Zona 30 all’ora: a Bologna il TAR annulla l’ordinanza comunale in vigore dal 2024, proprio a pochi giorni dal via al limite di 30km/h in molte zone della Capitale.
Mentre a Roma è appena entrata in vigore (dal 15 gennaio 2026) l’ordinanza che introduce il limite dei 30 chilometri orari in diverse zone del centro storico, a Bologna il Tar dell’Emilia-Romagna interviene e annulla di fatto il cuore del provvedimento che aveva trasformato il capoluogo in una “Città 30”.
La notizia arriva come una frenata improvvisa in un dibattito già acceso e segna un passaggio chiave sul piano giuridico. Il tribunale amministrativo non entra nel merito dell’obiettivo, la sicurezza stradale e l’impatto ambientale, ma contesta il metodo con cui il Comune ha esteso il limite ridotto a quasi tutta la rete urbana. Una decisione che costringe Palazzo d’Accursio a rimettere mano a un progetto diventato bandiera politica, oltre che scelta amministrativa.
Il ricorso
La “Città 30” bolognese aveva assunto in pochi mesi un valore che andava oltre la tecnica. Era diventata il simbolo di una visione urbana, sostenuta con forza dalla giunta e difesa anche a livello nazionale, ma che piaceva poco a chi, con la strada, ci lavora e sono stati soprattutto i tassisti a chiedere la revisione dell’ordinanza, mettendo al centro della discussione l’impatto economico del limite generalizzato.
Secondo la categoria, viaggiare a 30 chilometri orari su gran parte della rete urbana comporta un allungamento sensibile dei tempi di percorrenza, con effetti immediati sul numero di corse giornaliere. Meno viaggi significano minori incassi, soprattutto in un settore dove una parte rilevante del guadagno deriva dalla quota fissa applicata a ogni corsa, che varia in base al servizio e può arrivare alle tariffe più alte sulle tratte aeroportuali. I conducenti hanno sostenuto che il limite ridotto incide su una possibilità concreta di lavoro, già esistente prima dell’entrata in vigore della Zona 30, riducendo la capacità di rispondere alle chiamate e comprimendo il reddito quotidiano. Un pregiudizio che, secondo i ricorrenti, riguarda un interesse economico reale e meritevole di tutela.
E anche a Roma già si parla della possibilità di ricorsi, in particolare da parte dei tassisti, storicamente molto attenti a ogni modifica della viabilità. Il caso Bologna diventa così un precedente pesante, capace di incidere sul futuro delle Zone 30 in tutta Italia.
Le motivazioni del TAR
La sentenza chiarisce che un limite generalizzato richiede motivazioni puntuali, supportate da analisi tecniche dettagliate, strada per strada o area per area. In buona sostanza, il Tar chiede un legame diretto tra la misura adottata e le reali condizioni di pericolo. In assenza di questo nesso, il provvedimento perde solidità. La pronuncia apre uno scenario nuovo anche per altre città che osservano con attenzione.
Infatti, nel testo della sentenza, il Tar entra nel dettaglio delle criticità riscontrate. I giudici sottolineano come il Comune di Bologna abbia applicato il limite dei 30 chilometri orari in modo pressoché uniforme, senza distinguere in maniera adeguata tra tipologie di strade, flussi di traffico e livelli di rischio. Insomma, una “Città 30” anzichè “Zona 30”, che di differenza ne fa, e molta.
Una scelta che, secondo il tribunale, richiede un apparato motivazionale molto più robusto. Non basta richiamare principi generali di sicurezza o modelli europei, ma è necessario dimostrare che quel tratto di strada, quel quartiere, presenti condizioni tali da giustificare una riduzione così significativa della velocità. Il Tar evidenzia anche un altro punto: l’ordinanza incide in modo diretto sulla libertà di circolazione e sull’organizzazione della mobilità urbana.
