Giulio Spadoni, storico manager di artisti come Vasco Rossi, Roberto Benigni, Jovanotti, Ligabue e Tiziano Ferro, racconta nel libro “La mia irreversibile ZeroFollia” il suo percorso da sorcino a professionista al fianco di Renato Zero. Attraverso aneddoti vissuti, il libro su Renato Zero svela l’uomo dietro le maschere sceniche: sensibile, semplice, profondamente umano. La riflessione di Gae Capitano, che definisce Renato Zero “il profeta mascherato che ha rivoluzionato la canzone italiana”, completa un viaggio inedito nel mondo di uno degli artisti più complessi e visionari della musica italiana.


Il bigliettaio
Stadio di Ancona. Periferia sud. Dove il Conero se ne sta lassù a guardare le cose succedere.
Era marzo, ma la primavera era un’idea lontana, come una promessa che qualcuno aveva fatto e poi dimenticato.
Nel pomeriggio il palco era vivo di voci e luci: Prove di Volo era uno spettacolo in cui Renato Zero e il pubblico si sarebbero trovati insieme, sospesi dentro scenari bellissimi. O almeno così promettevano i manifesti. Dentro, nelle viscere della struttura, Renato era lì per le prove. A un certo punto gli serviva un computer. Doveva scaricare delle mail.
Erano i primi anni Duemila e i cellulari ancora non lo permettevano. Sembra impossibile adesso, ma è così: c’è stato davvero un tempo in cui, per leggere una mail, dovevi cercare un computer, sederti, aspettare.
Nel palazzetto non c’erano computer liberi.
L’unica postazione con un terminale era nella biglietteria, aperta al pubblico. A Renato la cosa non sembrò un problema. Chiese il posto all’operatore, che si alzò e andò in pausa. Lui si sedette, accese il computer e cominciò a lavorare.
Dal fondo del corridoio arrivò un ragazzo. Camminava con passo normale, nell’eco della struttura vuota, illuminato dalle fredde luci al neon, lungo quel rettangolo di cemento che sembrava non finire mai.
A un certo punto rallentò, come se qualcosa non tornasse. Dietro il vetro della biglietteria vide chi era seduto lì dentro e il mondo gli si fermò un attimo. Gli occhi spalancati, la bocca mezza aperta, il cervello che provava a capire se era vero o no. Pubblicità? Un sosia? Un’allucinazione? I pensieri balenavano nella testa del ragazzo senza sosta e soluzione.
Renato lo guardò.
«Desidera?»
L’aveva detto con quel tono scanzonato che tutti conosciamo. Ma come uno che vende biglietti da una vita, professionale, senza una piega.
Il ragazzo balbettò qualcosa. Non riusciva a parlare. Poi disse: «Sono venuto per un biglietto per… te.»
Renato lo fissò negli occhi, serio come un impiegato delle poste.
«Il biglietto ti serve per te o per me?»
Passarono alcuni secondi — che al ragazzo sembrarono un’eternità — poi cercò in qualche modo le parole: «Un biglietto per Renato Zero. Voglio dire, per me.»
Renato prese il blocchetto, strappò il biglietto con un gesto pulito, lo appoggiò sul bancone. Il ragazzo gli passò i soldi in modo automatico. Lui aprì la cassa, prese il resto, glielo porse attraverso la fessura del vetro.
«Buon spettacolo, allora.»
«Grazie» disse educatamente, mentre ancora non capiva cosa stesse succedendo.
Il ragazzo restò lì ancora un momento, come se non sapesse bene cosa fare. Renato lo guardava in silenzio, con quello sguardo che diceva tutto senza dire niente. Ma sottintendeva – adesso puoi andare.
Il ragazzo si girò e cominciò a camminare via. Ogni tre passi si voltava indietro a guardare, per tutto il lungo corridoio. Prima di girare l’angolo si voltò un’ultima volta. Zero, il bigliettaio, Renato — era ancora lì. Con un piccolo sorriso che gli restava nell’angolo della bocca.
E mentre scompariva verso la luce dell’esterno, pensava se raccontarla o no questa storia. Perché tanto nessuno ci avrebbe creduto.


