UNCEM: il silenzio della montagna è un grido di aiuto

C’è un’Italia che vive lontana dai riflettori, dove la quotidianità non è scandita dal traffico cittadino né dalle vetrine illuminate delle metropoli. È l’Italia delle montagne e delle aree interne, dove la bellezza dei paesaggi si intreccia con la fatica di comunità che resistono allo spopolamento, all’isolamento e a una modernità che troppo spesso dimentica tutto ciò che non è urbano.

In questo scenario, l’UNCEM – Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani – lavora con impegno costante e con dedizione per difendere un importante patrimonio ambientale, storico, artistico, sociale e culturale che, altrimenti, rischierebbe di scomparire. Non è un compito facile, perché significa ogni giorno alzare lo sguardo contro un’inerzia storica che ha portato interi territori a essere considerati marginali, sacrificabili, addirittura inutili. Ma proprio nelle pieghe di questa fragilità, UNCEM ha dimostrato che può nascere una forza politica, sociale e culturale capace di ridare dignità a un’Italia che troppo a lungo è stata sfruttata per le sue risorse e sminuita nei suoi bisogni primari.

Green Communities: cosa sono, dove sono e come lavorano

Uno dei progetti più visionari che UNCEM ha messo al centro della propria azione è quello delle Green Communities, vere e proprie reti territoriali capaci di unire Comuni, cittadini e imprese in una prospettiva sostenibile. Non si tratta soltanto di piantare alberi o di parlare genericamente di “green economy”: qui il verde è infrastruttura sociale ed economica. Sono comunità rurali e di montagna che realizzano piani di sviluppo sostenibile dal punto di vista energetico, ambientale, economico e sociale.

Nascono con l’obiettivo di rilanciare le aree interne, rurali e di montagna, impiegando in modo sostenibile risorse come l’acqua, i boschi e il paesaggio, su un territorio vasto che comprende migliaia di comuni. Hanno funzione di supporto alle zone colpite da eventi estremi dovuti al cambiamento climatico, come alluvioni, incendi e trombe d’aria. Le Green Communities non hanno nulla a che vedere con le comunità energetiche, i cui focus, invece, sono la produzione e la condivisione di energia pulita e rinnovabile.

La legge 221 del 2015 definisce, nell’articolo 72, la loro strategia nazionale, e tale norma prevede anche la valorizzazione del patrimonio agroforestale, la gestione delle risorse idriche, lo sviluppo delle attività produttive e il turismo sostenibile.

Lavorando in sinergia con le istituzioni del territorio e i privati, in una visione condivisa di tutela e di rivalutazione delle aree montane, le Green Community immaginano un futuro in cui convivono energia rinnovabile, mobilità dolce, agricoltura di montagna e turismo responsabile, dando valore a ciò che già esiste ma che spesso non viene riconosciuto.

La montagna diventa così laboratorio di innovazione, non terra di arretratezza. In queste esperienze si sperimentano modelli di comunità energetiche, cooperative di comunità, reti di produttori e consumatori che condividono obiettivi e strategie. Significa pensare a un territorio che non vive di assistenza ma di autonomia, che non subisce lo sviluppo imposto da fuori ma che lo costruisce dal basso. In fondo, la sfida delle Green Communities è tutta qui: dimostrare che i territori più fragili possono essere anche i più avanzati.

Sono i territori nel presente e nel futuro, che affrontano le crisi climatica, energetica, sociale, economica. Sono il PNRR portato sui territori oltre il municipalismo e il campanilismo di altri bandi che hanno messo i Comuni tutti contro tutti. Sulle Green Communities stiamo facendo un lavoro intenso

Marco Bussone – Presidente nazionale Uncem

La battaglia contro la desertificazione sociale

Chi vive nei territori montani conosce bene il significato della parola “desertificazione”. Non riguarda solo i campi che si svuotano o i boschi che avanzano su terreni un tempo coltivati: riguarda soprattutto la perdita di servizi, di opportunità, di vita quotidiana. Un asilo nido o una scuola che chiude, un autobus che non passa più, una banca che se ne va: ogni pezzo che cade lascia dietro di sé non solo disagio, ma un messaggio implicito e crudele di fallimento della preservazione di cultura, tradizioni e patrimonio ambientale.

