Ciao Margherita. Sto con un ragazzo che purtroppo fa uso di droga, cocaina, per essere precisa. Non spesso…diciamo una volta al mese ma il problema è che nella sua “pippata mensile”, esagera. Cioè magari ne sniffa anche 2 e più grammi in una notte e, avendo uno stipendio normale, rimane pure senza una lira. Il SERT gli ha proposto il ricovero in comunità che prevede un percorso di un anno e mezzo, con telefonate, visite e contatti limitati (addirittura, solo una volta a settimana a quanto sembra).

Lui vorrebbe andarci ma io sinceramente non sono molto d’accordo perché questo significa che per quasi due anni non ci vedremo mai. Lo so, sono egoista ma che basi per il futuro posso mettere col mio ragazzo se non ci si frequenterà per quasi due anni?? […] E’ vero Margherita che nel mondo dello spettacolo di questa roba ne gira un bel po’? Grazie se mi risponderai, Alice

Cara Alice, io nella tua email non ci trovo egoismo ma una celata e comprensibile paura di perdere il tuo ragazzo e la tua relazione a causa della distanza, sia fisica che “mentale” dovuta al percorso che potrebbe intraprendere il tuo fidanzato, per disintossicarsi dalla droga. E questa paura io la trovo sacrosanta perché effettivamente quasi due anni di comunità non sono pochi.

Però, se ipotizziamo che te e il tuo ragazzo starete assieme per tutta la vita, cosa sono 18 mesi? Pensa che una volta, il servizio militare prevedeva un periodo del genere (o in certi casi 15 mesi, o 12, diventati poi 10) ed era proprio il periodo dopo cui le coppie si sposavano forse perché la distanza cementava l’unione.

Diversamente, se il tuo ragazzo, di fronte all’enorme problema di dipendenza che ha, non facesse questo percorso, e ipotizzando sempre che stia con te per tutta la vita, cosa potrebbe riservarti la vostra relazione? Un compagno che ti ruba i soldi per comprare “la roba”? Un marito che torna a casa “pippato”? Uno da cui ti devi poi separare perché ti fa impazzire?

Vedendola così, vale la pena prevenire invece che curare, non credi?

Per quanto riguarda la tua ultima domanda, non ti so dire. Io penso che “quella roba” circoli in tutti gli ambienti (la tua email per esempio parla di una ragazzo con uno stipendio normale, infatti). Certo, dove girano più soldi, probabilmente gira più droga. Io però ingenua come sono anche se mi fosse passata sotto il naso (perdona il gioco di parole), non me ne sarei resa conto. Pensa che l’unica volta nella mia vita – ma ti parlo di decenni fa – quando in qualche modo mi fu chiesto se volevo della “coca”, io pensai alla famosa bevanda….ti ho già detto tutto!

Comunque, cara Alice, per avere le idee più chiare e per non vederla magari più drammatica di quello che è, potreste informarvi esattamente sulle modalità di visita, contatti e chiamate, che mi paiono i punti che ti stanno più a cuore. E ricorda che – anche se non è facile – amare è anche…lasciare andare!

Ti abbraccio forte, amica mia

Margherita

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Margherita Fumero
Attrice teatrale televisiva e cinematografica. Allieva di Macario, ha lavorato per anni in coppia con Enrico Beruschi. Tra le sue partecipazioni più famose: Drive In di Antonio Ricci e Camera Cafè nel ruolo della stagista Wanda. Dice di sè: Descrivermi? Io? Già è difficile descrivere una persona che si conosce da diverso tempo, figuriamoci se stessi, ma...ci proverò! Anche perché non è così scontato che un individuo si conosca in tutte le sue sfaccettature, nonostante sia in “compagnia di se stesso” da tutta una vita. Infatti, ci sono parti di noi che ci sfuggono, altre che sono sotterrate negli strati più profondi del nostro animo, oppure altre che semplicemente non vogliamo vedere. Io, complice il lavoro che faccio, ho dovuto scavare dentro di me, anche per fare arrivare al pubblico l'emozione che deriva dall'essere in una particolare situazione. In più – e lo dico per chi non conosce la mia formazione – ho frequentato l'Accademia di arte drammatica, non di “arte Comica”! Fu Macario che mi consigliò di dedicarmi al comico, attraverso la frase che cito in tutte le interviste dove mi chiedono dei miei esordi: “con quella faccia lì, devi far ridere”, mi disse. Tuttavia, non si deve pensare che essere attori comici significhi per forza conoscere solo il lato divertente della vita; anzi! Si dice che i più grandi comici della storia siano stati dei depressi; un po' come i clown che, in alcune scuole di mimo e recitazione, vengono presentati come personaggi in realtà tristi. Io, in realtà, a parte qualche triste e naturale accadimento – come quelli che la vita riserva più o meno ad ognuno di noi – non posso sicuramente dire che sia o sia stata una persona infelice. Al contrario: la mia “voglia di far ridere” deriva da quella serenità che ho sempre respirato in famiglia. Mia mamma Luisa era un po' come me: ironica, sorridente e con la battuta pronta. Il mio papà Gino era più riflessivo, più incline alla saggezza, ma sempre sereno. Io ho fatto un bel frullato di queste caratteristiche, ci ho aggiunto quello che la natura mi ha regalato attraverso il temperamento et voilà: signore e signori, questa è la Fumero! Una signora buffa ma dignitosa; un soggetto autoironico ma profondamente rispettoso degli altri; una donna che può interpretare mille personaggi, pur rimanendo sempre se stessa. Una persona che finge sul palcoscenico ma che è profondamente vera nella vita reale.