Pittrice, poetessa, fotografa: Floriana Porta ha costruito nel tempo un linguaggio in cui parola e immagine coesistono. Quindici libri, mostre in castelli reali e musei, opere in collezioni istituzionali da Recanati a Malaga. Formata all’Accademia Albertina di Torino, ha fatto del Giappone una dimensione spirituale e di Emily Dickinson un progetto visivo e letterario ancora in corso.
Nel 2026 espone al Castello Reale di Moncalieri, in Piemonte, con acquerelli e libri d’artista inediti, e al Museo Paleontologico dell’Astigiano dove i fossili diventano immagine e poesia. Figlia d’arte, allieva di pittori di riferimento della tradizione torinese, il suo percorso attraversa oltre un decennio di produzione coerente e riconoscibile. Nell’intervista racconta come tutto questo prende forma.
Le canzoni son fossili. Il pensiero di Gae Capitano
C’è una cosa che facciamo ogni giorno senza rendercene conto: seppelliamo il tempo.
Non lo nascondiamo, non lo dimentichiamo. Lo stratifichiamo. Come fa la terra con i corpi degli organismi che l’hanno abitata. Conchiglie, vertebre, impronte di zampe su fango che poi è diventato pietra. La geologia non è altro che memoria compressa: ogni strato un’epoca, ogni fossile una vita che ha insistito abbastanza da lasciare una forma.
Noi facciamo la stessa cosa. Con le canzoni che incontriamo nella nostra vita.
Seppelliamo i momenti dentro di loro – un’estate, una rottura, una luce particolare alle cinque del pomeriggio – e loro restano lì, immobili, perfettamente conservati, indifferenti al tempo che scorre fuori. Aspettano che qualcuno li ritrovi.
Questa riflessione mi è arrivata in modo inaspettato, come spesso accade alle cose che contano. Non stavo cercando una verità. Stavo semplicemente scrivendo musica, per un progetto inusuale, che mi ha fatto muovere ai confini del mio territorio abituale.
Per chi come me si occupa di musica e scrittura da una vita, il termine progetto interessante ha una linea di confine molto nebbiosa – a volte la qualità di un’opera è pericolosamente proporzionale alla sua visibilità mediatica, alla forza di chi la promuove, al rumore che sa fare. Ma ogni tanto il lavoro ti porta davvero altrove. In un posto che non sapevi esistesse.
Questo posto, per me in questi ultimi mesi, ha avuto il nome di “paleontologia”.
L’incontro è avvenuto attraverso Floriana Porta, l’ospite di questa puntata di Masterclass, la rubrica di Zetatielle Magazine dedicata alle eccellenze del mondo dello spettacolo e dell’arte Italiana.
Porta è un’artista poliedrica torinese con il dono raro di fare molte cose e farle tutte bene. Il dono della bellezza, non solo in senso estetico: la capacità di trovarla dove gli altri passano oltre.
Qualche mese fa mi ha chiesto di scrivere la colonna sonora della sua mostra Echi di un mondo perduto, una trentina di opere su carta in cui lo spirito femminile, la parola, la natura e il passato convivono in pennellate blu indaco. La mostra è ospitata dal 22 marzo al Museo Paleontologico di Asti, nella suggestiva ex chiesa del Gesù, che custodisce tra le altre cose i resti di alcune balenottere. Un ambiente raro, abitato da persone speciali che custodiscono con cultura e sensibilità quel mondo scomparso.
Spazi con quel fascino che hanno solo i luoghi dove il tempo si è fermato davvero.
Scrivere musica per questa mostra è stata un’esperienza che non assomiglia a nessun’altra. Non hai un testo, non hai un personaggio, non hai una storia da seguire. Hai la pietra, hai l’assenza. Hai la forma di qualcosa che non c’è più ma che c’è stato con una precisione assoluta- una conchiglia impressa nella roccia con più fedeltà di qualsiasi fotografia, di qualsiasi ricordo umano. Con Floriana siamo partiti dalle suggestioni evocate dalle sue poesie e dai suoi meravigliosi acquarelli.
