Il melampiro, che è un vero enigma per botanici
Il melampiro è un rompicapo per botanici. E lo è da prima che la moderna classificazione lo scippasse alla famiglia delle Scrofulariacee, dov’era rimasto per secoli, per rifilarlo a quella delle Orobancacee. Per quale motivo? Perché è soggetto a dimorfismo stagionale. Le sue foglie, infatti, presentano una forma assai variabile a seconda della stagione, mostrandosi ora ovali, ora strette e lanceolate. Ma variano anche le brattee dell’infiorescenza, che possono essere a margine intero o profondamente dentato. E variano le fioriture: a seconda dell’habitat e dell’altitudine, possono essere due, in estate e in autunno, o soltanto una. Come potete dedurre, si tratta di una pianta estremamente sfuggente.
Il suo nome latino è Melampyrum pratense L., nel quale il genere Melampyrum deriva dal greco, da melas = nero e da pyros = grano. Questo perché il suo seme ovale, che è nero, assomiglia alle cariossidi del grano. Essendo anche pianta infestante, nelle messi, è spesso capitato che questi semi neri si siano infiltrati tra quelli di frumento. E ciò ha reso la farina per il pane nerastra e con un retrogusto amaro. Quanto all’aggettivo pratense, che determina la specie, rappresenta un altro mistero, perché il melampiro è un’erba da boschi, brughiere e luoghi umidi. Ma non è in modo peculiare una pianta da prati.


La “pianta del prete”, in Irlanda
In Irlanda, il melampiro è specie autoctona e ha una curiosa definizione gaelica in Lus an tsagairt, ovvero la “pianta del prete”. Che cosa c’entra, dunque, il prete? In realtà, molto poco, se non per il colore nero della sua veste talare o del berretto, che è lo stesso dei semi. Il nome inglese, invece, è Common Cow-wheat, che possiamo tradurre come “grano della mucca”. E non è un epiteto stravagante, perché il melampiro è considerato una buona erba foraggera, che piace molto al bestiame.
In diverse contee d’Irlanda veniva appositamente dato in pasto alle mucche da latte per la convinzione che rendesse migliore il burro, più giallo e grasso. Ma l’uso più bizzarro riguardava le donne gravide, cui si faceva mangiare pane preparato con farina contenente pure semi di melampiro. Perché si riteneva che tali semi avrebbero influito sul sesso del nascituro, donando alla famiglia un bel maschietto. Scientificamente il melampiro non ha affatto questa virtù, che noi vi riportiamo come semplice tradizione d’altri tempi.


Breve descrizione botanica del melampiro
Si tratta di una specie erbacea annuale, che non supera l’altezza di 60 centimetri. In Italia, è soprattutto diffusa al Centro-Nord. I fusti glabri sono sia eretti sia striscianti, più o meno ramificati, con foglie sessili e, come abbiamo visto, piuttosto variabili. Per il già citato dimorfismo, anche il colore dei fiori, di solito gialli, può diventare rosa-violaceo. Essi sbocciano tra maggio e settembre, ma anche in questo caso ci possono essere più fioriture. Sono geminati, ossia disposti a coppie all’ascella di brattee fogliacee. Quelli di uno stesso stelo sono tutti rivolti dalla medesima parte. Ogni singola corolla è tubolare, lievemente appiattita, e bilabiata, con fauce spesso chiusa. Il labbro superiore è intero, mentre quello inferiore è trilobato.
Il frutto è una capsula appiattita, bronzea, che termina con un becco a punta. Essa contiene 4 semi nerastri, molto simili alle cariossidi del grano. Pur essendo pianta verde, che contiene clorofilla, è considerata emiparassita perché non disdegna di succhiare le sostanze nutritive dalle radici delle erbe vicine. Mai come in questo caso è indispensabile utilizzare le chiavi botaniche, per tentare di riconoscere il melampiro in natura.


Non è un’erba per cure improvvisate
Benché specie foraggera, il melampiro non è adatto all’alimentazione umana perché contiene un principio tossico com’è l’aucubina. Di conseguenza, è meglio impiegarlo in fitoterapia solo ed esclusivamente su prescrizione medica. L’altro componente importante è un glucoside chiamato melampirina, affine alla rinantina che abbiamo già incontrato nella cresta di gallo.
Per idrolisi, anch’esso si scinde in glucosio e, in questo caso, melampirogenina. E le proprietà, di conseguenza, sono simili a quelle già illustrate per la cresta di gallo. La prudenza, tuttavia, ci suggerisce di ricorrere ad altre piante, meno pericolose, quali alleate per la nostra salute.


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