Le rose selvatiche, emblema della famiglia delle Rosacee
Alle rose selvatiche abbiamo riservato l’onore di aprire la nostra carrellata sulla famiglia botanica delle Rosacee. Abbiamo preferito parlarvi non di una rosa al singolare ma delle altre specie spontanee, meno conosciute della rosa canina, che popolano prati, boschi e radure. Sono accomunate da un nome nobile, che deriva da una parola dell’antica lingua letteraria dell’India, il sanscrito, e che significa “rosso”. Tale vocabolo cominciò a indicare il fiore della rosa prima presso i greci e poi presso i romani.
Si narra che, a Roma, nell’età imperiale, durante i banchetti si mescolassero al tomentum, ossia l’imbottitura dei cuscini dei triclini, profumatissimi petali di rosa. Una fra le rose selvatiche è proprio classificata come Rosa tomentosa Sm., per la peluria delle sue foglie che ricorda la sofficità del tomentum. Non ci resta che conoscere queste specie un po’ più da vicino.


La rosa tomentosa, tipica dei boschi alpini
In Italia, la rosa tomentosa è soprattutto diffusa sull’arco alpino ma si trova anche nei boschi dell’appennino. È un arbusto dai rami arcuati, che può raggiungere l’altezza di 180 centimetri. Presenta spine dalla forma lineare (non a uncino) lungo tutto il fusto, che è piuttosto esile. Le foglie sono composte da 5-7 foglioline più piccole e ricoperte da una peluria lanuginosa. I fiori sono numerosi, rigorosamente a cinque petali, di colore rosato più o meno tenue, tanto da arrivare a volte al bianco. Sbocciano tra giugno e luglio. Si differenzia dalle altre rose selvatiche per i 5 sepali che accolgono la corolla, dato che sono profondamente lobati, se non addirittura frastagliati.
Il frutto vermiglio e ovale è simile al cinorrodo della rosa canina. Una specie affine alla rosa tomentosa è la Rosa villosa L. che, tuttavia, ha i rami dritti e non arcuati. I suoi cinorrodi, assai ricchi di vitamina C, sono sormontati dai sepali essiccati ed evidenti. Entrambe queste specie vengono facilmente attaccate da un insetto, una vespa del gruppo dei Cinipidi, che ne punge i fusti per depositarvi all’interno le uova. La pianta reagisce all’attacco esterno formando in corrispondenza un’escrescenza detta galla, che si ingrossa via via che le larve, nutrendosi della pianta stessa, si accrescono. Le galle della rosa tomentosa sono evidenti perché assumono un colore rosso brillante.


La rosa spinosissima, dalle foglie di pimpinella
È stata catalogata come Rosa pimpinellifolia L. ma viene più spesso chiamata rosa spinosissima, per i suoi fusti eretti completamente ricoperti di fitti aculei e setole. Come habitat, preferisce i luoghi ghiaiosi e asciutti. Ha un apparato radicale complesso, che consolida e rende più resistente il terreno in cui attecchisce. Raggiunge sovente e supera l’altezza di un metro. Le foglie sono scure, glabre, ossia senza peluria, e composte da 7-9 foglioline dentate. Nella forma ricordano quelle della pimpinella, che è un’Ombrellifera, e da qui deriva il nome latino.
I fiori sono singoli, in cima a steli legnosi, e grandi (con diametro sino a 5 centimetri). La corolla di 5 petali bianco-crema ha profumo fruttato. Sbocciano anch’essi tra giugno e luglio. Il frutto è un cinorrodo nerastro, tondeggiante, sormontato dai lunghi sepali essiccati. È anche detta rosa scozzese, per la sua frequenza in Scozia.


La rosa d’Irlanda, ovvero la rosa campestre che ha ispirato pizzi e merletti
La rosa campestre autoctona irlandese è, invece, la Rosa arvensis L., che in lingua gaelica è chiamata Rós Léana, ossia “rosa dei prati umidi”. La sua corolla è sempre bianca, nivea (con un diametro massimo di 5 centimetri), su cui spiccano gli stili giallo intenso. Sboccia anche in questo caso tra giugno e luglio. Il fusto ha poche spine ricurve sui rami violacei, arcuati e pendenti. Le foglie sono costituite da 5-7 foglioline glabre e ovali. I cinorrodi maturano in autunno e sono sferici (o sferico-ovati), di un bel colore rosso vivo.
In Irlanda, il colore candido dei cinque petali ha associato questa specie alla Madonna, per questo è identificata con la cosiddetta rosa mistica. In onore della Vergine Maria e delle spose, è stata spesso soggetto delle trine per le tovaglie d’altare o per i veli nuziali. Persino le rose d’Irlanda confezionate con l’uncinetto si ispirano alla rosa campestre.


La rosa gallica, antenata della rosa rossa
La Rosa Gallica L. è senz’altro la più nota fra le rose selvatiche che vi stiamo illustrando. È originaria del bacino del Mediterraneo e, secondo tradizione, fu portata in Europa dal conte di Champagne Thibault IV, reduce dalla Crociata del 1239. Divenne anche re di Navarra e fu apprezzato troviere, nel tempo in cui i poeti cantavano l’amor cortese. La rosa dei trovatori e dei trovieri è per questo identificata con la rosa gallica, perché ha i petali rossi come l’amore. Essi la rendono riconoscibile tra le altre specie.
I fiori sono grandi (sino a 7 centimetri di diametro) e singoli, anche se raramente si trovano abbinati. Sbocciano sempre tra giugno e luglio. Riguardo alle altre parti della pianta, possiamo dire che si tratta di un arbusto che raggiunge il metro d’altezza e che ha le radici striscianti. Sul fusto, la forma delle spine è varia, con tre tipologie primarie: dritta, arcuata o ghiandolosa. Le foglie sono coriacee, grigio-verdastre, suddivise in 5 foglioline allungate. I frutti sono cinorrodi sferici, di colore rosso mattone. Da questa specie, adatta ai terreni calcarei, si sono ottenute le varietà coltivate di rosa rossa.


La rosa gallica è anche la più usata in fitoterapia
Tutte le rose selvatiche sono salutari, per la ricchezza di principi attivi. Ma le più usate in erboristeria sono la rosa canina, che vi abbiamo già illustrato in un articolo a parte, e la rosa gallica. Se per la rosa canina la droga è rappresentata dai cinorrodi, ad alto contenuto vitaminico, per la rosa gallica si usano petali e boccioli. Essi contengono acido gallico, olio essenziale con agenti antibiotici (composto da citronellolo, geraniolo e nerolo), flavonoidi, alcool fenil-etilico, cianina e tannino (15%). Hanno pertanto una buona azione antiinfiammatoria e battericida. Sono astringenti (in caso di diarrea), cicatrizzanti, balsamici (contro le affezioni delle vie aeree) e tonici dell’organismo.
L’infuso è gradevole come un tè e si prepara versando mezzo litro d’acqua bollente in una teiera che contiene due cucchiai rasi di droga. Si lascia riposare per 10 minuti si filtra e si dolcifica a piacere. Si beve lungo la giornata, come una qualunque altra bevanda dissetante. Ma i petali sono talmente buoni che Jean Valnet consigliava di mangiarli anche freschi, pestati e mescolati con un po’ di miele. In uso esterno, l’infuso non dolcificato lenisce il mal di gola, se gargarizzato. Applicato in compresse, calma l’emicrania e disinfetta gli occhi affetti da oftalmie. Giova a chi soffre di afte, piaghe e dermatosi. È, insomma, un piccolo tesoro profumato da custodire in giardino.
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