La mia irreversibile ZeroFollia
Esiste un privilegio raro, nell’universo della musica: quello di poter raccontare una leggenda.
E quando quella leggenda risponde al nome di Renato Zero, il privilegio si colora di una luce ancora più particolare, quasi sacrale.
Ma c’è qualcosa di più prezioso ancora: poterlo fare attraverso lo sguardo di chi quella leggenda l’ha vissuta dall’interno, con la devozione del discepolo e la lucidità del testimone. L’aneddoto che vi ho restituito – con parole mie – è soltanto una delle tessere di un mosaico ben più vasto, che prende forma tra le pagine di un libro destinato a questa icona irripetibile del panorama musicale italiano.
Un’opera che ci rivela un Renato inedito. Un uomo che, al di là delle maschere sceniche e dell’implacabile rigore professionale, custodisce una sensibilità profonda, un’anima accogliente. Un estimatore della buona tavola, un amico dalla delicatezza rara. Perché dietro il personaggio monumentale si cela, sempre, l’essere umano. A volte un grande essere umano.
E l’uomo che ha tessuto questo racconto è, prima di ogni altra cosa, un sorcino. Uno di quelli veri, autentici.
Uno che Renato l’ha ammirato con quella forma di devozione totale che solo l’adolescenza sa generare, e che dalla sua musica, dalla sua arte visionaria, ha ricevuto in dono l’amore per lo spettacolo. Una passione che, con il tempo, si è tramutata in mestiere: quello del manager, dell’organizzatore di concerti.
E poi, come in una fiaba in cui i destini si intrecciano per disegno superiore, è arrivato il momento del grande sogno realizzato: lavorare per il proprio idolo. Anni dopo, ecco il cerchio che si chiude con questo libro, dove piccoli episodi di vita quotidiana svelano angoli nascosti del mondo di Zero e del suo narratore.
E allora ecco emergere – dalla pellicola della storia che srotola al contrario – istantanee che fanno sorridere, commuovere, viaggiare nel tempo:
“Il covo dei pirati di Bachero di Cingoli, improponibile luogo dei primi concerti, con quel maialino legato all’albero e il palco in discesa, i panini con la salsiccia che profumavano di provincia e di autenticità. I cappuccini offerti e i biglietti regalati – lui, ormai manager – ai sorcini che dall’alba attendevano l’ingresso al concerto, ignari di pioggia e tempo, per poter prendere quegli ambiti posti sotto il palco. Proprio come aveva fatto lui, anni addietro. Il Natale sotto il tendone a strisce rosse e verdi di Zerolandia, a Roma, dove la magia si faceva palpabile.
Renato che sovverte un’intervista invertendo i ruoli, impugnando il microfono per porre domande invece che rispondere. Un velo di malinconia per il sogno mai sopito di Fonopoli, una visione che aveva un cuore pulsante, poi fermato dalla burocrazia bigotta.
Un pomeriggio qualunque
Un pomeriggio qualunque in via della Camilluccia, con Zero che accoglie i suoi ospiti in salotto, in pantofole, con quella semplicità disarmante che appartiene solo ai grandi; L’eclettico professionista che chiede al suo manager di provare i suoi vestiti di scena nel camerino, per vederne l’effetto.
E infine Renato profeta, che prima del concerto invoca davanti a tutti la fine della pioggia, e il cielo – forse per gratitudine verso chi gli ha dedicato una delle canzoni più belle – lo ascolta, regalando all’immenso pubblico accorso all’Arena di Verona una serata di stelle a fare da cornice a un concerto indimenticabile”.
Tutto questo, e molto altro ancora, vi attende in questo viaggio inedito dentro le pagine de “La mia irreversibile ZeroFollia” di Giulio Spadoni, manager e sorcino.
L’ospite di questa puntata di Masterclass, la rubrica di Zetatielle Magazine dedicata alle eccellenze della musica – e oggi, anche della scrittura – italiana.


Renato Zero, il Profeta Mascherato. Il pensiero di Gae Capitano
Il paradosso della maschera
C’è un paradosso che attraversa l’intera parabola artistica di Renato Zero, e che solo a distanza di decenni possiamo finalmente decifrare con la necessaria lucidità.