La colonna sonora si è infine raccolta attorno ai reperti più straordinari del Museo: le balene. Si intitola infatti Balene perdute nel tempo. Non è stata facile da realizzare: volevo evocare quella maestosità silenziosa che appartiene a un mondo sommerso e scomparso, e l’unico modo era affidarsi a un’orchestra e a una voce particolare. Femminile, in questo caso: perché il femminile attraversa come un sottile filo rosso tutta la ricerca di Floriana Porta.
Ed è mentre cercavo la musica giusta per tutto questo che mi è arrivato, silenzioso, un pensiero: le canzoni e i fossili sono simili, appartengono allo stesso universo.
Pensateci. Quando ascoltiamo una canzone che appartiene alla nostra storia –quella dell’estate in cui abbiamo avuto vent’anni, del primo bacio dato a qualcuno, del primo innamoramento che ci ha insegnato cosa significa desiderare – quella canzone smette di essere un semplice manufatto sonoro. Smette di essere musica, nel senso ordinario della parola. Si cristallizza. Le parole diventano contenitori di qualcosa che non è scritto nel testo ma che noi ci abbiamo depositato dentro, strato dopo strato, come la terra fa con i sedimenti.
E diventa una traccia indelebile. Diventa il nostro personale fossile.
C’è una precisione in questo processo che mi commuove. Non è nostalgia: la nostalgia è una forma di dolore per ciò che non si può riavere. È qualcosa di più misterioso. È la scoperta che noi siamo anche quelle canzoni. Che una parte di noi è rimasta impressa in un fotogramma sonoro di tre minuti. Che magari non è nemmeno un capolavoro, ma che porta il nostro nome scritto in un linguaggio che solo noi sappiamo leggere.


Ogni ritrovamento è un viaggio.
Quando la vita, con quella sua abitudine di giocare con noi in modi che non avevamo previsto, ci mette davanti a qualcosa di sepolto – una vecchia fotografia, un orecchino nel fondo di un cassetto, una frase sentita per caso in un film e, con stupore, il profumo di qualcuno che non abbiamo più – la memoria viene catapultata in un tempo scomparso, ma che ci appartiene con una profondità che nessun mondo presente può eguagliare.
E niente ha più forza di una canzone in questo meccanismo misterioso. Quattro accordi, una voce, e improvvisamente siamo di nuovo là. In quel momento, in quell’estate, con quegli occhi che ci guardano ancora, con quella stessa emozione che ci attraversa. Come la pietra conserva l’impronta di ciò che è vissuto su di essa, così una canzone [la nostra, quella che per qualche misterioso motivo ci appartiene] conserva l’impronta di ciò che eravamo quando l’abbiamo ascoltata per la prima volta.
I fossili sono meravigliosi perché testimoniano che qualcosa è esistito davvero. Le canzoni fanno la stessa cosa: conservano l’impronta esatta di ciò che eravamo in un momento preciso della nostra vita.
Le canzoni sono paleontologi invisibili: leggono nella pietra della memoria la forma esatta di ciò che eravamo. Premiamo play e torniamo. Non ricordiamo: “torniamo.
Ad un preciso istante sospeso nel tempo: “Una risata inaspettata, un pomeriggio assolato, la nebbia all’alba dietro i vetri, il nome di qualcuno scritto su un foglio che abbiamo perso, l’odore di mare che non sappiamo più a quale estate appartiene, due occhi incrociati su un treno, la voce di chi amiamo, un abbraccio dato senza sapere che sarebbe stato l’ultimo”.
Nessuna fotografia riesce a fare questo. Una fotografia mostra i volti, ma non ricorda come il cuore batteva in quel momento. La canzone sì. La canzone sa tutto. È per questo che certe canzoni non riusciamo ad ascoltarle più: perché conservano troppo di noi. Perché dentro ci abita ancora qualcuno”. E in questo semplice pensiero c’è una meraviglia che continua a sfuggirmi.
