“Due Spicci” di Zerocalcare è un manuale per comprendere i Millennials

La nuova serie Netflix “Due Spicci” di Zerocalcare non racconta semplicemente una storia “de buffi” o “de borgata”, ma mette a nudo una generazione intera senza giudicare.

Ho visto la nuova serie di Michele Rech (alias Zerocalcare) e sapete cosa? L’ho A-M-A-T-A! Non posso farci nulla, adoro follemente il metodo narrativo che contraddistingue Zerocalcare perché lo trovo sempre estremamente reale, immersivo e riconoscibile.

Due Spicci l’ho vista tutta d’un fiato, esattamente come Strappare lungo i bordi nel 2021 e Questo mondo non mi renderà cattivo nel 2023. Due precedenti opere di grande successo che avevano già definito le basi del disagio, della confusione emotiva e delle domande che non trovano mai una vera e propria risposta.

In questa ultima serie però, Zero fa un passo decisamente più maturo.

“Diventare grandi”

In Due spicci il tema principale non è tanto la crescita personale quanto il dover fare i conti con il peso delle responsabilità della vita “da grandi”: soldi, violenza fisica e psicologica, lavoro, evoluzione delle amicizie e scelte che non possono più essere rimandate mentre il mondo che ci circonda prosegue senza guardarci in faccia.

La storia in breve ci mostra Zero e Cinghiale (amico storico), che gestiscono insieme un piccolo bar nel quartiere. Iniziano a emergere problemi economici e debiti segreti di Cinghiale, il loro equilibrio si incrina e nel frattempo vengono in aiuto amici dal passato. Nascono nuove dinamiche, interazioni e responsabilità dove tutti i personaggi dell’universo di Zerocalcare si trovano a fare i conti con le conseguenze delle proprie scelte.

Come sempre, accanto a Zero c’è l’Armadillo, doppiato da uno straordinario Valerio Mastandrea, che rappresenta la sua coscienza e commenta tutto con inconfondibile ironia, sarcasmo e l’apprezzatissima dose di cinismo.

Quest’ultima seriesembra la chiusura di un cerchio cominciato con Strappare lungo i bordi che ci ha mostrato la paura di affrontare il dolore, passando per Questo mondo non mi renderà cattivo e quella difficoltà di trovare il proprio posto nel mondo, fino a Due spicci e l’accettazione delle responsabilità dell’età adulta.

I Millennials

Personalmente la cosa che trovo più bella, trascinante ed affascinate delle opere di Zerocalcare non sono tanto le trame, i personaggi o le animazioni (seppur tutto meraviglioso) ma quella capacità incredibile che possiede di guardarti ed entrarti dentro. Quella sensazione costante che ciò che stai vedendo racconta di te.

I Millennials, ovvero la generazione di Zerocalcare, mia e di tutti quelli nati tra l’inizio degli anni ’80 e la metà degli anni ’90, sono il centro dei suoi racconti non come semplice etichetta sociologica, ma come ferita aperta e sanguinante.

Una generazione (la nostra) nata e cresciuta dentro un mondo ereditato e lasciato in equilibrio instabile che nel frattempo continua a pretendere prestazioni altissime, stabilità, successo e lucidità emotiva mentre tutto intorno a noi si sgretola e cade a pezzi o è disintegrato.

Se un giorno uno dei tanti Tal dei Tali dovesse salire sul tetto del mondo e chiedere con solito sguardo passivo/aggressivo e tono inquisitorio: “Ma che problemi avete voi Millennials?” io, dal mio angoletto buio ed angusto risponderei: “Guarda qua, te lo spiega Zero”.

Perché Zerocalcare nelle sue storie riesce a fare una cosa rara: “semplifica” tutto questo caos e lo abita (come può) esattamente come tentiamo di fare tutti noi. Lo disegna e lo doppia con le sue (e nostre) introspezioni, dando sempre quella sensazione di riuscire – tramite il tratto di un disegno – a spiegare l’inspiegabile.

