Quattro amici: la vita dopo i sogni, secondo Gino Paoli

Per raccontare Gino Paoli bisogna partire da una parola semplice: tempo. Tempo che passa, che cambia le persone, che trasforma i sogni senza necessariamente cancellarli. E oggi, quel tempo lo guardiamo anche con un filo di malinconia in più, dedicando queste parole alla memoria di un artista che ha saputo raccontarlo come pochi.
E tra le sue canzoni più emblematiche, Quattro amici è forse quella che meglio riesce a fermare un momento della vita e a seguirlo negli anni, tra illusioni, compromessi e piccoli traguardi quotidiani. È una storia che sembra personale, ma in realtà parla un po’ di tutti noi.

Quattro amici

Eravamo quattro amici, non al bar, ma nel gruppo di giovani della parrocchia. Era la fine degli anni ’70 e non c’erano molte alternative per frequentarsi. Ragazzi e ragazze quasi maggiorenni in oratorio, guardati a vista da un “Don” molto poco “sacerdote” in senso stretto: il classico “prete operaio”, tanto in voga in quel periodo, ma soprattutto una persona dal grande carisma, pragmatica e dalle idee chiare. Si facevano cose, si cercava di aiutare gli altri, si passavano ore e ore a parlare, sognando qualcosa di meglio di un impiego in banca.

E il rock passava lento sulle nostre discussioni: la musica era una componente fondamentale. Si ascoltavano i cantautori “impegnati”, quelli che parlavano di sociale, si era malati di progressive e si cominciava ad apprezzare quella nuova onda elettronica, che arrivava dalla Germania e dal Regno Unito.

Maurizio, Walter, Loris e Gianni volevano davvero cambiare il mondo. Parlavano di anarchia e di libertà e, soprattutto, suonavano: durante la messa la domenica, alle feste di compleanno, nei piccoli raduni “alternativi” in piazza e, soprattutto, nella canonica della chiesa, trasformata in sala prove.

Quattro amici che sognavano un futuro migliore, una società più giusta, la pace nel mondo, e che davvero avevano ben chiari in mente i propri “farò”.

Ma i sogni, pur essendo desideri, non sempre si avverano: il primo è andato a occupare un posto fisso, il secondo ha indossato la divisa da vigile urbano, il terzo è andato a lavorare come commesso nel negozio del padre e il quarto ha trovato un impiego in banca.

Poi ci troveremo come le star

Poi sono arrivati gli anni ’80 e tutto è cambiato. Gli ideali si sono quasi dissolti, l’impegno sociale si è affievolito e la vita ha preso strade diverse e mano impegnate.

I quattro amici sono rimasti sempre in contatto, anche se senza l’assiduità di quando erano adolescenti, vivendo le proprie vite e attraversando i cambiamenti politici e sociali.

Ma se è vero che i sogni son desideri, allora qualcosa, in fondo, si è avverato. Certo, Maurizio, Walter, Loris e Gianni non hanno contribuito a cambiare il mondo: troppi “però” e troppi “sarà” per poterci riuscire. Ma hanno comunque coronato un sogno, quello legato alla musica, punto fermo della loro vita, passata, presente e futura.

Il primo è diventato un producer, il secondo insegna al Conservatorio, il terzo è un imprenditore di strumenti musicali e il quarto un critico musicale.

E si sono ritrovati, certo, in un’occasione che ha accomunato tutti, naturalmente legata alla musica. Ma non con un whisky sul tavolino del bar: un bicchiere di San Simone con ghiaccio (perché si rimane torinesi anche se la vita ti porta lontano dalla città natale). C’erano anche le mogli e le compagne, ma è un dettaglio.

Una storia di amicizia, di ideali e soprattutto di musica, che casualmente è anche una canzone, che parla del tempo che, seduti al tavolino di un bar dopo tanti anni, sembra non essere mai passato.

Gino Paoli

E forse è proprio questo il senso più profondo di Quattro amici: non raccontare ciò che non è stato, ma riconoscere quello che, in modi diversi, è rimasto.

Gino Paoli non giudica, non assolve e non condanna: osserva. E ci ricorda che crescere significa anche tradire qualche sogno, ma senza perdere del tutto la capacità di ritrovarsi, magari anni dopo, con un bicchiere in mano e la sensazione che, in fondo, non sia mai cambiato.

E oggi, nel ricordarlo, queste parole suonano ancora più vere: perché certe canzoni non appartengono solo a chi le ha scritte, ma a tutti quelli che, almeno una volta, ci si sono ritrovati dentro.

Ciao Gino, grazie di tutto.

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Lele Boccardo
Lele Boccardo
(a.k.a. Giovanni Delbosco) Direttore Responsabile. Critico musicale, opinionista sportivo, pioniere delle radio “libere” torinesi. Autore del romanzo “Un futuro da scrivere insieme” e del thriller “Il rullante insanguinato”. Dice di sè: “Il mio cuore batte a tempo di musica, ma non è un battito normale, è un battito animale. Stare seduto dietro una Ludwig, o in sella alla mia Harley Davidson, non fa differenza, l’importante è che ci sia del ritmo: una cassa, dei piatti, un rullante o un bicilindrico, per me sono la stessa cosa. Un martello pneumatico in quattro: i tempi di un motore che diventano un beat costante. Naturalmente a tinte granata”.
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