chitarra. “Freedom” era la parola chiave degli anni Settanta e Ottanta e quel messaggio, sedimentato lentamente, oggi riaffiora con forza proprio nella maturità.
Basta osservare le città italiane: gli over 50 riempiono corsi di yoga, gruppi di trekking, corsi di zumba, festival culturali, mostre, corsi di cucina e circoli sportivi. Sempre più persone scelgono vacanze esperienziali, cammini, turismo lento, percorsi enogastronomici e viaggi all’estero organizzati in autonomia. Qualcuno torna perfino a frequentare l’università.
La separazione coniugale, anche in tarda età non è più un tabù e rifarsi una vita con un nuovo partner, anche oltre i sessant’anni non stupisce più neanche la più bigotta delle vicine di casa. Piccoli segnali, certo, che però compongono una fotografia sociale completamente diversa rispetto a quella dei decenni passati.
I numeri raccontano un cambiamento profondo. Secondo gli ultimi dati ISTAT, gli over 65 rappresentano oltre il 25% della popolazione italiana, mentre l’aspettativa di vita continua a crescere. Nel 2025 ha raggiunto 81,7 anni per gli uomini e 85,7 per le donne.
I signori del “per tutto il resto, c’è mastercard”
L’Italia possiede una delle popolazioni più anziane d’Europa e, allo stesso tempo, una delle più longeve. Questo dato modifica economia, consumi, linguaggi e relazioni sociali.
La maturità si sta trasformando in un territorio identitario ed è un passaggio che produce effetti anche sul mercato. Moda, cosmetica, tecnologia e turismo hanno iniziato a dialogare con una generazione che possiede tempo, capacità di spesa e desiderio di restare connessa al presente.
E anche il mercato se n’è accorto.
Per anni pubblicità, moda e comunicazione hanno inseguito esclusivamente la giovinezza. Oggi i brand parlano sempre più spesso a una generazione adulta e anche il marketing ha capito che il potenziale economico che sostiene l’economia di mercato arriva principalmente dalla fascia di popolazione più matura, sia per le spese personali che quelle delle giovani generazioni, sempre meno autonome e sempre più dipendenti dai budget famigliari.
Eppure, il cambiamento si esprime oltre il consumo. Riguarda soprattutto il modo in cui le persone percepiscono sé stesse. Molti sessantenni di oggi rifiutano etichette statiche e continuano a immaginarsi in evoluzione.
Naturalmente questa trasformazione porta con sé anche qualche contraddizione. Viviamo in una società che premia l’efficienza, la forma fisica e l’energia costante. A volte sembra quasi che invecchiare serenamente non basti più. Bisogna restare attivi, interessanti, dinamici, aggiornati. Il rischio di trasformare la vitalità in una prestazione permanente esiste eccome.
Eppure, al netto delle pressioni sociali, resta una sensazione difficile da ignorare: anche le persone anziane oggi appaiono più libere rispetto alle generazioni precedenti. Forse perché hanno smesso di chiedere il permesso di vivere certe esperienze dopo una certa età. Forse perché il confine tra giovinezza e maturità si è fatto più sfumato. Oppure perché, semplicemente, hanno capito che il desiderio di sentirsi vivi non possiede una data di scadenza.
Che cos’è cambiato dal secolo scorso ad oggi?
Per decenni il corpo adulto ha raccontato soprattutto il passare degli anni. Rughe, capelli bianchi, postura, stanchezza: ogni dettaglio sembrava confermare l’ingresso in una fase della vita più lenta e silenziosa e anche più rassegnata. Oggi accade qualcosa di molto diverso. Il corpo continua naturalmente a cambiare, eppure ha smesso di essere percepito come un semplice archivio del tempo trascorso ma è diventato un linguaggio identitario, quasi un modo per raccontare a sé stessi e agli altri come si desidera “abitare” la propria età.
La rivoluzione del benessere ha avuto un ruolo decisivo: tra gli anni Ottanta e Novanta anche l’Italia ha iniziato lentamente a familiarizzare con concetti che oggi sono normali: alimentazione equilibrata, fitness, prevenzione, cultura sportiva e attenzione alla salute mentale. Una cultura che apparteneva a una minoranza urbana o benestante e, soprattutto, d’Oltralpe.