Quest’uomo che ha fatto della maschera il suo manifesto esistenziale, che ha costruito intorno a sé un arsenale di lustrini, piume, provocazioni visive e teatralità esasperata, è stato in realtà il cantore più spietato della nudità umana che la canzone italiana abbia mai conosciuto.
Non la nudità dei corpi – quella è roba da postilla moralista – ma quella ben più insostenibile delle anime, quella che ti costringe a guardarti dentro senza la protezione del perbenismo borghese.
Dai suoi esordi, e come filo conduttore di tutto il suo percorso, mentre l’Italia si arroccava dietro le sue pareti domestiche, dietro il muro invalicabile del “cosa dirà la gente”, Renato ha fatto esattamente l’opposto: ha indossato la maschera più appariscente immaginabile per dirti che tutti, ma proprio tutti, ne indossiamo una. Solo che la sua era onesta, dichiarata, ostentata. La nostra no. La nostra finge di non esserci.
Un catalogo dell’anima
Il suo repertorio è un trattato di filosofia popolare, una sorta di università della strada: profonda quanto basta per scuotere, immediata quanto serve per restare.
I Migliori Anni della Nostra Vita: quando ti accorgi che ogni giorno è il frutto di una pesca miracolosa; Spalle al Muro: l’angolo della vecchiaia dove finisci quando la società smette di vederti; Mi Vendo: il manifesto dell’alienazione, cantato nel ’73 quando “mercificazione” era roba da militanti; Nei Giardini che Nessuno Sa: la solitudine di chi vive ai margini, l’appello a non abbandonare chi ha bisogno di un gesto d’affetto; Cercami: il bisogno di ritrovarsi ancora, la volontà di reinventarsi; Triangolo: la geometria maliziosa del desiderio, raccontata con ironia quando nessuno osava nominarla; Tutti gli Zeri del Mondo: la fraternità degli esclusi, gli unici a potersi permettere il lusso della sincerità.
La rivoluzione dell’empatia
Renato Zero ha parlato a un’Italia che stava ancora imparando a riconoscersi.
E le ha detto una cosa semplice e inaudita insieme: che la diversità non è una colpa da espiare, ma una ricchezza da custodire. Non lo ha fatto con la predica, ma con la parabola. Non con il manifesto, ma con la canzone — un oggetto infinitamente più sovversivo di quanto siamo disposti ad ammettere.
Ha parlato di droga quando la droga faceva davvero paura. Di emarginazione quando gli emarginati non avevano voce. Di amore senza genere quando la parola gender non esisteva ancora, e il pensiero che portava con sé faceva tremare le mani.
E lo ha fatto usando un linguaggio che arrivava a tutti: un italiano medio, popolare, credibile.
Già attraversato dalla poesia, ma ancora ruvido, essenziale. La raffinatezza sarebbe arrivata dopo, come arrivano le cose importanti: col tempo, e senza chiedere permesso.
E Renato arrivava sempre. Arrivava come arriva qualcuno che ti conosce. Come se tuo fratello maggiore, quello che ha visto più mondo di te, si sedesse sul letto e ti spiegasse come funzionano davvero le cose.
Perché la vera trasgressione — ed è qui il paradosso — non stava nei lustrini o nei tacchi a spillo.
Stava nell’empatia.
Nell’idea radicale che si potesse cantare una prostituta senza giudicarla, un tossicodipendente senza condannarlo, un emarginato senza compatirlo.
Stava nello sguardo. In come si guarda qualcuno.
Lo specchio necessario
Così, mentre tornava a casa di notte con addosso quei vestiti luccicanti, cercando di non incrociare gli sguardi dei figli dei poliziotti che abitavano gli stessi palazzi popolari, Renato Zero stava già scrivendo il futuro.
Stava insegnando a un Paese intero che il coraggio non è conformarsi, ma restare irriducibilmente sé stessi.
Seguendo quella curva dell’angelo che custodiamo gelosamente e che ci definisce molto più di qualunque maschera pubblica. Per non tacere, per non rassegnarsi, per non inchinarsi al mondo.
Per questo Renato Zero non è solo un cantante. È un profeta. Laico, certo. Ma autentico.