E forse è proprio questo il miracolo: che la vita, mentre accade, non sa di essere un fossile. Lo scopriamo solo dopo, quando la musica ce la restituisce – e noi siamo già altri.
E quando ne ho parlato con Floriana, siamo arrivati ad un pensiero semplice e folgorante per la sua bellezza: nel linguaggio tecnico della musica, le canzoni che compongono un album si chiamano “tracce”. Come in paleontologia.
Un’unica parola, due universi differenti. Ditemi se questa non è -pura- magia.


Floriana Porta. La Biografia
Floriana Porta è un’artista poliedrica, capace di abitare con naturalezza territori espressivi differenti e complementari – pittura, poesia, fotografia e illustrazione – dando vita a un linguaggio in cui parola e immagine si riflettono e si amplificano reciprocamente. Nel tempo ha costruito un percorso coerente e riconoscibile: quindici libri tra sillogi e plaquette, numerose antologie, collaborazioni con siti e blog culturali di rilievo.
Figlia d’arte, ha ereditato talento e sensibilità da suo padre, Alessandro Porta, designer, pittore, illustratore, autore di tavole iperrealistiche a tempera su carta, caratterizzate da una fedeltà al dettaglio quasi maniacale e da una resa sorprendentemente vicina alla fotografia. Nel solco tracciato da lui, Floriana ha trasformato quella visione in una voce autonoma e contemporanea. È attesa per settembre l’uscita di un nuovo volume, edito da Pecore Nere Editorial, che raccoglie poesie e dipinti dedicati a Emily Dickinson.
La formazione affonda le radici nella tradizione artistica torinese: allieva dell’acquerellista Fernando Bibollet e di Antonio Carena, noto come il pittore dei cieli, ha frequentato il Liceo Artistico Renato Cottini e l’Accademia Albertina di Belle Arti, dove ha seguito il corso di Decorazione con Nino Aimone. A questa base accademica si affiancano due passioni decisive. La fotografia, che l’artista definisce scrivere con la luce, e Il Giappone. Haiku, zen, wabi-sabi, sumi-e, l’antica arte della pittura a inchiostro monocromatico.
L’attività espositiva
Consolida il suo legame tematico con la figura femminile, la natura e la dimensione sacrale della bellezza. Tra le mostre principali: In un’unica luce (2022) alle Ex Scuderie del Parco della Tesoriera di Torino; Ciò che prende vita in me (2023), bipersonale con Manuela Silvestrello alla Certosa di Collegno; L’eternità della bellezza (2023) alla Confraternita dei Batù di Villanova d’Asti; Tesori dal passato (2024), in collaborazione con il Parco Paleontologico Territoriale dell’Astigiano; Primitiva — Un viaggio nel cuore della Terra (2025) nella Torre dei Segnali di Viarigi.
Il 2026 segna due tappe parallele e significative. La prima è Fammi un quadro del sole, ospitata nel Castello Reale di Moncalieri in collaborazione con Residenze Reali Sabaude, Musei Nazionali Piemonte e Università di Torino. In questa bipersonale con Matilde Domestico, Porta presenta acquerelli e libri d’artista inediti dedicati a Emily Dickinson, allestiti negli spazi dell’appartamento della principessa Maria Letizia Bonaparte, un evento multidisciplinare tra arti visive, poesia, musica e teatro per il 140° anniversario della morte della poetessa americana. La seconda è al Museo Paleontologico dell’Astigiano, dove dal 22 marzo al 28 settembre 2026 i suoi acquerelli e testi poetici dedicati ai fossili astigiani dialogano con i reperti esposti e l’esclusiva colonna sonora composta per la mostra.
