Le Vibrazioni infiammano Borghetto Santo Spirito (SV) con un concerto ad alta tensione: oltre vent’anni di carriera racchiusi in una scaletta che celebra il passato e conferma la forza del rock italiano dal vivo.
Ci sono band che riempiono un palco e band che, semplicemente, lo abitano. Le Vibrazioni appartengono alla seconda categoria. A oltre vent’anni dall’esordio che ha segnato una delle pagine più felici del rock-pop italiano dei primi Duemila, la band milanese continua a dimostrare che la longevità non è una questione di nostalgia, ma di credibilità artistica. E non si può certo dire che le loro canzoni siano soltanto sopravvissute al tempo, ma hanno saputo attraversarlo, conservando intatta quella miscela di immediatezza melodica, eleganza compositiva e impatto rock che le ha rese parte dell’immaginario collettivo.
E’ dal vivo che la band da il meglio e con maggiore forza e dimostra che non servono effetti luce o video ricercati e tantomeno servono ammennicoli come l’autotune: bastano quattro musicisti, strumenti “suonati” e un repertorio che continua a parlare a generazioni diverse. È la dimostrazione che il vero spettacolo nasce dall’intesa tra palco e pubblico, dalla qualità e non dalla popolarità mediatica o delle piattaforme digitali.
Perchè alla fine, come si suol dire, o ci sei o ci fai, e Le Vibrazioni “ci sono” e hanno ancora tanto da dire.
En vivo
Il concerto si trasforma presto in un autentico greatest hits, una scaletta costruita con intelligenza, capace di attraversare oltre vent’anni di carriera senza perdere un colpo.
Si parte forte con “Tantissimo”, presentata al Festival di Sanremo 2022, a seguire “Amore zen” e “Aspettando” dal secondo album in studio.
Si prosegue con il nuovo singolo “Ambiguità (strafatta di coriandoli)”, “Raggio di sole” e “Dimmi”.
Il repertorio attinge a piene mani dai primi due album della band, con qualche chicca tratta dai tre lavori successivi e una canzone che, a mio personale parere, al Festival di Sanremo 2020 avrebbe meritato assolutamente il podio, se non di più: “Dov’è”.
Sulla falsariga del doppio album dal vivo c’è ampio spazio anche per i vari “solo” di tastiere, chitarra, basso e batteria, momenti che valorizzano il talento dei singoli musicisti senza spezzare il ritmo dello show.
Poi arriva il momento clou della serata, quello che tutti aspettano. “Abbiamo fatto un’ora di cagate, ma adesso arrivano quelle belle…”, scherza Francesco Sarcina, strappando una risata al pubblico.
E allora “Questa non ha bisogno di presentazioni”, e parte “Dedicato a te”, seguita a ruota da “In una notte d’estate” e “Vieni da me”, la trilogia perfetta tratta dallo storico album d’esordio del 2003, accolta da un coro praticamente unico di tutto il pubblico presente.
C’è ancora tempo per “Così sbagliato”; niente stucchevole rito dei bis, per fortuna, e le luci si riaccendono su piazza Marinai d’Italia, mentre il pubblico lascia l’area del concerto con la sensazione di aver assistito a uno spettacolo essenziale, diretto e ricco di quei brani che hanno reso Le Vibrazioni una delle band più amate del rock italiano.
Le Vibrazioni
La band gira a mille: un meccanismo perfettamente oliato, a partire da Carmine Calia alle tastiere. Preciso e puntuale, taglia, cuce, completa e amplia suoni e atmosfere con un gusto mai invasivo. Il suo keyboard solo, costruito attorno al suono dell’Hammond, è di chiara memoria emersoniana, una chicca che i boomer presenti in piazza (me compreso) non possono che apprezzare.
Roberto Dell’Era al basso è una sicurezza assoluta, forte di un curriculum che parla da sé. Quando serve martella con decisione, quando il brano lo richiede fraseggia con eleganza. Sciabola e fioretto. In una parola: affidabile. Come mettere lo spartito in banca.
E poi, naturalmente, the originals.
Stefano Verderi alla chitarra è semplicemente cazzutissimo: impeccabile nella ritmica, trascinante negli assoli, rappresenta da sempre uno dei marchi di fabbrica del suono de Le Vibrazioni. Il suo assolo è una piccola gemma che fonde, con sorprendente naturalezza e assoluta originalità, Nino Rota e Beethoven. Fondamentale.
Alessandro Deidda alla batteria è una macchina da guerra. Un metronomo che non perde un colpo, impreziosito da una splendida Ludwig in plexiglass, affascinante da vedere e capace di sprigionare un suono semplicemente pazzesco. Insostituibile.
E poi c’è naturalmente lui, Francesco Sarcina. Voce in splendida forma, chitarra sempre a tracolla, presenza scenica da vero frontman, ma sempre al servizio della band. Frontman, in Italia, che si contano sulle dita di una mano, e lui quella top five se la prende di diritto. Figo. La parola più ricorrente tra le tantissime ragazze di tutte le età, assiepate nelle prime file.
In una notte d’estate
Le strade del tempo mi riportano automaticamente indietro al 2018, a quel miniconcerto a Casa Sanremo: una mezz’ora abbondante di musica ad alto tasso di adrenalina. La band era quella della reunion, la formazione originale, il quartetto con Marco Castellani al basso. Unico lampo di luce in una prima edizione del Festival targata Claudio Baglioni che, nel complesso, lasciò più di qualche perplessità.
I quattro rockers milanesi regalarono al pubblico degli addetti ai lavori una performance energetica e corroborante: una manciata di canzoni, sufficienti a ricordare che il rock italiano era ancora vivo e vegeto. E Le Vibrazioni anche.
Le stesse sensazioni le ho provate ieri sera: il rock italiano è vivo e vegeto e ha bisogno della band milanese. In un’epoca dove tanta musica sembra progettata per durare il tempo di una stagione, Le Vibrazioni ricordano che una canzone può ancora avere un’anima, un suono, un’identità. Servono band capaci di salire su un palco, accendere gli amplificatori e dimostrare che la musica, quella vera, è ancora lì ad aspettarci.
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