È stato il punto esatto in cui intere generazioni hanno smesso di fingere. Uno di quelli che non ti mostrano ciò che vorresti diventare, ma ciò che sei.
Ha affidato il suo pensiero a canzoni “semplici” perché le canzoni sanno fare una cosa straordinaria: entrarti dentro senza chiedere permesso, e restarci per sempre.
Anche se non vuoi. Anche se non lo sai.
«E mentre il tempo continua a rubare i contorni alle fotografie, ogni volta che ascolto “Amico” i brividi sulla pelle tornano uguali. Come la prima volta, sulle frequenze di una radio libera accesa di nascosto, in un corridoio di una scuola, con le lezioni lasciate alle spalle per pochi minuti e l’estate che stava per cominciare, scintillante di promesse. Promesse che Renato ci ha insegnato a vivere con un filo di disincanto: perché le stagioni tornano, le emozioni si riscrivono, ma spesso succede così — io ti scrivo, tu mi scrivi, poi tutto torna come prima».
E allora mi rendo conto che Zero ci ha regalato qualcosa di più prezioso di un repertorio. Ci ha mostrato un modo di stare al mondo.
Fragile e coraggioso insieme. Capace di guardare l’abisso e trasformarlo in messaggio. Di trasformarlo nell’oggetto, immateriale, eppure potentissimo, di una canzone.
Il gesto più sovversivo, e più eterno, che un artista possa compiere.


Giulio Spadoni. Manager, scrittore, sorcino.
Ci sono persone che attraversano la vita portando con sé una specie di luce propria. Non è carisma, non è nemmeno fascino. È qualcosa di più sottile, più antico: un’aura di tranquillità.
Giulio Spadoni è una di quelle persone.
L’amico che vorresti avere accanto quando gli eventi prendono forma, quando il caos cerca di prevalere, quando serve qualcuno che sappia tenere insieme i pezzi.
C’è in lui una gentilezza estrema, del tipo che non si impara, ma ti appartiene. Un sorriso sempre accennato sul viso, come se conoscesse un segreto che rende tutto più sopportabile. Una di quelle presenze che calmano le stanze semplicemente attraversandole.
Ma non è solo questo.
Dietro quella serenità c’è una professionalità estrema, forgiata in decenni di esperienza come Manager, gestendo tour, spettacoli e concerti per artisti del calibro di Benigni, Proietti, Oasis, Vasco Rossi, Fiorello, R.E.M., Baglioni, Ramazzotti, Tiziano Ferro, Venditti, Morandi, Antonacci, Cremonini, Jovanotti, Deep Purple, Ligabue, B.B. King, Pat Metheny, Ornella Vanoni.
E naturalmente Renato Zero.
Perché Renato Zero non è semplicemente un nome in più nella lista.
È il filo conduttore della sua carriera, il centro di gravità attorno cui tutto ha ruotato: prima ammiratore, poi sorcino, poi manager, poi amico. Provate a immaginare di poter – o dover – organizzare un concerto, un tour, per il vostro idolo. È gioia e preoccupazione insieme, è il desiderio ossessivo di fare il meglio, di dare il massimo, di non tradire quella fede che vi ha portato fin lì.
Giulio ha ragione a sottotitolare il suo libro “Storia di un sorcino che ce l’ha fatta”.
Perché questo è davvero il punto chiave di un’esistenza: avere dei valori, amarli profondamente, e poi (ecco la parte impossibile) farli diventare un mestiere. Trasformare la passione in professione senza ucciderla, mantenere intatto lo stupore pur conoscendo ogni retroscena.
È un obiettivo nobile quanto difficile, e Giulio ci è riuscito.
E ora ha scelto di condividere con noi i retroscena del suo lavoro, le storie segrete legate al suo idolo di sempre. Nel suo Renato Zero – La mia irreversibile ZeroFobia, ci spalanca le porte di un mondo che raramente si racconta: quello in cui i sogni diventano realtà e la realtà, per miracolo, non distrugge i sogni.