UNCEM ha scelto di denunciare con forza questo cambiamento sociale e di proporre soluzioni concrete: dalle politiche per garantire servizi essenziali fino al riconoscimento del ruolo strategico delle comunità di montagna. Perché senza persone la montagna muore, e con essa muore un pezzo d’Italia. La desertificazione sociale non è mai un destino inevitabile, ma il risultato di scelte precise. Contrastare questo processo significa allora investire, pianificare, dare prospettive reali: UNCEM lo ricorda spesso, le comunità montane non chiedono favori, chiedono equità.

Per ogni bambino che trova spazio in un Nido ci sono almeno tre persone che rimangono a vivere in montagna, quasi sempre per l’intero periodo scolastico di 15 anni

 Giovanni Battista Pasini – Presidente Uncem Emilia Romagna

La sfida digitale: non lasciare indietro nessuno

In un’epoca in cui tutto sembra passare attraverso lo smartphone, il digital divide è una nuova forma di esclusione. UNCEM lo ha capito bene e da anni insiste sulla necessità di portare connessioni veloci e affidabili anche nei borghi più piccoli. Non si tratta solo di Netflix o social network: è una questione di diritti. Senza internet non si può lavorare da remoto, non si può fare impresa, non si può accedere a servizi sanitari digitali o educativi. In poche parole, non si può interagire e convivere con il resto del mondo. La montagna non chiede privilegi, chiede pari opportunità: e la banda larga è la nuova strada asfaltata del XXI secolo.

Per capire la portata di questa sfida basta pensare alla scuola durante la pandemia: in tanti borghi, studenti e insegnanti si sono trovati senza connessione stabile, con lezioni interrotte o addirittura impossibili. Allo stesso tempo, però, proprio la montagna potrebbe diventare un luogo privilegiato per chi lavora da remoto, per nuove forme di imprenditorialità legate al digitale. Ma tutto questo resterà un sogno finché non verranno abbattute le barriere infrastrutturali.

Il diritto alla connessione è un diritto di cittadinanza e da qui dipende anche tutto l’indotto che sulla rete si appoggia, dai servizi postali a quelli bancari, da quelli sanitari a quelli scolastici. Ed è in questa direzione è nata un’importante collaborazione tra INWIT, primo tower operator italiano e UNCEM, Unione Nazionale delle Comunità Montane, che hanno sottoscritto un protocollo d’intesa per lo sviluppo e il miglioramento della fruizione dei servizi digitali per comuni, unioni e comunità montane, contribuendo a ridurre il digital divide e a costruire una “Smart Italy”, più inclusiva, digitale e sostenibile. 

Banche: lotte e speranze per il futuro delle aree montane

Negli ultimi anni, molte filiali bancarie hanno chiuso i battenti nei piccoli centri montani. Per i bilanci delle grandi banche è un risparmio. Per le comunità è un colpo durissimo. La banca non è solo un luogo dove ritirare contanti: la sua chiusura costringe le persone a spostarsi chilometri per operazioni non previste dall’home banking, e diventa uno dei tanti motivi che spingono famiglie e giovani a trasferirsi altrove.

UNCEM ha sollevato con forza questo tema, ponendo domande scomode: davvero la redditività può valere più della coesione sociale? Questi territori, già duramente colpiti dallo spopolamento e dalla carenza di infrastrutture, rischiano di vedere peggiorare ulteriormente la loro situazione economica. La mancanza di servizi bancari rende più difficile l’accesso al credito per le imprese, limita le opportunità di sviluppo e contribuisce alla desertificazione commerciale. La riduzione dei servizi bancari non è solo un problema economico, ma rappresenta anche una minaccia per la coesione sociale di queste comunità, già segnate da problemi di spopolamento e riduzione dei servizi essenziali.