Lo stile
Floriana Porta vive in tensione tra opposti. Femminilità e natura, audacia e minimalismo, luce e ombra. La pittura, introspettiva e onirica, usa il colore come veicolo di significato, caricandolo di valenze simboliche e spirituali. La produzione letteraria attraversa oltre un decennio: da Verso altri cieli (2013) fino a Siamo fatte di carta (2024), realizzato con Anna Maria Scocozza, passando per Il Giappone in controluce e L’infinito è in me.
Il lavoro di Porta è presente in numerose collezioni istituzionali: ritratti di Leopardi e Pavese rispettivamente al Centro Mondiale di Poesia e Cultura di Recanati e alla Fondazione Cesare Pavese; tre acquerelli dedicati a María Zambrano custoditi a Malaga; opere al Museo degli Angeli di Sant’Angelo di Brolo e al Museo del Grande Torino di Grugliasco. Nel 2024 ha omaggiato Fausto Coppi con due lavori donati durante un evento culturale. Ritrattista raffinata, ha dedicato opere a Joe Barbieri, Milo De Angelis, Massimo Recalcati e Davide Rondoni, distinguendosi per la copertina di un volume recente dedicato ad Annie Ernaux.
In questa osmosi continua tra discipline e visioni, il lavoro di Floriana Porta attraversa linguaggi diversi senza perdere intensità, né direzione.


Floriana Porta. L’intervista di Masterclass
L’incontro con Floriana non poteva che avere come cornice il Castello della Rovere di Vinovo, alle porte di Torino.
Edificato tra il tramonto del Quattrocento e l’alba del Cinquecento, questo luogo abita la storia con aristocratica leggerezza: tra torri merlate, un chiostro immerso nel silenzio, moderne vetrate e un piccolo specchio d’acqua dove indugiano pesci e tartarughe, si estende un parco secolare in cui la primavera si affaccia timida tra i petali dei peschi.
È qui – nelle sue sale magnifiche – che da anni ci riuniamo per la premiazione finale del concorso letterario “Parole dal Cassetto”.
Il concorso, dalla vocazione autenticamente cosmopolita, accoglie opere dall’Italia e dall’estero, permettendo a voci distanti (fotografie, poesie, filastrocche, canzoni, racconti) di convergere in un unico, vibrante spazio d’espressione. Donando alla premiazione una ricchezza di sfumature culturali, impreziosite dalla presenza delle istituzioni e dalla bellezza rara della location.
Insieme a me e Floriana, fanno parte della giuria il direttore de Il Chisolino – e cuore organizzativo della manifestazione – Andrea Laruffa, la poetessa Tiziana Calamera, il cantautore Beppe Varrone, il fotografo Claudio Bonifazio e lo scrittore Graziano Di Benedetto.
Mentre passeggiamo nel parco la luce nitida che attraversa a tratti le fronde appare come la premessa ideale per un dialogo su chi fa dell’arte una forma di presenza nel mondo. Il fulcro del nostro progetto comune sono i fossili. L’occasione è la sua mostra in un luogo davvero magico. Un Museo Paleontologico.
Quando hai iniziato a capire che l’arte era un modo di esprimerti?
«Ho capito che l’arte era tutto il mio mondo già da bambina, all’asilo. Disegnavo, dipingevo, scrivevo, e tutte queste attività mi davano una gioia enorme, inimmaginabile.
Ancora oggi provo, mentre disegno, dipingo e scrivo, le stesse sensazioni di un tempo. Penso che l’arte crei una connessione profondissima tra l’interiorità e il gesto creativo, qualsiasi esso sia.»
Tuo padre, Alessandro Porta, ti ha lasciato un’eredità forte: in che modo il suo sguardo e il suo rigore vivono ancora oggi nel tuo lavoro?