Nelle nostre conversazioni, un suo pensiero su quando ha lavorato con Zero mi ha colpito con particolare intensità. Un pensiero che racchiude, credo, il senso ultimo della sua vicenda personale:
“Dopo giorni di lavoro, mesi di preparativi, centinaia di persone da coordinare, le luci della sala si spengono e inizia lo spettacolo. Puoi finalmente lasciare allentare la tensione, raggiungere un posto nascosto sotto il palco e riascoltare quelle canzoni, quella voce, quel mito che da sempre appartiene alla tua vita.”
“Chiudere gli occhi e, per un attimo sospeso, ritornare il sorcino di tanti anni fa.”
Masterclass. L’intervista a Giulio Spadoni
Questa intervista è nata lentamente, come nascono le cose vere: tra chiacchiere a tavola e rientri serali.
Nelle pause caffè, in giuria, mentre ascoltavamo le audizioni di centinaia di ragazzi con gli occhi lucidi di sogni, e nelle ore sospese del mattino, attraversando il centro storico di una località di mare addormentata dall’inverno, rientrando dagli spettacoli. Con ancora l’eco degli applausi nelle orecchie, quando le strade sembrano custodire pensieri più che passi.
In quei giorni intensi e bellissimi al Rumore BIM Festival, io e Giulio abbiamo condiviso molto più di un progetto. Insieme a un team prestigioso – da Samuel Peron a Enzo Paolo Turchi, da Tiziana Foschi a Stefano D’Orazio dei Vernice, e ancora Carmen Ferreri, Tina Nepi, Giancarlo Tarabella, Massimo Fregani, Lighea, Alessia Barni, Maurizio Dei Lazzareti, John Vignola, Olivier Segre della Warner, Andrea Fabiani, Lorenzo Paolucci, Xedo e altri – abbiamo lavorato alla finale nazionale di una manifestazione multi-arte visionaria, voluta da Nazzareno Nazziconi di Anteros e dai suoi partner, come omaggio a Raffaella Carrà.
L’evento ha preso forma a metà ottobre 2025, al Pala Congressi di Bellaria Igea Marina, lasciando dietro di sé non solo uno spettacolo, ma una trama di incontri, parole e silenzi da cui questa intervista ha preso vita.
Giulio, come è nata l’idea di scrivere un libro su Renato Zero?
«Da tempo volevo raccontare tutti gli aneddoti su Renato che appartengono alla mia storia di manager e, soprattutto, di sorcino. Condividerli, senza pretese letterarie, con chi ha la mia passione ma anche con chi non ce l’ha. Per mostrare un artista da una prospettiva che non tutti hanno avuto il privilegio di vivere da vicino.»
Zero ha creato un legame unico con il suo pubblico…
«Sì, in modi che pochi conoscono. Qualche giorno fa, poco prima della scomparsa di Ornella Vanoni, è mancata una sorcina storica. Una donna presente a ogni concerto, a ogni manifestazione. Renato le ha dedicato un ricordo bellissimo, con una foto di lei e suo marito.
Ha scritto che noi sorcini siamo di più che persone che vanno saltuariamente agli appuntamenti con un cantante. Questo rapporto va oltre l’aspetto artistico, ci trasforma in una comunità, in una famiglia.
Chi segue Renato sa che è sempre stato forse l’unico artista che batte le mani al pubblico più a lungo di quanto il pubblico le batta a lui. Dal primi concerti a oggi. Una forma di rispetto sincero.»
Quando sei diventato un sorcino?
«Nel 1977, per caso, grazie a un dj giostraio, una di quelle figure che sceglievano i dischi per accompagnare i giri sulle giostre. Fui fulminato da un brano strepitoso, completamente diverso da tutto quello che si ascoltava all’epoca.
Questo artista misterioso mi colpì con l’ecletticità di quella canzone. Senza internet per informarsi, solo tempo dopo scoprii che si intitolava “Mi vendo” e che a cantarla era Renato Zero. Fu l’inizio di una passione che dura ancora oggi.»
Un artista fuori dagli schemi per quegli anni…
«Era “troppo” per quel periodo. Un pomeriggio si esibì ad Ancona, dove abitavo. Di nascosto dai miei andai a vederlo. Avevo già visto grandi nomi dal vivo, tutti bravissimi.
Ma passare da artisti che cantavano con la chitarra su una sedia a uno spettacolo con cambi d’abito, balletti, canzoni dagli argomenti rivoluzionari fu uno shock positivo. L’inizio di tutto.»
