Scusate, posso pensare da solo?

Premessa: quello che segue non è un attacco politico. Non è un “me contro te”, una tessera di partito contro un’altra, né il tentativo di chi sta da una parte di criticare chi sta dall’altra. È semplicemente la sostanza di ciò che mi porto dentro da molti anni.

Anni Novanta. Sapienza di Roma. Aula magna di Lettere e Filosofia. Lì ho imparato molto presto una regola non scritta: se non stavi con loro, stavi contro di loro. Un ragazzo arrivato dalla provincia, per quanto già abbastanza emancipata, si trovava improvvisamente davanti a questo scenario. La Pantera, si chiamavano così. Se volevi semplicemente seguire le lezioni, se non avevi voglia — per qualsiasi motivo — di partecipare a occupazioni, contestazioni e polemiche, venivi guardato come un corpo estraneo.

Se non assecondavi i presupposti del movimento, eri tagliato fuori. Dai rapporti di amicizia, a volte persino da quelli sentimentali. Si capiva fin da subito cosa significasse, nella pratica, non avere libertà di pensiero. Come un manifesto mai scritto, ma chiarissimo: chi voleva semplicemente studiare e impegnarsi senza gridare slogan non aveva diritto di dire o fare. Doveva soltanto togliersi di mezzo.

Tutta ‘nata storia

Erano gli anni Novanta, molto tempo dopo il Sessantotto. Quel Sessantotto che, secondo alcuni, avrebbe dovuto consegnarci un mondo migliore. Una lettura che non coincideva affatto con quella di mio padre, il quale parlava invece di un fallimento politico, sociale, civile e culturale. Perché, a suo giudizio, il Sessantotto aveva prodotto più illusioni che risultati, più carriere ideologiche che conquiste collettive. Gli anni Novanta erano la versione aggiornata di quel mondo: costruita dai figli del Sessantotto, ancora impegnati a giocare alla rivoluzione mentre qualcuno, dietro le quinte, continuava a cercare il proprio posto al sole. Noi, in fondo, ci siamo fatti usare.

Quella scarsa libertà si respirava soprattutto nella cultura. Se ascoltavi De André eri automaticamente un compagno. Se ascoltavi altro, rischiavi di essere considerato superficiale, quando andava bene. Una distinzione che finiva per investire tutto: musica, cinema, letteratura, arte. Un’equazione soffocante. Non potevi semplicemente ascoltare una melodia. Dovevi assorbire un messaggio. Le parole dovevano trasudare lotta, militanza, impegno. Attenzione: io non pensavo il contrario. Semplicemente non pensavo che quello fosse l’unico senso possibile dell’arte. L’arte può suscitare riflessione, idee, domande, ma può anche semplicemente emozionare, farti stare bene, riportarti indietro nel tempo. Può farti volare.

Io ero così. Ascoltavo il mio mito di allora e di oggi: Pino Daniele. La sua musica mi evocava conflitti interiori, scontri tra volontà e idee diverse. Ma poi arrivava la melodia e mi faceva, e continua a farmi, letteralmente volare. Non ho mai legato i miei gusti artistici a un’appartenenza politica, filosofica o ideologica. Mi piace? Lo ascolto. Lo leggo. Lo guardo. Lo compro. Così è sempre stato.

Caro Diario

Anche nel cinema. Sembrava che bisognasse vedere soltanto quello impegnato. Eppure a me è sempre piaciuto Nanni Moretti. Ma il fatto che mi piacessero i suoi film non significava che dovessi partecipare ai suoi girotondi, che peraltro non hanno cambiato nulla nella vita concreta dei cittadini.

Gli anni sono passati così, con un certo progressismo impegnato a misurarsi continuamente in una gara di superiorità morale e culturale. “Noi abbiamo questi artisti. Voi chi avete?”. Una partita facilissima da vincere, perché le regole del gioco le stabilivano sempre gli stessi. Quello che non ho mai capito è chi abbia deciso che gli artisti che si professavano di sinistra dovessero diventare una sorta di proprietà privata di un’area politica. Un ossimoro straordinario: progressismo e appropriazione.

Poi sono arrivati questi anni. Anni di guerre, crisi e confusione globale. Eventi che hanno mandato in cortocircuito molte delle certezze del pensiero progressista contemporaneo. Le ideologie si sono scontrate tra loro, le narrazioni si sono incrinate, le verità assolute hanno mostrato tutte le loro contraddizioni. Ed è riemersa, ancora più evidente, una forma di arroganza culturale che per decenni era rimasta sullo sfondo.

“Come? Non sei dei nostri?”

“Sì, ma…”

“E allora perché non condanni questo? Perché non sostieni quello?”

Perché penso ciò che voglio. Perché dico ciò che voglio. Perché non sono disposto a pensare ciò che qualcun altro pretende che io pensi.

Palombella Rossa

Ed ecco la vera tragedia per i custodi dell’ortodossia culturale. Alcuni artisti hanno iniziato a sfilarsi. Hanno smesso di interpretare il ruolo che altri avevano scritto per loro. Sono tornati a essere persone. “Non voglio fare politica, voglio cantare”. Questo, in fondo, è il senso di molte prese di posizione recenti. Vale per Francesco De Gregori quando rivendica la propria autonomia. Vale per Erri De Luca quando rifiuta di essere rinchiuso dentro categorie precostituite.

