La piantaggine, ma sarebbe più corretto parlare di piantaggini
Piantaggine o piantaggini? Nell’articolo della scorsa settimana, vi abbiamo anticipato che, solo in Italia, fanno parte del genere Plantago 23 specie. Ebbene, 3 di queste possono essere chiamate “piantaggine” in modo indifferente, perché sono molto simili tra loro e, soprattutto, hanno gli stessi principi attivi. In altre parole, sono intercambiabili a livello fitoterapico, esplicando la medesima azione curativa. Appartengono naturalmente alla famiglia botanica delle Plantaginacee e sono: Plantago major L., Plantago lanceolata L. e Plantago media L. Anche in italiano conservano gli stessi nomi: piantaggine maggiore, piantaggine lanceolata e piantaggine media, la meno diffusa nel nostro Paese.
A questi si affiancano diversi nomi popolari nelle varie lingue. In inglese, ad esempio, piantaggine si traduce come Plantain ma sono anche comuni le espressioni Englishman’s foot o White man’s foot. Sono entrambe riferite alla piantaggine maggiore, dalla foglia larga, e la prima fu coniata dopo la conquista della Gran Bretagna da parte dei Sassoni. Pare, infatti, che prima di allora tale specie non fosse conosciuta mentre nella vicina Irlanda è autoctona. Quanto a White man’s foot è un soprannome inventato dai Pellerossa d’America, per analogo motivo, perché la sua disseminazione scortava la colonizzazione dell’uomo bianco da Est a Ovest.


Altri nomi irlandesi
Gli irlandesi hanno due nomi distinti per indicare la piantaggine. Quella maggiore è detta in gaelico Cuach Pádraig, che vuol dire “tazza di Patrizio”. Secondo tradizione, infatti, il patrono san Patrizio, sempre in viaggio attraverso le contrade d’Irlanda, ne usava l’ampia foglia per contenere l’acqua che beveva. La piantaggine lanceolata, al contrario, è chiamata Slánlus, che traduciamo come “pianta della salute”, perché le sono sempre state attribuite ottime proprietà curative. Le foglie, tritate tra due pietre oppure masticate, erano applicate sulle ferite come rimedio disinfettante, emolliente e vulnerario. Sulle scottature, giovavano in un impacco in cui venivano incorporate nella chiara d’uovo.
Nei secoli più recenti, la pianta intera era addirittura mescolata al pastone per i tacchini. Infine, la piantaggine si prestava a piccoli riti divertenti. Presa una delle foglie, sembra che basti contare il numero delle evidenti nervature parallele per conoscere in anticipo qualcosa di più su sé stessi. A ogni nervatura, infatti, dovrebbe corrispondere una bugia e il loro numero totale sarà quello delle menzogne che si diranno nell’intera giornata.


Breve excursus storico sulla piantaggine
Dall’analisi della torba e dei terreni paludosi, contenenti determinati tipi di polline, ricaviamo la notizia che la piantaggine era già diffusa in Europa dall’Età della Pietra. Oggi è una delle specie più frequenti nel nostro Continente. Fu oggetto di approfonditi studi sin dai tempi più antichi. Il medico greco Temisone di Laodicea (I secolo a.C.) le dedicò un intero trattato, che purtroppo è andato perduto. Nel I secolo, il medico romano Scribonio Largo la sperimentò per risolvere casi di emorragia. Un secolo dopo, Galeno la riteneva il miglior rimedio contro le ulcere.
Tuttavia, la piantaggine venne apprezzata come droga medicinale soprattutto a partire dal Medioevo, da autori quali Ildegarda di Bingen e Odone di Meung. Nel suo De viribus herbarum, quest’ultimo le riserva ampio spazio, consigliandola anche come pianta alimentare, da gustare in insalata. Più che il decotto, insisteva sulle virtù del succo estratto da pianta fresca. A suo parere, era utile per contrastare svariati disturbi, dalla diarrea alle emorragie, dalle ferite all’herpes, dalla febbre al mal di piedi dopo un lungo cammino. Le proprietà cicatrizzanti della piantaggine furono infine confermate da Henri Leclerc nel 1932, in un articolo pubblicato su Presse Medical.