Dietro le maschere provocatorie c’era un uomo molto diverso, scoprirai…
«Nel libro racconto alcuni episodi. Nel 1980, dopo un concerto a Porto San Giorgio, Renato seppe che alcune ragazzine erano scappate di casa per andarlo a sentire. Era notte. Senza darlo a vedere, entrò in una cabina telefonica e chiamò personalmente i genitori per tranquillizzarli.
In un’altra occasione, mentre ci spostavamo in macchina verso la cena di fine concerto, gli dissi che ad aspettarci ci sarebbe stata mia cugina, sua grandissima fan. Arrivati sul posto, Renato scese dall’auto e cominciò a chiedere a tutti dove fosse Paola: tra la folla curiosa, lo sguardo senza parole di lei e le nostre risate.»
Il tuo libro rivela anche il professionista rigoroso…
«Chi guardava al suo mondo artistico, specialmente agli esordi, poteva farsi ingannare dai travestimenti, dall’ecletticità. Ma chi lo ha osservato da vicino durante la preparazione di un tour si è trovato di fronte un professionista dalla meticolosità incredibile.
Esigentissimo con sé e con i collaboratori. Con l’esperienza di chi è stato ballerino, attore, esperto di luci, oltre che cantante.
In un capitolo racconto di quando rimproverò un ballerino entrato in scena con un attimo di ritardo. Il ragazzo non capiva: era alle sue spalle, come poteva vederlo? Un musicista sentenziò che Renato aveva gli occhi anche dietro.
Dietro quel prodotto finale che è l’universo Zero, c’è un lavoro immenso e una sua professionalità estrema. Fattori che gli hanno permesso di diventare uno degli artisti più importanti di sempre.»
Ti ha mai sorpreso con richieste particolari?
«Per la semplicità, semmai. Da un personaggio di questo livello ti aspetti – come capita con molti nomi insospettabili – menù speciali, sistemazioni precise, asciugamani di un certo colore.
Renato chiedeva informazioni stradali per andare a trovare una zia che abitava poco lontano, un computer per scaricare le mail, qualche prodotto tipico del posto. Stupiva con la sua normalità.
È una persona che ha sofferto molto della popolarità. Negli anni ’70 usciva nascosto nel furgone della biancheria per evitare che cento motorini lo seguissero, rischiando incidenti.»


Zero era molto legato a Loredana Bertè e Mia Martini. Le hai mai incontrate?
«Mia Martini. Fu la magnifica ospite di un evento che organizzavo negli anni Ottanta: Notti Italiane. La prima edizione ospitò Francesco De Gregori, Pino Daniele, Ivano Fossati e Paolo Conte. Per la seconda invitammo Renato Zero, Angelo Branduardi, Edoardo Bennato, Enzo Iannacci, Luca Carboni, Fiorella Mannoia e Mia Martini.
Renato disse di lei: “Una pietra appuntita in mezzo a tante pietre levigate.” Mia, durante la conferenza stampa legata all’evento, disse ai giornalisti: “Devo parlarvi anche del mio fratellone Renato, di quando giravamo tutta l’Italia, senza soldi, in cerca di fortuna? Gli voglio un bene dell’anima.”
Mimì parlava di Renato e di Loredana sempre con gli occhi lucidi, e mi faceva sentire come se stessi chiacchierando con una vecchia amica. Alla sua scomparsa, Renato le dedicò “La grande assente”, un brano davvero struggente.»
Ci sono altri momenti in cui Renato ti ha particolarmente commosso?
«Un’occasione molto privata che ho voluto condividere nel libro. L’anello di congiunzione della nostra amicizia, oltre gli aspetti professionali, è stato che suo padre era un poliziotto marchigiano – Renato lo perse a trent’anni – e anche mio padre lo era.
Quando mio padre morì, nel 2013, pochi mesi dopo Renato venne ad Ancona per un concerto. Lo andai a trovare in camerino e gli diedi la notizia. Si ricordava di lui: si commosse, mi abbracciò. “Ricordati che i poliziotti marchigiani non muoiono mai”.