«Mio padre è stato, per me, un grande esempio di rettitudine e genialità. Mi ha saputo trasmettere valori solidi come onestà, umiltà e correttezza. E la sua visione, creativa e avveniristica, ha lasciato un segno indelebile nella mia vita e in quella di tutte le persone che lo hanno conosciuto! Un’eredità forte, la sua, che mi porto dentro con orgoglio, e che influenza, fermamente, il modo in cui guardo il mondo di oggi e di domani. Ho imparato una cosa fondamentale da lui: la disciplina creativa è ciò che, a volte, ci salva. Infatti, dopo la sua morte, sono andata in crisi ed è proprio grazie alla pittura che ho superato il trauma della sua scomparsa, trasformando il dolore in una forma di cura.»
Sei un’artista poliedrica: quale arte senti più vicina al tuo modo di esprimerti?
«In me non c’è un’arte che prevarica sull’altra. Se però dovessi sceglierne una sola, sceglierei sicuramente la pittura perché è un linguaggio universale senza parole che non necessita di traduzione, fatto di sguardi, di colori e di silenzi.»
Quando nasce un’opera, parti prima dall’immagine o dalla parola?
«Non c’è una regola precisa che vale per tutte le mie opere: a volte parto da un’immagine e la trasformo in parola, altre volte succede esattamente il contrario e dalla parola creo successivamente l’immagine. Poesia e arte condividono lo stesso punto di partenza: l’ispirazione. Un gesto creativo che prende forma piano piano nella mia testa, e dà vita a forme e colori che parlano, comunicano e dialogano tra loro.
Sono due mondi, quello visivo (artistico-pittorico) e quello verbale (letterario-poetico) interconnessi, interdipendenti, strettamente legati uno all’altro. Non li percepisco come due linguaggi separati ma due versioni diverse della stessa anima.»
Il Giappone e il mondo degli haiku: cosa significa per te “togliere” invece che aggiungere?
«La poesia haiku è un esercizio di estrema sintesi. Si tratta di un vero e proprio “minimalismo poetico” che mira a catturare l’essenza di un istante in pochissime parole, esattamente diciassette sillabe. Originario del Giappone, questo componimento “cristallizza” un’emozione o un’immagine della natura, spesso legato alla stagionalità, in una forma brevissima, trasformando un momento effimero e perituro in qualcosa di eterno.
“Togliere” è un esercizio che pratico anche in pittura, utilizzando uno stile simile al Sumi-e: una tecnica pittorica legata allo Zen, utilizzata molto nell’estremo Oriente. Consiste nel dipingere catturando l’essenza del soggetto – natura, paesaggi, animali – attraverso gesti spontanei e meditativi.»


La fotografia, cosa riesce a dire che pittura e poesia non riescono a esprimere?
«Amo la fotografia proprio perché va oltre sia alla pittura sia alla poesia: registra la realtà senza filtri e senza forzature. È il salto oltre la pittura, ma non va assolutamente considerata una minaccia per la pittura.»
La poesia oggi è un terreno così inusuale da essere raro?
«Assolutamente no. La poesia è più viva che mai!»
La figura femminile nei tuoi lavori è più autobiografia o simbolo universale?
«La figura femminile, presenza costante nelle mie opere insieme al blu, è un simbolo universale di bellezza, fertilità e sacralità. Il sacro femminile, il “Femminino”, tanto caro al paleontologo e filosofo francese Pierre Teilhard de Chardin, quella forza spiritualizzante e unificante, essenziale per l’evoluzione dell’amore e della coscienza umana, non si limita al genere biologico, ma rappresenta un’energia archetipica che unisce materia e spirito. Un dinamismo che purifica, unisce e attira l’umano verso il divino. L’arte ne suggella l’interconnessione. Almeno, questa è la mia concezione di femminilità nell’arte.»
Il progetto su Emily Dickinson come è nato?