Parla come mangi: il linguaggio è identità

Poc’anzi ho citato il doppiaggio che, a mio avviso, merita assolutamente di essere menzionato come una delle cose che rende Zerocalcare ed il suo lavoro immediatamente riconoscibili e affanculo tutti quelli che pensano che “non si capisce niente”… mettete i sottotitoli.

Chiaramente la scelta dello slang e doppiaggio in romanesco non è soltanto una scelta stilistica che combacia perfettamente con ciò che viene raccontato, ma è anche un modo per dire a chi guarda: “Aò, io so’ uno de voi!” riducendo incredibilmente quella distanza e freddezza che si crea tra la finta dizione di un italiano perfetto e le dinamiche che si presentano nella quotidianità e vita di tutti i giorni.

Paradossalmente è proprio questo che lo rende universale: nonostante il dialetto, nonostante le espressioni, nonostante la cadenza, quello che dice arriva sempre chiarissimo perché Zero attua la sacrosanta legge del “Parla come mangi” per toccare le nostre coscienze.

Come guardarsi allo specchio

Guardando Due spicci (e prima ancora le sue serie precedenti) succede sempre la stessa cosa: dopo pochi minuti veniamo inghiottiti dai pensieri paranoici ed esistenziali di Zero, quei problemi in cui almeno una volta nelle nostre vita siamo incappati tutti. Questo crea inevitabilmente una connessione che ci fa sentire simili.

Non perché Zerocalcare necessariamente ci somigli ma perché qualcosa nelle sue vicende ci tocca sempre: che sia il “dubbio amletico” che ci assale nello scegliere una semplice pizza, le paranoie che ci facciamo in una qualsiasi relazione o l’affrontare situazioni decisamente più gravi e serie in cui c’è davvero da preoccuparsi.

Le piccole ansie, le paranoie, le relazioni complicate, la sensazione di essere sempre un po’ fuori posto anche quando apparentemente “va tutto bene”.

La bravura di Zerocalcare non sta nel raccontare gesta eroiche, ma in quella di mostrare chi cerca di “reggere”.

“Due spicci” come chiusura di un percorso

C’è una sensazione precisa che Due spicci mi ha lasciato nel finale: non un’apertura verso una nuova stagione ma quella di un bilancio.

Un bilancio finale che è iniziato nel 2021, come se tutto il percorso partito con Strappare lungo i bordi e passato attraverso Questo mondo non mi renderà cattivo avesse trovato un punto, una forma più definitiva e consapevole.

Due spicci non dà una risposta, certe domande non si risolvono ma si attraversano e Zerocalcare non è diventato rinomato e rilevante perché ha delle risposte generazionali, non finge mai di essere sopra quello che racconta.

Lui sta dentro il caos, dentro le contraddizioni, nelle cose non dette e quando la serie finisce non resta addosso nessuna morale, ciò che resta è una sensazione più vera: per una volta c’è qualcuno che si è seduto affianco a te per dirti:

Aò tranquillo, ‘n mezzo a ‘sta merda ce sto pure io”.

Non perdete Due spicci, è una serie meravigliosa.

Grazie Zerocalcare, grazie “davero”.

Immagine di copertina: screenshot da video contenuto all’interno dell’articolo.

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Tony Annunziata
Tony Annunziata
Mi presento: il mio vero nome è Antonio Annunziata ma tutti mi chiamano Tony. Scrivo di videogiochi e cinema perché alla classica domanda: “che fai nella vita?” fatta ai pranzi di Natale dai lontani parenti devo pur rispondere qualcosa. Formato all’AIV (Accademia Italiana di Videogiochi) e addestrato all’Accademia di Cinema e Televisione Griffith, passo il tempo a criticare storie altrui per non soffermarmi sulla mia. Ho realizzato cortometraggi indipendenti, perché criticare i film non bastava: volevo creare qualcosa che qualcuno potesse demolire. A 22 anni ho vinto un torneo di FIFA con un braccio ingessato e so che può sembrare un dettaglio inutile ma: fallo tu se ci riesci! Ok, ora basta parlare di me, ho un Boss fortissimo da distruggere!
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