Mi lasciò una dedica su una foto insieme. Piansi per un’ora. Ci ho pensato prima di raccontarlo nel libro, ma in fondo noi siamo anche questo.»
Da sorcino a manager. Quali sono stati gli eventi più complessi che hai organizzato?
«Quelli di Renato sono stati molto emozionanti, per motivi personali, lo immaginerai. Un sogno che, come sorcino, avevo da ragazzo. E che si è avverato.
A livello numerico, i concerti di Vasco Rossi negli stadi. Per presenze, strutture, scenografie, impianti audio. Dietro quelle poche ore c’è una macchina organizzativa meticolosa e giorni di lavoro che il pubblico non immagina.
Ma l’evento più grande non fu musicale. Vicino al santuario di Loreto, nella piana di Montorso, costruimmo su un terreno agricolo una struttura grande quanto una piccola città per ospitare Papa Wojtyła.»
Come si gestiscono eventi di tale complessità?
«Serve un team fidato. Dalla logistica alla biglietteria, dal service ai tecnici: la macchina si muove grazie a professionisti capaci di garantire standard elevati.
Per Vasco avevamo Danilo Zuffi, direttore di produzione recentemente scomparso, che coordinava ogni dettaglio, giorno e notte.»
Come musicista con migliaia di ore di palco penso al service
«È uno degli aspetti fondamentali, soprattutto quando si tratta di concerti di artisti grandissimi. Per audio e luci ci siamo sempre affidati ad agenzie specializzate, che avevano già maturato crediti nella gestione di grandi eventi.
Immagina, per esempio, che la strumentazione non poteva essere unica: mentre si smontava in una città, un secondo team montava già in un’altra. Meccanismi complessi, quantità enormi di persone coinvolte.»
Quante ore di lavoro richiedono organizzazioni simili?
«Venticinque su ventiquattro al giorno, in media. È richiesta una disponibilità totale da parte dei collaboratori: turni notturni, squadre che non si fermano mai. L’obiettivo è l’impeccabilità, e la tensione è una presenza costante.»
Sei ancora in prima linea?
«Negli ultimi anni ho rallentato. Il mercato è cambiato. Oggi poche società gestiscono quasi tutto il mondo dei live.
Una volta si distribuiva il parterre associando nomi forti ad artisti emergenti. Oggi si punta a presunti sold out che fanno credere – anche agli artisti – affluenze che spesso non si verificano.
Gli stadi erano solo per Vasco. Oggi nomi usciti da un talent vengono proposti a San Siro. Le macchine organizzative implodono sotto meccanismi sbagliati.
Si dimentica che ogni artista ha la sua affluenza e il vero lavoro è scegliere le location giuste. Crescita graduale: oggi in tenda, domani in teatro, poi gli stadi.»


Il libro affronta anche questi temi?
«Indirettamente. Ho preferito dare spazio soprattutto agli aspetti umani che pochi conoscono del personaggio pubblico Renato Zero. Per ammirazione, passione»
Giulio Spadoni con questo libro ci ha restituito un Renato Zero che molti non si aspettavano.
Uno che stavamo guardando da sempre, ma con gli occhi sbagliati. Distratti dai lustrini, dai tacchi a spillo, dall’alone provocatorio che ha scelto come divisa.
E forse è proprio questa la lezione più bella di tutta la storia.
Che i veri profeti, quelli che hanno qualcosa di importante da dirci sul mondo, arrivano spesso mascherati da giullari. Perché sanno che le grandi verità non le ascolti se te le servono su un vassoio d’argento. Le ascolti solo se prima ti fanno ridere, scandalizzare, voltare la testa.
Solo se ti distraggono abbastanza da non farti scappare.
Zero lo sapeva. Ha scelto la maschera più chiassosa che potesse trovare, e dietro quella maschera ci ha messo tutto. L’empatia, il coraggio, la rivoluzione silenziosa di chi ti guarda negli occhi e ti dice: va bene essere diverso. Va bene essere te stesso.
Adesso tocca a noi non dimenticarlo.
Per poter prenotare “La mia irreversibile ZeroFollia” potete mandare una mail a questo indirizzo o lasciare un messaggio sulla pagina Facebook di Giulio Spadoni
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