Una descrizione botanica generale
Per comodità, delle 3 specie di piantaggine sopra citate indicheremo prima le caratteristiche comuni e analizzeremo in seguito in che cosa differiscono. Si tratta di piante erbacee perenni e glabre (tranne la piantaggine media), che raggiungono un’altezza massima di 30-40 centimetri. Quale habitat, prediligono sentieri battuti, prati, luoghi con detriti o macerie e sono diffuse in tutto il mondo. Le foglie, che sono parallelinervie (hanno quindi le nervature parallele) formano una rosetta basale che spunta direttamente dal terreno. Questo permette a ogni esemplare, se viene brucato dal bestiame, di rimettere fuori in breve altre foglie.
I piccoli fiori biancastri sbocciano tra maggio e settembre e sono riuniti in infiorescenza a spiga. E ogni stelo fiorale reca una sola spiga. La loro impollinazione, a eccezione della piantaggine media, avviene grazie all’azione del vento, senza l’aiuto di insetti impollinatori. I minuscoli semi bruni a capsula sono assai graditi agli uccelli e rappresentano un indispensabile sostentamento per i passeri, nei mesi invernali.


Differenze tra le tre specie di piantaggine
Detto questo, aggiungiamo che la piantaggine maggiore è quella con le foglie ellittiche più grandi, con una spiga verdastra molto lunga e sottile. Essa reca fiorellini piuttosto appariscenti, con stami abbastanza lunghi che variano dal giallo al lilla. Al contrario, la piantaggine lanceolata ha foglie lineari e lanceolate, che si assottigliano alla base. La spiga è più corta (con lo stelo più lungo delle foglie) e più tozza, con forma a volte cilindrica, a volte ovale. Si compone di fiorellini non appariscenti, con 4 sepali bianchi e 4 petali brunastri e con lunghi stami bianchi o giallini.
Infine, la piantaggine media è la più elegante, è pelosa, con foglie ovali più piccole e dal picciolo più lungo di quelle della piantaggine maggiore. La spiga densa è simile a quella della piantaggine lanceolata ma i fiorellini sono assai profumati, per attirare gli insetti impollinatori. Inoltre, hanno gli stami rosati piuttosto corti perché non si avvalgono del vento per l’impollinazione. Per riconoscere tutte le piantaggini in natura occorre senz’altro usare l’ausilio indispensabile delle chiavi botaniche, dato che le foto spesso artistiche potrebbero essere fuorvianti.


Principi attivi da campionessa
Chi vi scrive considera la piantaggine una delle migliori droghe medicinali che si possono usare in fitoterapia. Fra le 3 specie, quella più ricca come quantità di principi attivi è la piantaggine lanceolata ma pure le altre due svolgono un’analoga azione salutare. Perché contengono tutte il prezioso glucoside aucubina, mucillagini, tannini, pectina, acido silicico, sali alcalini, zolfo, vitamina C e antibiotici vegetali. Tali componenti donano loro proprietà depurative (sangue, stomaco, polmoni), antiinfiammatorie e disinfettanti, cicatrizzanti, emollienti e astringenti. Senza naturalmente sospendere alcuna cura medica in corso, la tisana alimentare bevuta al posto del tè è un vero toccasana.
Giova in caso di stanchezza e debolezza generale (assimilabile all’olio di fegato di merluzzo), di gastriti, ulcere, bronchiti, infiammazioni alle vie aeree, nefriti, diarrea e dissenteria. L’infuso si prepara ponendo due cucchiai rasi di droga, rappresentata dalla pianta intera, in mezzo litro di acqua fredda. Si porta a bollore, si spegne e si lascia riposare sotto coperchio per una decina di minuti. Poi si filtra e si dolcifica a piacere, perché è un po’ amaro. In uso esterno, il succo fresco lenisce dermatosi, eczemi, ferite, piaghe e punture d’insetti. Applicato sugli occhi, migliora le infezioni delle palpebre e le congiuntiviti. Massaggiato in bocca, disinfiamma le gengiviti e persino le nevralgie dentarie. Come sostengono i nostri amici irlandesi, è assolutamente l’erba della salute!


Foto di copertina rilasciata sotto licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale originariamente pubblicata su iNaturalist da rudolphous
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