La risposta del Comune
La sentenza non boccia l’idea della Zona 30 come strumento, ma richiama l’amministrazione al rispetto delle procedure. Un richiamo che pesa, perché arriva su un provvedimento già operativo e ampiamente pubblicizzato. L’Amministrazione Comunale, sostenuta dalle varie associazioni, tra cui Associazione Italiana Familiari e Vittime della Strada e la Fondazione Michele Scarponi, oltre al fatto di riservarsi dall’impugnare la sentenza, ha già dichiarato di essere pronta a rivedere il piano “Città 30” e adeguarlo secondo le direttive del Tar,
Sul piano pratico, la decisione del Tar crea un vuoto normativo che il Comune dovrà colmare rapidamente. L’annullamento dell’ordinanza nella sua forma attuale obbliga l’amministrazione a rivedere segnaletica, controlli e comunicazione. Non si tratta di un passaggio semplice. La Zona 30 aveva già modificato le abitudini di molti automobilisti e aveva richiesto investimenti.
Ora Bologna deve decidere se procedere con una nuova ordinanza più circoscritta o se avviare un percorso per zone, supportato da studi specifici. I tempi della giustizia amministrativa, intanto, restano un fattore di incertezza. Un eventuale appello potrebbe prolungare la situazione. Nel frattempo, la città vive una fase di transizione che rischia di generare confusione. Il Tar, nella sua pronuncia, invita implicitamente a una maggiore precisione ed è una lezione che altre amministrazioni stanno già studiando.
Il riflesso su Roma: attesi ricorsi, soprattutto dal fronte taxi
Il caso Bologna non resta confinato all’Emilia-Romagna. A Roma, dove la Zona 30 è entrata in vigore nel centro storico dal 15 gennaio, l’attenzione è alta. L’ordinanza capitolina segue un’impostazione diversa, basata su aree delimitate e su una segnaletica chiara agli ingressi. Nonostante questo, l’ipotesi di ricorsi prende corpo, in particolare da parte dei tassisti. La categoria ha già manifestato perplessità sull’impatto del limite ridotto sui tempi di percorrenza e sul servizio. La sentenza del Tar di Bologna offre un precedente che potrebbe essere richiamato anche nella Capitale.
Il nodo resta lo stesso: la motivazione tecnica. Roma punta sulla distinzione tra strade a scorrimento veloce e vie urbane con incroci e attraversamenti frequenti. L’amministrazione sostiene che il limite dei 30 sia coerente con la funzione reale delle strade del centro. I tassisti, però, potrebbero contestare l’estensione del provvedimento anche su assi larghi come Corso Vittorio o via Nazionale. Il rischio di un contenzioso cresce proprio alla luce di quanto accaduto a Bologna. I giudici amministrativi diventano così arbitri di una partita che coinvolge mobilità, lavoro e sicurezza.
Cartelli, varchi e strade larghe: come cambia il centro di Roma
Nel centro di Roma la Zona 30 non riguarda più singole vie ma interi quadranti urbani. Ogni varco di accesso alla Ztl ospita un cartello che segnala l’inizio dell’area a velocità ridotta. Una scelta che punta a evitare ambiguità e a rendere il limite immediatamente percepibile. Non si tratta solo di una regola scritta, ma di un confine fisico e visivo. L’assessore alla Mobilità Eugenio Patanè ha spiegato chiaramente che il limite vale anche sulle strade ampie, quelle che per decenni hanno invitato a premere l’acceleratore. Corso Vittorio, via Nazionale, via del Teatro di Marcello, il tunnel che sbuca su via del Tritone. Assi larghi, rettilinei, pensati in un’altra epoca.
Oggi, queste strade non scorrono come una tangenziale, ospitano incroci, attraversamenti, svolte a sinistra e viaggiare ai trenta all’ora cambia tutto, soprattutto lo spazio di reazione. La città monumentale torna protagonista, anche per chi guida. L’idea è semplice: se vai piano, guardi, e se guardi, rispetti, puntando su una trasformazione culturale oltre che normativa.
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Foto copertina di Dirk (Beeki®) Schumacher da Pixabay