«È da diverso tempo che studio, analizzo e scandaglio la figura enigmatica e sconfinata della Dickinson da diversi punti di vista. In particolare mi affascina la sua vita fuori dagli schemi, il suo rapporto con la natura – la osservava con una precisione minuziosa, quasi ossessiva – e con le principali soglie dell’umano: amore e morte. Ho presentato un progetto molto dettagliato su Emily al direttore del Castello di Moncalieri, è stato accettato e ho avuto il privilegio di esporre le mie opere in una location d’eccezione, che dispone di eleganti e accoglienti spazi che profumano di storia.»
La tua mostra, “Echi di un mondo perduto”, è stata inaugurata proprio in questi giorni. Cosa ci puoi raccontare di questo percorso?
«Dal 22 marzo e fino a settembre, il Museo Paleontologico di Asti ospiterà una selezione delle mie opere e poesie dedicate ai fossili astigiani. Il percorso espositivo celebra conchiglie, coralli, foglie e resti di vertebrati marini e terrestri, includendo un mio acquerello omaggio a Mary Anning, tra le più straordinarie cacciatrici di fossili della storia.
Per rendere l’esperienza ancora più immersiva, l’esposizione è accompagnata da una colonna sonora dedicata alle Balene. È un progetto nato dalla stretta collaborazione con la presidente del Parco Paleontologico Astigiano, Sara Rabellino, il direttore Graziano Delmastro, tutto il loro prezioso team tecnico, e le istituzioni culturali, presenti all’inaugurazione della mostra.»
Cosa ti affascina della paleontologia?
«Della paleontologia mi affascina molto il fatto che, grazie allo studio dei resti fossili, si possa ricostruire la vita passata, l’evoluzione degli organismi e gli ambienti antichi.
La passione per questa scienza è nata da bambina: mio padre andava a scavare, in cerca di fossili, con un suo amico, Pier Giuseppe Caretto, autore di importanti pubblicazioni sul Bollettino della Società Paleontologica Italiana. Quando tornava dalle sue ricognizioni poi mi raccontava, elettrizzato, delle diverse scoperte che facevano insieme.»
Se dovessi raccontare la tua ricerca con un’unica immagine, quale sceglieresti?
«Sceglierei, a caso, una mia donna ad acquerello: quel corpo, quell’anima rappresenta l’essenza stessa del femminile, l’anima universale del mondo; un’icona che va oltre il tempo e lo spazio.»
Il sole si abbassa sulle torri del Castello. Io e Floriana ci salutiamo.
Tornando a casa, penso a come la sua arte riesca a sfidare, con silenziosa costanza, la tendenza di oggi a creare cose che durano solo un istante. In un tempo che premia la velocità del gesto e la visibilità immediata, lei sceglie la stratificazione: dipinge, scrive, fotografa, e ogni linguaggio convive con gli altri. Sono arti che richiedono cura, attenzione, movimenti lenti.
La sua non è una ricerca di stile, ma la coerenza di chi continua a porsi la stessa domanda: cosa resta davvero di noi, di un istante o di una vita? Che si esprima attraverso un verso, uno scatto fotografico o la cura di un manufatto, Floriana Porta cerca sempre quel punto in cui qualcosa ha la capacità di restare.
I fossili sembrano conoscere la risposta alla fine dell’esistenza. E forse la conosce anche lei, che sa trasformare un’emozione fragile in qualcosa di così tangibile come un’opera artistica. In quel gesto così lieve eppure eterno, che la trasparenza di un acquerello o la delicatezza di una poesia riescono ancora a custodire.
La Mostra “Echi di un mondo perduto” al Museo Paleontologico di Asti, promossa con il Distretto Paleontologico dell’Astigiano e del Monferrato, resterà aperta al pubblico fino al 28 settembre 2026. Per info: 0141 592091 – Email: info@astipaleontologico.it
Altre puntate Masterclass:
Andrea Fabiani: tra Musica e cinema d’autore
Alessandro Orefice: stare sul fronte del palco
“L’irreversibile ZeroFollia” di Giulio Spadoni
Franz Di Cioccio e la PFM: l’uomo dietro il mito
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