Val Kilmer, morto il 1 aprile 2025, torna sullo schermo con il suo ultimo film. L’IA resuscita i morti e cosa succederà quando questa tecnologia sarà disponibile per tutti? Come elaboreremo il lutto nel nuovo Millennio? – Editoriale di Tina Rossi
Attraverso una ricostruzione generata con sistemi di intelligenza artificiale, il suo volto, la sua voce, la sua presenza riemergono in un’opera cinematografica che appartiene al presente, costruita però a partire da materiali del passato.
Val Kilmer non ha mai girato una sola scena del film “As deep as a grave”, ma compare comunque: una ricostruzione realizzata con sistemi di intelligenza artificiale rielabora materiali preesistenti e li reinserisce nel racconto come se fossero parte integrante della produzione. Ne emerge una presenza che non appartiene al set, ma a un processo successivo che ne riassembla tratti riconoscibili e li rende disponibili alla narrazione. Una narrazione molto inquietante, perché capace di rendere normale l’idea che una persona possa essere sostituita da una sua versione digitale costruita a posteriori.
Ormai viviamo in un’era completamente dominata dalla tecnologia e la cosa più rilevante è che questi strumenti sono sempre più accessibili a tutti i comuni mortali, sapiens sapiens e non – soprattutto i “non” – e, poiché ormai tutti sono dotati di almeno uno smartphone, quel modello rischia di uscire dal cinema e diventare una pratica diffusa, difficile da gestire.
Il cinema e la resurrezione digitale
Il cinema è finzione, e ha sempre lavorato con la capacità di rendere credibile ciò che non esiste nella realtà. Effetti speciali, montaggio, trucco, tecniche di ripresa hanno contribuito nel tempo a costruire immagini sempre più convincenti. VFX, CGI e ora anche l’IA introducono una variazione significativa in questo processo, perché non si limitano a migliorare la rappresentazione, ma permettono di ricostruire elementi umani complessi, come espressioni facciali, voce e movimenti, fino a creare una continuità percepita anche in assenza della persona fisica.
In questo scenario, la domanda centrale riguarda il significato stesso della presenza fisica: cosa significa essere presenti quando la presenza può essere simulata con un grado elevato di realismo, e quale valore assume un’identità che può continuare a esistere oltre la vita biologica?
Evoluzione degli effetti visivi
La storia del cinema è attraversata da un progressivo avanzamento delle tecniche visive che hanno reso possibile ampliare i confini della rappresentazione. Dalle prime sperimentazioni con effetti pratici fino all’introduzione del digitale, ogni fase ha contribuito ad aumentare il livello di realismo percepito dallo spettatore.
L’obiettivo non è mai stato soltanto quello di stupire, ma di rendere credibile ciò che viene mostrato, creando un’esperienza immersiva in cui lo spettatore accetta la finzione come parte della narrazione. Con l’arrivo dell’intelligenza artificiale, questo processo compie un ulteriore passo, perché non riguarda più soltanto l’ambiente o gli oggetti, ma interviene direttamente sulla costruzione della presenza umana.
La distinzione tra rappresentazione e simulazione diventa centrale in questo contesto. La rappresentazione interpreta la realtà attraverso un linguaggio visivo, mentre la simulazione tende a ricostruirla a partire da dati e modelli.
Quando applicata a una persona, questa dinamica consente di generare una versione che mantiene caratteristiche riconoscibili, anche senza la partecipazione attiva dell’individuo. Il risultato è una forma di continuità che si colloca a metà tra memoria e creazione. Nel caso di un attore, ciò significa poter riutilizzare elementi della sua identità per inserirli in nuove produzioni, mantenendo una coerenza percettiva che il pubblico è in grado di riconoscere. Questo passaggio modifica il ruolo della tecnologia nel cinema, trasformandola da strumento di supporto a componente attiva e fondativa nella costruzione delle identità rappresentate.
E anche qui, sorge spontanea una domanda: che fine farà il mestiere dell’attore?
Il futuro del mestiere dell’attore
Il lavoro dell’attore si è sempre basato sulla presenza fisica, sull’interazione con altri interpreti e sulla capacità di reagire in tempo reale a stimoli esterni. La performance nasce da un insieme di elementi che includono talento, sensibilità personale, esperienza, contesto e relazione. Con l’introduzione dell’intelligenza artificiale, alcuni di questi elementi possono essere separati e archiviati, diventando parte di un sistema che consente di ricostruire l’interpretazione anche in assenza del corpo fisico. Volto, voce, movimenti e stile recitativo possono essere analizzati e riprodotti, dando vita a una forma di continuità che non dipende più dalla disponibilità fisica dell’attore e neanche dalla sua bravura.