“Le banche che chiudono prendono in giro comunità, territori, Comuni. Uno scandalo che Uncem con i Sindacati denuncia da almeno dieci anni. L’abbandono delle banche che se ne vanno fregandosene dei clienti, in nome di una finanziarizzazione del sistema, della speculazione e del presunto home banking che ci salva, o di qualche chat bot per rispondere a tutto, richiede una mobilitazione“.

Marco Bussone, presidente nazionale Uncem

E poi c’è l’home banking, il cancro delle filiali bancarie montane

Le chiusure delle filiali bancarie creano disagi significativi per le famiglie e le imprese locali. Per i cittadini, specialmente gli anziani poco avvezzi all’home banking, il venir meno di uno sportello fisico significa dover percorrere decine di chilometri per effettuare operazioni semplici come il pagamento di bollette o il prelievo di contante. Per le imprese, la mancanza di un riferimento bancario locale complica l’accesso al credito, i versamenti e la gestione delle attività economiche quotidiane, incidendo negativamente sulla produttività e sulla competitività del territorio.

Ogni sportello che chiude diventa simbolo di abbandono, un segnale di arretramento dello Stato e delle istituzioni, perché lascia i cittadini più fragili – anziani, piccoli imprenditori, famiglie senza strumenti digitali – ancora più soli. La montagna, già segnata da tante privazioni, non può permettersi che anche la dimensione economica venga cancellata. Eppure, la sensazione diffusa è che chi prende queste decisioni non abbia mai messo piede in quei paesi, non abbia mai provato cosa significhi percorrere decine di chilometri per un servizio indispensabile alle imprese e ai privati.

Non è vero che l’economia che peggiora sui territori montani fa scappare le banche dai piccoli Comunile banche se ne vanno, ma la crisi economica non è la causa, è la conseguenza della loro dipartita”.

Roberto Colombero, presidente di Uncem Piemonte

Alberi fantasma: i semi che non spunteranno mai

La montagna custodisce risorse che appartengono a tutti: acqua, foreste, paesaggi. Proteggerle non è una battaglia nostalgica ma un investimento per il futuro.

Per fare spazio al cemento abbiamo decimato gli alberi, inquinato le acque e l’atmosfera e stiamo arrivando ad un punto di non ritorno. Ed ora bisogna rimediare e invertire la rotta e, dalla deforestazione siamo passati alla riforestazione. Un piano globale di “riqualificazione” del Pianeta Terra che interessa tutti i Paesi, anche l’Italia.

La Strategia Forestale Europea riprende l’obiettivo di piantare 3 miliardi di alberi entro il 2030 utilizzando principalmente le aree urbane e periurbane dove si dovrà piantare “l’albero giusto al posto giusto”.

Il PNRR italiano prevede un Piano di forestazione urbana ed extraurbana, per la tutela e la valorizzazione del verde urbano ed extraurbano. E’ parte della “Missione 2 – Transizione ecologia e rivoluzione verde”.

In realtà il piano si sta rivelando un fallimento e i tanto auspicati “alberi da piantare”,
In realtà sono alberi fantasma.
Sembra che nessuno sappia, o abbia dimenticato, che il bosco in Italia aumenta non poco, invade il prato-pascolo e i paesi ove la popolazione si riduce, e che piantare alberi è solo una parte delle tante cose da fare e finanziare ai sensi della Strategia forestale nazionale. È solo un pezzo, piantare alberi che oggi non abbiamo, di un programma più ampio! Ma si è preferito agire di pancia, con milioni di alberi annunciati che non ci sarebbero mai potuti essere. E Uncem lo aveva detto, scritto, ma serve a poco oggi ribadirlo”.

Comunicato stampa UNCEM

UNCEM lavora affinché i Comuni montani abbiano gli strumenti per gestire queste risorse senza esserne spogliati. La transizione ecologica non può passare sopra la testa di chi abita i territori: deve nascere da lì, con la loro partecipazione, con il loro sapere antico, con il loro radicamento. Preservare l’ambiente montano significa anche preservare un’idea di comunità solidale, capace di resistere all’omologazione e di offrire all’Italia intera un modello diverso di sviluppo.