Anche il rapporto con lo sport è cambiato profondamente. Le generazioni precedenti associavano l’attività fisica quasi esclusivamente alla giovinezza oppure al lavoro manuale. Oggi palestre, piscine, corsi di pilates e gruppi di cammino accolgono persone di ogni età. Correre, allenarsi, curare il proprio corpo è sinonimo di consapevolezza della cura della propria salute, oltre ad essere un modo per sentirsi presenti, autonomi e vitali.
Tutta colpa dell’edonismo reaganiano (e di Jane Fonda)
Dentro questa trasformazione c’è anche un elemento emotivo molto forte. Molti uomini e donne che oggi hanno sessant’anni appartengono alla prima generazione cresciuta davvero dentro la cultura dell’immagine.
Hanno visto nascere la televisione commerciale, le celebrity globali, le riviste dedicate al fitness e la ginnastica aerobica, il culto dell’abbronzatura, e le mode internazionali. Hanno attraversato un’epoca che ha attribuito enorme valore all’aspetto fisico e all’idea di benessere personale che è tracimata fuori controllo nella cultura sociale mediatica. La pressione estetica non colpisce soltanto i giovani ma coinvolge sempre più adulti che sentono il bisogno di restare “all’altezza” di modelli sociali – o social – spesso irrealistici. Il confine tra cura di sé e ossessione per la performance può diventare sottile.
Tuttavia, esiste anche una lettura più umana di questo fenomeno. Per molte persone prendersi cura del proprio corpo significa semplicemente restare in relazione con la vita, per altre coincide con una forma di autostima o di vitalità interiore. In ogni caso, il desiderio di piacersi ha smesso di essere considerato superficiale dopo una certa età.
Forse il punto centrale non riguarda l’illusione di fermare l’età, ma riguarda piuttosto il desiderio di attraversarla godendo appieno del tempo inteso nel suo significato più intrinseco.
Desiderio, amore e sesso
Tra gli aspetti più interessanti della sexalescenza emerge la trasformazione delle relazioni affettive. Per molto tempo la cultura occidentale ha raccontato l’amore come un’esperienza legata soprattutto alla giovinezza, mentre la maturità veniva associata alla stabilità, alla routine, alla fine delle grandi trasformazioni emotive.
Oggi quella narrazione è cambiata profondamente e storie di vita reale raccontano altro. Per molto tempo la cultura occidentale ha confinato il desiderio entro limiti anagrafici piuttosto rigidi. Dopo una certa età, amore e sessualità uscivano dal racconto pubblico e anche dalle abitudini di coppia.
Oggi accade il contrario. Le relazioni mature occupano libri, serie televisive, cinema e conversazioni quotidiane. Le persone over 60 vivono separazioni, nuovi incontri, convivenze, seconde famiglie e famiglie allargate, intraprendono relazioni digitali con una naturalezza impensabile fino a pochi decenni fa.
La tecnologia ha accelerato questo processo: app di incontri, social network e comunicazione istantanea hanno ampliato le possibilità relazionali anche nelle fasce d’età più mature.
Si tratta di una trasformazione sociale diffusa, che attraversa città grandi e piccoli centri, senza distinzione di classe o di stile di vita.
Allo stesso tempo è cambiato lo sguardo sociale. Molte persone non si sentono più obbligate a nascondere il desiderio, ne rinunciano alla curiosità, alla ricerca di intimità solo perché hanno superato una certa soglia anagrafica.
Tra bisogni e pregiudizio
Dentro questo scenario emerge una domanda che non riguarda la sociologia in senso stretto, ma la vita quotidiana: quanto siamo disposti a riconoscere che il bisogno di essere amati non segue una traiettoria lineare? Quanto spazio concediamo all’idea che anche la maturità possa contenere fragilità, entusiasmo e desiderio di ripartenza?
Accanto a questa dimensione emotiva si muove anche un cambiamento culturale più ampio. Le rappresentazioni della coppia, della famiglia e delle relazioni si sono moltiplicate. Non esiste più un unico modello dominante. Esistono percorsi diversi, spesso discontinui, che riflettono biografie sempre più lunghe e articolate.