Il fatto che l’intelligenza artificiale possa sostituirsi in diversi ruoli della settima arte è una preoccupazione che già da qualche anno interessa la categoria dei doppiatori. Come il nulla de “La storia infinita”, questo buio culturale sta fagocitando professioni, arti e mestieri e presto ci lascerà tutti ad affondare nella palude della tristezza mentre cerchiamo di salvare il nostro cavallo, come Atreiu con Artax.
Attenzione: non me la sto prendendo con l’intelligenza artificiale per l’evoluzione che sta apportando all’arte del cinema. È ben noto che il cinema stesso è l’evoluzione naturale del teatro che, a sua volta, ha le sue origini esclusivamente nell’elemento interpretativo dell’attore spogliato da scenografie e musiche che si sono aggiunte nel tempo con l’intento di rendere più suggestiva la pièce, ma riducendo la centralità della performance. E su questa evoluzione si è costruito tutto il “contorno” dell’immaginario rendendolo di fatto “visibile” e non più soggetto alla individuale fantasia dello spettatore, impigrendolo e rendendolo sempre più passivo.
Business is business
Tornando all’IA, certo, questa trasformazione introduce una doppia dimensione dell’identità dell’interprete. Da un lato rimane la persona in vita, con la propria carriera, le proprie scelte artistiche e professionali. Dall’altro prende forma una versione digitale che può essere utilizzata nel tempo, anche oltre la durata naturale della carriera stessa.
Nel contesto industriale, questo apre scenari che coinvolgono la produzione, la distribuzione e la gestione dei contenuti. Personaggi iconici possono continuare a essere presenti in nuove opere, e interi progetti possono essere costruiti attorno a identità già esistenti. Il valore economico associato a un volto o a una voce si estende nel tempo, trasformandosi in un elemento gestibile come parte di un patrimonio creativo e commerciale.
Ma quando si è defunti, a qui prodest?
Il problema del consenso post mortem
Il tema del consenso rappresenta uno degli aspetti più delicati quando si parla di identità ricostruite attraverso l’intelligenza artificiale. In vita, una persona può esprimere autorizzazioni, definire limiti, stabilire condizioni per l’utilizzo della propria immagine e della propria voce. Dopo la morte, questa possibilità viene meno, lasciando spazio a interpretazioni basate su contratti, disposizioni e decisioni prese da soggetti terzi. Nel caso di Val Kilmer, la figlia Mercedes sostiene che suo padre “- uomo spirituale e sempre curioso delle nuove tecnologie – avrebbe apprezzato l’uso dell’IA come strumento narrativo”. E bisogna fidarsi, perché il risultato è una gestione indiretta dell’identità, che deve fare riferimento a volontà espresse in precedenza o a norme giuridiche che cercano di regolamentare situazioni nuove.
Questo passaggio apre scenari che coinvolgono l’intera industria. Personaggi iconici potrebbero continuare a comparire anche dopo la fine della carriera o della vita degli interpreti originali. Produzioni future potrebbero attingere a un archivio, fino anche a stravolgere identità già esistenti, costruendo nuove opere attorno a presenze che non partecipano fisicamente al processo creativo.
E in questo contesto emergono interrogativi legati al consenso. Una persona in vita può decidere come utilizzare la propria immagine, negoziare condizioni, stabilire limiti, ma dopo la morte, questa possibilità si interrompe. Rimangono disposizioni, accordi, interpretazioni affidate a terzi. La gestione dell’identità passa attraverso meccanismi che cercano di ricostruire una volontà che non può più essere espressa.
Il tema dei diritti si intreccia, poi, con quello della proprietà.
Io sono mia…o forse non…più.
La questione si estende al concetto stesso di proprietà dell’identità. Un volto, una voce, una presenza digitale, possono essere considerati elementi che entrano in una dimensione gestionale, dove diritti e responsabilità vengono attribuiti a eredi, aziende o istituzioni?
Questo introduce una tensione tra la natura personale dell’identità e la sua possibile trasformazione in asset. La presenza umana, che nella vita è legata all’individuo, diventa qualcosa che può essere controllato, trasferito e utilizzato in contesti diversi. In questo spazio emergono interrogativi sul confine tra tutela della persona e utilizzo commerciale, e su come bilanciare interessi diversi in assenza di una volontà diretta chiaramente e inequivocabilmente esprimibile.