E allora mi chiedo: davvero qualcuno sta facendo liste? Liste di intellettuali buoni e cattivi? Liste di artisti fedeli e traditori? Liste di compagni autentici e miscredenti? Se è così, siamo davvero nel mondo al contrario. Perché si sta negando alle persone il diritto di essere ciò che vogliono essere soltanto perché non corrispondono all’idea che qualcuno si è costruito di loro.

Credo che quella che per anni è stata negata — ma che nei fatti è esistita — una supremazia culturale della sinistra sia ormai sfuggita di mano ai suoi stessi interpreti. E il problema non è che oggi esistano idee diverse. Il problema è che una parte continua a considerare legittime soltanto le idee che coincidono con le proprie. Paradossalmente, questo atteggiamento finisce per assomigliare più alla censura che al pluralismo che dice di voler difendere.

Yes I know my way

Dopo decenni di egemonia culturale sta emergendo qualcosa che è sempre esistito, ma che molti fingevano di non vedere. Persone che ascoltano i CCCP e votano diversamente, persone che leggono Calvino e pensano diversamente. Persone che amano un artista senza doverne condividere ogni posizione politica, persone che rivendicano il diritto di essere individui prima che appartenenti.

Perché il punto non è essere di destra o di sinistra. Il punto è poter essere ciò che si è senza dover continuamente esibire un certificato di conformità culturale. Si può essere progressisti e amare alla follia Sal Da Vinci. Si può ascoltare Fabrizio De André e non sentirsi obbligati a votare in un certo modo. E si può amare Franco Battiato e al tempo stesso criticare alcune idee che per anni sono state considerate intoccabili. Si può leggere Leonardo Sciascia, Pier Paolo Pasolini o Elsa Morante e trovare convincente un ragionamento che non coincide con quello prevalente nel proprio ambiente culturale.

La vera libertà non consiste nel sostituire un’ortodossia con un’altra. Consiste nel poter giudicare ogni singola situazione con la propria testa, anche quando la conclusione a cui si arriva è diversa da quella suggerita dalla mentalità dominante del momento. Anche quando è scomoda. Anche quando rischia di deludere il proprio gruppo di appartenenza. Perché il pensiero critico non è ripetere ciò che pensa la propria parte. È conservare il diritto di dissentire. Sempre. Dagli altri, ma anche dai propri.

Centro di gravità permanente

Forse è proprio questo che oggi manca nel dibattito culturale: la capacità di accettare che una persona possa condividere alcune idee, respingerne altre e non sentirsi per questo obbligata a scegliere una tribù. La cultura dovrebbe servire a rendere più liberi, non a compilare liste, non a distribuire patenti di appartenenza, non a decidere chi sia abbastanza puro per stare dentro e chi debba essere accompagnato alla porta.

Se c’è una supremazia culturale che sta mostrando tutte le sue crepe, è proprio quella che per anni ha confuso il pluralismo con l’uniformità e il dissenso con il tradimento. E forse il suo vero declino nasce da qui: dall’incapacità di accettare che la libertà di pensiero valga anche per chi pensa qualcosa che non ci piace. Non per generosità. Ma perché senza questa libertà non esiste cultura. Esiste soltanto conformismo.

Pensare - un bellissimo tramonto sul mare con colori che sfumano dal giallo al ross
Fateci caso, vi prego, quando il silenzio vi è finalmente d’aiuto per tutto quello che avete sentito, per tutto quello che avete sopportato. Quando le parole si fanno enciclopedie e le voci corrono più della luce. Fateci caso, vi prego, quando l’aria non è quella della stagione che vivete, ma quella di un posto indefinito nel mondo. Fateci caso, vi prego, a come le cose si moltiplicano, mentre noi siamo appena preparati per approdare solo su una di esse. (Sperlonga, febbraio 2025)

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Antonio Di Trento
Antonio Di Trentohttps://evasioniinnocenti.blogspot.com/
Vice Direttore. Conduttore radiofonico e giornalista, laureato in Lettere e Filosofia con una tesi in Storia e Critica del Cinema presso l'Università Sapienza di Roma. Ha ricoperto il ruolo di responsabile dell'ufficio stampa per diverse aziende e società e, dal 2019 al 2024, è stato portavoce presso il Parlamento europeo a Bruxelles. Tra i fondatori dell'Agenzia di Comunicazione 26 Lettere, ha curato e cura rubriche di musica, cultura ed enogastronomia per diverse testate giornalistiche, sia online che cartacee. È autore del blog Evasioni Innocenti, dove scrive di amore, sentimenti e altri disastri. Di sé dice: "Sono nato in riva al mare, ieri con decorrenza oggi. Mi piace la leggerezza, in qualunque salsa. Se mi alzo presto, mi siedo sul divano e ci resto fino alle 11; poi colgo l'occasione e realizzo, ma sempre con la testa staccata dalle spalle. A volte sembro lento come un messicano, altre veloce come Speedy Gonzales (che, in fondo, è sempre sudamericano). Sono “assuefatto” alla musica di Pino Daniele e dei Level 42, alla scrittura di Peppe Lanzetta, al teatro di Enzo Moscato e al cinema di Pappi Corsicato. Vivo con Silvia e 5 cani, a duecento metri da mia madre, da tutti conosciuta come: la Peppina nazionale.
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