La gestione sostenibile delle foreste, ad esempio, non è solo questione di biodiversità, ma anche di sicurezza: un bosco curato riduce il rischio di frane e incendi, e produce ricchezza se valorizzato correttamente.

Crisi idrica e siccità: non è colpa solo dei cambiamenti climatici

Gli straordinari cambiamenti climatici degli ultimi anni non sono la sola causa dell’attuale crisi idrica e della conseguente siccità. La carenza di risorse idriche ha radici lontane nel tempo ed è un’emergenza annunciata e che non avrebbe dovuto sorprendere impreparate istituzioni e politica.

Da tempo, infatti, il monitoraggio dei bacini idrici e dello scioglimento dei ghiacciai naturali preannunciava una progressiva perdita delle risorse acquifere.

Cosa è stato fatto?

Evidentemente non abbastanza.

Lo sa bene l’UNCEM che già vent’anni fa lavorava per pianificare invasi, piccoli e grandi, sui territori montani, per affrontare la crisi idrica e avere una efficace programmazione. Già vent’anni fa invitava multiutilities a investire sulle reti acquedottistiche, per togliere di mezzo le perdite. Solo oggi che i cambiamenti climatici sono seri, gravissimi, ne parlano in tanti. L’attuale crisi idrica impone al Governo, al Parlamento, alle Regioni, alle Multiutilities di agire.

Ma siamo comunque in ritardo.

L’acqua, risorsa sempre più strategica, nasce e scorre in gran parte dalle zone montane: ignorare i territori che la custodiscono significa mettere a rischio l’intero sistema idrico nazionale. E poi c’è il turismo, che può diventare risorsa se gestito con intelligenza, ma che può trasformarsi in minaccia se ridotto a sfruttamento. UNCEM lo ribadisce: il futuro ecologico dell’Italia passa per le sue montagne e ha depositato cinque proposte per affrontare l’emergenza e il cambiamento climatico

Efficentare, Pianificare, Incentivare, Concertare, Realizzare: le 5 proposte Uncem per pianificare gli investimenti del PNRR

Il silenzio della montagna è un grido di aiuto

L’elenco delle attività che ogni giorno impegnano le Green Communities e l’UNCEM nella tutela e nella valorizzazione del territorio montano sarebbe ancora lungo.

L’azione di UNCEM, negli anni, ha costruito un messaggio semplice ma rivoluzionario: le montagne non sono un’Italia minore. Sono semmai un’Italia maggiore, più fragile ma anche più autentica, più complessa ma anche più ricca di possibilità. Difendere i territori montani non è un gesto romantico o folkloristico: è una scelta politica che riguarda l’equilibrio del Paese, la sua tenuta sociale, la sua capacità di immaginare un futuro in cui nessuno venga lasciato indietro. Se le comunità di montagna si spopolano, anche le città pagano un prezzo: aumentano i rischi ambientali, si perdono culture e antichi saperi, si compromette la qualità della vita collettiva. Al contrario, se la montagna vive, tutto il Paese vive meglio.

UNCEM non ha mai smesso di ricordarlo: la montagna non vuole silenzio, vuole voce. E forse il vero senso di questo lavoro sta tutto qui, nel dare parola a comunità che chiedono solo il diritto di esistere e di contare. La loro battaglia non riguarda solo chi abita a mille metri di altitudine: riguarda tutti noi. Perché, se la montagna si spegne, si spegne con lei anche la speranza nel futuro.

Foto copertina di Fotoauge da Pixabay

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Tina Rossi
Tina Rossi
(a.k.a. Fulvia Andreatta) Editrice. Una, nessuna e centomila, il suo motto è “è meglio fingersi acrobati, che sentirsi dei nani” Dice di sé:” Per attimi rimango sospeso nel vuoto,giuro qualche volta mi sento perduto, io mi fido solo del mio strano istinto, non mi ha mai tradito, non mi sento vinto, volo sul trapezio rischiando ogni giorno, eroe per un minuto e poi...bestia ritorno...poi ancora sul trapezio ad inventare un amore magari...è solo invenzione, per non lasciarsi morire...”
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