La sexalescenza, in questo senso, non racconta soltanto una nuova età della vita. Racconta anche una diversa idea di libertà. Una libertà che non riguarda soltanto le scelte giovanili, ma anche la possibilità di rimettere in discussione ciò che sembrava già definito.
Molti sociologi osservano un cambiamento significativo: la maturità contemporanea sembra subire molto meno il peso del giudizio sociale. Diverse persone raggiungono i sessant’anni con maggiore consapevolezza emotiva, una conoscenza più chiara dei propri bisogni e una minore necessità di aderire a modelli prestabiliti.
The silver age
Per decenni l’età avanzata è coincisa con una progressiva scomparsa dallo spazio pubblico. Oggi assistiamo a un fenomeno opposto. Gli adulti maturi partecipano al dibattito culturale, influenzano i consumi e mantengono una forte presenza sociale.
Anche il linguaggio cambia. Parole come “anziano” o “terza età” sembrano appartenere a un immaginario distante. Emergono espressioni nuove: active aging, longevity economy, silver generation, sexalescenza, appunto. Ogni termine prova a raccontare una realtà più sfumata.
In fondo, l’età adulta contemporanea appare molto meno uniforme rispetto al passato. Due persone di sessantacinque anni possono avere stili di vita radicalmente diversi. Alcune continuano a lavorare con intensità, altre scelgono ritmi lenti, altre ancora ricominciano da capo dopo una separazione o un cambiamento professionale.
L’ISTAT stesso sottolinea che il semplice superamento dei 65 anni rappresenta ormai una convenzione statistica più che una definizione esistenziale.
Questo scenario apre interrogativi enormi. Se la vecchiaia cambia volto, allora devono cambiare anche lavoro, welfare, città, mobilità e servizi? Le nostre società sono davvero pronte per una popolazione sempre più longeva e attiva?
The (new) golden age
La sexalescenza parla agli over 60, certo, eppure riguarda profondamente anche le generazioni più giovani. Modifica il concetto di tempo, di carriera, di famiglia e di crescita personale.
Per molto tempo la società occidentale ha immaginato la vita come una sequenza rigida: studio, lavoro, matrimonio, pensione. Oggi quel percorso appare molto meno lineare, complice anche la trasformazione occupazionale del mondo del lavoro. Se anni fa, il lavoro a tempo indeterminato, meglio ancora il posto fisso, era un traguardo professionale facile da raggiungere, anzi doveroso, il Nuovo Millennio è dominato dal precariato che non risparmia nessuno. Le persone cambiano professione a cinquant’anni, iniziano nuovi progetti dopo la pensione e costruiscono relazioni in età mature.
Anche la cultura del successo subisce una trasformazione. La società contemporanea premia ancora la velocità, la produttività e la giovinezza, eppure cresce il valore attribuito all’esperienza, alla stabilità emotiva e alla capacità di adattamento. Ma il successo si raggiunge in tempi molto più lunghi e dilatati sulla linea del tempo della vita di una persona.
Naturalmente emergono anche tensioni. L’Italia affronta precarietà economica, difficoltà lavorative e squilibri demografici sempre più evidenti. Entro il 2050 gli over 65 potrebbero rappresentare oltre un terzo della popolazione italiana ancora operativa.
Dentro questo scenario la domanda diventa inevitabile: come convivranno generazioni sempre più lunghe, attive e numerose?
Vivere più a lungo significa vivere meglio?
La risposta è si. La longevità contemporanea porta con sé entusiasmo, possibilità e nuove libertà. Allo stesso tempo apre questioni profonde che meritano uno sguardo lucido.
Ma vivere più a lungo non garantisce automaticamente benessere diffuso. In Italia esistono forti differenze economiche, territoriali e sanitarie che spaccando in due il Paese. Alcune persone affrontano la maturità con stabilità economica e reti sociali solide, al contempo, altre convivono con solitudine, precarietà o difficoltà di accesso ai servizi.
Anche il tema della salute resta centrale. L’aspettativa di vita cresce grazie ai progressi medici, alla prevenzione e al miglioramento delle condizioni generali. Tuttavia, aumentano le patologie croniche e le pressioni sul sistema sanitario.
