Charlotte de Witte e il doppio standard italiano sulla cultura

Genova, Piazza Matteotti trasformata in un grande dancefloor a cielo aperto, migliaia di persone, una delle figure più influenti della scena elettronica mondiale in console: Charlotte de Witte, regina della techno contemporanea, sonora, ipnotica, internazionale. Un evento riuscito, partecipato, ordinato. E giustamente celebrato. È doveroso dirlo subito: l’amministrazione comunale ha avuto un’intuizione forte e ha saputo portarla a compimento. In un Paese che spesso fatica a costruire eventi culturali di massa, questo rappresenta un risultato concreto.

Eppure, fermarsi alla cronaca significherebbe perdere il punto.

Oltre la musica: il nodo culturale

Negli ultimi giorni si è parlato molto dell’evento genovese. Ma quasi mai nel modo giusto. Più gossip che analisi, più narrazione che sostanza. Perché la questione, in realtà, non è musicale. Non è la techno — per quanto centrale nel caso specifico — il vero tema. Il nodo è culturale e politico: il modo in cui in Italia vengono giudicati eventi di questo tipo.

Quando la house era “pericolosa”

Per leggere davvero ciò che è accaduto a Genova serve cambiare prospettiva. E chi scrive questa prospettiva la conosce da vicino, perché vive nel territorio di cui si parla e ne ha attraversato direttamente esperienze e dinamiche. In contesti molto meno esposti mediaticamente — come alcune realtà della provincia di Latina — si organizzavano già anni fa eventi pubblici costruiti attorno alla house music, genere più caldo, accessibile, profondamente legato alla tradizione clubbing italiana.

In console, nomi come il compianto Claudio Coccoluto, tra i DJ italiani più rispettati al mondo. Piazze piene. Partecipazione reale. Eventi riusciti, senza incidenti, senza derive sociali. Eppure, la narrazione era opposta. Quelle iniziative venivano spesso descritte come rischiose, borderline, quasi “diaboliche”. Non mancavano polemiche, esposti, attacchi politici. La musica elettronica diventava un problema di ordine pubblico più che un’opportunità culturale.

Il dettaglio che cambia tutto: chi organizza

C’è però un elemento che oggi, nel racconto entusiasta di Genova, tende a scomparire.

Molti di quegli eventi erano promossi o autorizzati da amministrazioni di centrodestra.

Ed è qui che emerge il vero paradosso. Perché oggi un evento techno — per sua natura più duro, più radicale della house — viene accolto come simbolo di apertura, modernità, visione europea. Ieri, eventi simili — se non più “accessibili” musicalmente — venivano osteggiati, ridicolizzati, demonizzati. La differenza, quindi, non è nel suono. È nel contesto. O meglio: in chi firma l’evento.

Il “fascismo culturale al contrario”

Si entra così in un terreno scivoloso ma necessario da affrontare. In Italia esiste una forma diffusa di quello che si può definire, provocatoriamente ma non troppo, “fascismo culturale al contrario”: una tendenza, soprattutto in certi ambienti progressisti, a delegittimare iniziative culturali quando provengono da aree politiche considerate “altre”, salvo poi legittimarle — e celebrarle — quando cambiano cornice. Non è autoritarismo nel senso classico. È qualcosa di più sottile: una selezione culturale basata sull’appartenenza, non sul merito.

Genova come caso emblematico

Genova diventa così un caso simbolico. Non per la presenza di Charlotte de Witte, né per la scelta della techno — entrambe legittime e coerenti con il panorama internazionale — ma per il modo in cui l’evento è stato raccontato.

Oggi si parla di apertura, innovazione, coraggio. Ieri, in situazioni analoghe, si parlava di degrado, rischio, disordine. Un doppio standard che non riguarda solo la musica, ma che nella musica trova una delle sue manifestazioni più evidenti.

Memoria corta, entusiasmo lungo

Chi oggi applaude, spesso è lo stesso che ieri criticava. Chi oggi celebra, ieri stigmatizzava. Nel mezzo, resta una costante: la mancanza di memoria. E senza memoria, ogni entusiasmo rischia di trasformarsi in un esercizio di convenienza.

Il punto, alla fine

Non è la techno. Non è la house. E non è Genova contro la provincia. Il punto è semplice, e proprio per questo difficile da accettare: eventi identici continuano a essere giudicati in modo opposto non per ciò che sono, ma per chi li organizza. Finché questa dinamica non verrà superata, la cultura in Italia resterà ostaggio della politica. E la musica — tutta, dalla house alla techno — continuerà a essere usata più come strumento di narrazione che come spazio di libertà.

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Antonio Di Trento
Antonio Di Trentohttps://evasioniinnocenti.blogspot.com/
Vice Direttore. Conduttore radiofonico e giornalista, laureato in Lettere e Filosofia con una tesi in Storia e Critica del Cinema presso l'Università Sapienza di Roma. Ha ricoperto il ruolo di responsabile dell'ufficio stampa per diverse aziende e società e, dal 2019 al 2024, è stato portavoce presso il Parlamento europeo a Bruxelles. Tra i fondatori dell'Agenzia di Comunicazione 26 Lettere, ha curato e cura rubriche di musica, cultura ed enogastronomia per diverse testate giornalistiche, sia online che cartacee. È autore del blog Evasioni Innocenti, dove scrive di amore, sentimenti e altri disastri. Di sé dice: "Sono nato in riva al mare, ieri con decorrenza oggi. Mi piace la leggerezza, in qualunque salsa. Se mi alzo presto, mi siedo sul divano e ci resto fino alle 11; poi colgo l'occasione e realizzo, ma sempre con la testa staccata dalle spalle. A volte sembro lento come un messicano, altre veloce come Speedy Gonzales (che, in fondo, è sempre sudamericano). Sono “assuefatto” alla musica di Pino Daniele e dei Level 42, alla scrittura di Peppe Lanzetta, al teatro di Enzo Moscato e al cinema di Pappi Corsicato. Vivo con Silvia e 5 cani, a duecento metri da mia madre, da tutti conosciuta come: la Peppina nazionale.
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