Accanto a questa dimensione si sviluppa anche una riflessione che riguarda il rapporto tra tecnologia e lutto. La possibilità di ricreare una presenza digitale credibile introduce un nuovo tipo di esperienza emotiva. Non si tratta soltanto di ricordare qualcuno, ma di interagire con una simulazione che replica tratti riconoscibili, risposte coerenti, modalità espressive familiari.
La dimensione psicologica del lutto
La possibilità di mantenere una presenza digitale credibile introduce una variabile significativa nel modo in cui le persone affrontano la perdita.
Il lutto è tradizionalmente un processo che implica distanza progressiva, rielaborazione e trasformazione del legame con chi non è più presente. La presenza artificiale modifica questa dinamica, offrendo un accesso continuo a una simulazione che conserva tratti riconoscibili della persona scomparsa. Questa continuità può generare un senso di conforto immediato, ma anche influenzare e compromettere il percorso di accettazione della perdita.
Un esempio narrativo arriva dalla serie TV Scarpetta, disponibile su Prime Video e interpretata da Nicole Kidman, nel ruolo di Kay, e Jamie Lee Curtis, nel ruolo di Dorothy, la sorella di Kay. Nella storia, Lucy, la figlia di Dorothy, ha perso la moglie. È un’informatica affermata e utilizza un programma basato sull’intelligenza artificiale istruita a dovere per ricostruire una versione digitale della compagna scomparsa.
In casa, Lucy interagisce con questa presenza digitale, generata a partire dal volto e dalla voce di sua moglie, fondando l’interazione con dati biometrici per ricostruire espressioni e movenze, con informazioni per ricostruire carattere, comportamenti, opinioni e quant’altro e, non ultimo, l’addestramento si completa con tutte le informazioni sulla loro relazione sentimentale e quelle con gli altri componenti della famiglia.
Insomma, si rapporta con lei come con una presenza reale. Il dialogo tra loro continua come se sua moglie fosse ancora viva, con conseguenze evidenti sulla sua vita quotidiana e sulla sua capacità di elaborare il lutto. Ogni apertura verso nuove relazioni viene rimandata, ogni distanza dal passato si riduce, mentre la relazione con quella presenza artificiale occupa uno spazio sempre più centrale.
Il nuovo Millennio sconfiggerà la morte?
Un racconto che mette in scena una possibilità concreta: trattenere ciò che è stato attraverso una simulazione che restituisce l’illusione della continuità. In uno scenario in cui strumenti simili diventano accessibili e diffusi, il rischio non riguarda solo il cinema o la narrazione, ma il modo in cui le persone affrontano l’assenza, la perdita e la memoria. In una società già esposta a un uso intensivo della tecnologia, questo tipo di esperienze può aprire scenari difficili da gestire, soprattutto quando il confine tra elaborazione e permanenza artificiale si fa sempre più sottile.
Ormai il confine tra ciò che è finzione e ciò che reale si è assottigliato parecchio, anzi direi che per molti non è proprio più possibile distinguere la differenza, complici i social che offrono minchiate di ogni tipo a costo zero per realizzare reel sull’animazione di vecchie fotografie di parenti defunti, piuttosto che short movie idioti con – per ora – personaggi famosi. Questo tipo di rappresentazione rende evidente come la tecnologia possa trasformarsi in uno strumento capace di mantenere attivo un legame emotivo che, in assenza di tali strumenti, seguirebbe un percorso di progressivo distacco.
L’interazione uomo-avatar introduce quindi una nuova forma di relazione, in cui memoria e simulazione si sovrappongono. La presenza digitale diventa uno spazio frequentabile, in cui il dialogo continua a esistere. Questo può incidere sul modo in cui viene elaborato il lutto, rendendo più complesso il processo di separazione e ridefinizione del legame? È lecito pensare che si stanno aprendo interrogativi sul ruolo della tecnologia nel sostenere o modificare le dinamiche emotive più profonde?
Solitudine, tecnologia e dipendenza emotiva
La diffusione di strumenti basati su intelligenza artificiale si inserisce in un contesto sociale in cui la tecnologia è già parte integrante della vita quotidiana. L’accesso a dispositivi sempre più potenti e a piattaforme diffuse, rende possibile immaginare scenari in cui la creazione di presenze digitali non è più limitata a produzioni cinematografiche, ma diventa disponibile anche a livello sociale e individuale. Fotografie, video e registrazioni vocali possono costituire la base per ricostruzioni e/o costruzioni sempre più realistiche, accessibili attraverso applicazioni comuni.
In un simile contesto, il rapporto con la solitudine e con le relazioni può subire trasformazioni significative. La possibilità di interagire con presenze simulate offre una forma di compagnia che risponde in modo prevedibile e costante.