La sexalescenza rischia talvolta di diventare una narrazione selettiva, concentrata soprattutto su persone urbane, culturalmente attive e con disponibilità economiche medio-alte. In realtà, una parte del Paese vive l’invecchiamento in modo molto più complesso.
La sexalescenza come specchio del nostro tempo
La sexalescenza racconta molto più dell’età adulta. Parla della società contemporanea, del rapporto con il corpo, della paura della marginalità e del desiderio di vivere nel presente.
Dietro questo fenomeno emerge una trasformazione culturale enorme. L’Italia invecchia rapidamente, eppure l’immaginario collettivo continua a inseguire la giovinezza come modello dominante. In mezzo si apre una zona nuova, ancora in costruzione, abitata da milioni di persone che rifiutano definizioni rigide.
Forse la vera novità consiste proprio in questo: l’età smette di rappresentare un confine preciso e la maturità diventa un territorio dinamico, attraversato da possibilità differenti. Alcuni scelgono continuità, altri reinventano la propria vita, altri ancora cercano semplicemente una quotidianità più libera.
Resta aperta una riflessione decisiva. Se il Novecento aveva costruito una vecchiaia riconoscibile, il XXI secolo ha trasformato l’età in qualcosa di più fluido, personale e imprevedibile?
Quanto pesa, allora, la biografia personale rispetto alla semplice età anagrafica?
La storia di Samarcanda
In realtà, ma è una considerazione puramente personale, non sono convinta che la seniliscenza o sexalescenza sia un fenomeno culturale incentrato esclusivamente sul benessere e pongo una riflessione: e se smettessimo di osservare soltanto il fenomeno esterno ed entrassimo nella parte più fragile dell’essere umano? Ecco che la sexalescenza smette di essere soltanto un fenomeno sociale o di costume e diventa una risposta emotiva collettiva alla percezione della fine. Non necessariamente della morte in senso tragico, ma del decadimento, della perdita di centralità, dell’erosione dell’identità. Ed è un tema potentissimo perché riguarda chiunque.
La contemporaneità ci ha abituati a controllare quasi tutto: il corpo, l’alimentazione, la produttività, l’immagine pubblica, perfino il sonno attraverso app e dispositivi. Dentro questa cultura del controllo, l’invecchiamento rappresenta ancora l’elemento più indomabile. Forse proprio per questo lo combattiamo così intensamente, come se cercassimo di sfuggire all’inevitabile appuntamento con il nostro tempo e con i suoi “effetti collaterali”, come quel mercante che sfuggiva alla Vecchia Signora, per poi arrivare lo stesso, puntuale, a Samarcanda.
La palestra, la skincare, la medicina preventiva, il biohacking, l’ossessione per la lucidità mentale, la paura dell’Alzheimer, il bisogno di sentirsi ancora desiderabili, utili, presenti… tutto questo potrebbe raccontare anche un’altra verità: il tentativo di negoziare con il tempo e con la morte.
La leggenda dei doni della morte
Allora, in fondo, la sexalescenza potrebbe essere anche una forma contemporanea di resistenza esistenziale, non nel senso romantico del termine “restare giovani”, ma nel senso molto più universale del voler rimandare l’idea della sparizione: sparizione fisica, sociale, cognitiva, emotiva.
E forse è qui che si apre la frattura più interessante. La longevità attiva, la cura di sé, il benessere diffuso non raccontano soltanto una società più evoluta. Raccontano anche una difficoltà crescente ad accettare ciò che lentamente cambia forma, come madre natura vuole.
Non è solo una questione estetica. È una questione di rifiuto, perché ciò che inquieta non è soltanto l’età che avanza, ma la possibilità di diventare progressivamente meno riconoscibili a sé stessi.
E allora si continua a progettare, a viaggiare, a imparare, a costruire nuove versioni di sé anche quando il tempo sembra chiedere altro, non soltanto per restare giovani, ma per ingannare, in qualche modo, il tempo stesso che inesorabilmente avanza.
Mi sovviene la leggenda dei doni della morte, raccontata nei libri di Harry Potter: una bacchetta magica più potente al mondo per essere invincibili, una pietra filosofale per resuscitare i morti, e un mantello dell’invisibilità per nascondersi dalla Vecchia Signora.
Voi, cosa scegliereste?
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Foto copertina: immagine generata con IA