Questo può risultare rassicurante, soprattutto in momenti di difficoltà emotiva, ma introduce anche il rischio di una dipendenza da interazioni artificiali che replicano schemi familiari. La disponibilità continua di una presenza costruita a partire da ricordi selezionati può influenzare la percezione delle relazioni reali, che richiedono invece adattamento, confronto e complessità.
Attenzione: non fate l’errore di pensare che parlare con presenze simulate sia una probabile evoluzione futura, perché sta già succedendo e da parecchio tempo. Se non siete informati in merito, vi invito a leggere l’articolo che ho scritto qualche mese fa sull’applicazione di Replika che, per ora, si limita a trovarvi un amico con cui dialogare, ma non è detto che in futuro non vi dia l’opportunità di parlare con i morti.
Il nuovo concetto di immortalità
L’idea di immortalità ha sempre abitato il linguaggio umano in forme diverse. È stata religiosa, filosofica, simbolica. Ha riguardato il ricordo, le opere, le tracce lasciate nel tempo. Con l’intelligenza artificiale, questa idea assume una dimensione nuova, più concreta e al tempo stesso più ambigua. Non si tratta più soltanto di essere ricordati, ma di continuare a esistere in una forma che può essere attivata, consultata e interrogata.
La possibilità di ricostruire una presenza a partire da dati digitali introduce una forma di continuità che non coincide con la vita biologica, ma ne conserva alcune caratteristiche percepibili. Un volto che continua a comparire, una voce che risponde, un comportamento che mantiene coerenza con ciò che era stato registrato. In questa prospettiva, l’identità si estende oltre il limite naturale della vita e si trasforma in qualcosa che può essere preservato, aggiornato, riutilizzato e, per molti, va ben oltre alla primordiale idea della crioconservazione, ibernazione umana e altre cazzate del genere.
Questa estensione solleva interrogativi che riguardano il significato stesso dell’esistenza.
Se una persona può continuare a esistere in forma digitale, in che misura questa presenza può essere considerata una continuazione autentica e in che misura rappresenta invece una costruzione derivata e degenerata?
Il valore di una relazione cambia quando la presenza dell’altro è mediata da un sistema che ne riproduce caratteristiche decise e interpretate da terzi e senza poter evolvere autonomamente?
L’inquietante concetto di memoria
La memoria, in questo contesto, smette di essere soltanto un atto individuale e diventa un ambiente condiviso e interattivo. La possibilità di accedere a versioni digitali di persone scomparse introduce una forma di presenza che può essere frequentata nel tempo e questo modifica il rapporto con il passato e apre scenari in cui il confine tra ciò che è stato e ciò che continua a essere percepito come attuale, diventa meno definito.
Allo stesso tempo, emergono domande che riguardano il rapporto tra conforto e consapevolezza. Quanto è opportuno mantenere attiva una presenza che appartiene al passato? In che misura questa possibilità aiuta a elaborare la perdita e in che misura rischia di trasformarsi in un prolungamento indefinito del legame e di rifiuto del cambiamento e, quindi, del dolore che esso comporta?
Nel momento in cui queste tecnologie diventano accessibili a un numero crescente di persone, il tema esce dal contesto cinematografico ed entra nella vita quotidiana. Non riguarda più soltanto la produzione di contenuti, ma la gestione delle relazioni, della memoria e dell’identità personale. Questo spostamento rende necessario osservare non solo ciò che la tecnologia consente, ma anche il modo in cui viene integrata nelle abitudini e nelle scelte individuali.
Restano aperti interrogativi che attraversano più livelli. Cosa significa essere presenti quando la presenza può essere simulata?
Qual è il confine tra ricordo e relazione?
In che modo la disponibilità di presenze digitali può influenzare la costruzione di nuovi legami? E quale spazio rimane alla capacità di lasciar andare, quando esiste la possibilità concreta di trattenere una versione, seppur artificiale, di chi non c’è più?
Il conforto dell’idea di vita eterna
L’idea di immortalità, in questa prospettiva, non coincide con la vita eterna nel senso religioso, ma con una forma di persistenza digitale che cambia il modo in cui si pensa alla fine, alla memoria e alla continuità. Una persistenza che non elimina la perdita, ma la trasforma, introducendo nuove possibilità e nuove responsabilità.
In questo passaggio, la tecnologia non offre più solo strumenti ma interviene nel modo in cui si definiscono esperienze fondamentali come l’identità, la relazione e il ricordo.
E lascia aperta una domanda che attraversa tutto il percorso: cosa significa vivere, quando una parte di ciò che siamo può continuare a esistere oltre il tempo che ci è dato?
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Immagine di copertina generata con IA


