Le rose selvatiche, carezza e profumo d’altri tempi

Alle rose selvatiche abbiamo riservato l’onore di aprire la nostra carrellata sulla famiglia botanica delle Rosacee. Abbiamo preferito parlarvi non di una rosa al singolare ma delle altre specie spontanee, meno conosciute della rosa canina, che popolano prati, boschi e radure. Sono accomunate da un nome nobile, che deriva da una parola dell’antica lingua letteraria dell’India, il sanscrito, e che significa “rosso”. Tale vocabolo cominciò a indicare il fiore della rosa prima presso i greci e poi presso i romani.

Si narra che, a Roma, nell’età imperiale, durante i banchetti si mescolassero al tomentum, ossia l’imbottitura dei cuscini dei triclini, profumatissimi petali di rosa. Una fra le rose selvatiche è proprio classificata come Rosa tomentosa Sm., per la peluria delle sue foglie che ricorda la sofficità del tomentum. Non ci resta che conoscere queste specie un po’ più da vicino.

Le rose selvatiche,  - nella foto una rosa con petali aperti rosa
 file è rilasciato con licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale. Fonte originale del file

La rosa tomentosa, tipica dei boschi alpini

In Italia, la rosa tomentosa è soprattutto diffusa sull’arco alpino ma si trova anche nei boschi dell’appennino. È un arbusto dai rami arcuati, che può raggiungere l’altezza di 180 centimetri. Presenta spine dalla forma lineare (non a uncino) lungo tutto il fusto, che è piuttosto esile. Le foglie sono composte da 5-7 foglioline più piccole e ricoperte da una peluria lanuginosa. I fiori sono numerosi, rigorosamente a cinque petali, di colore rosato più o meno tenue, tanto da arrivare a volte al bianco. Sbocciano tra giugno e luglio. Si differenzia dalle altre rose selvatiche per i 5 sepali che  accolgono la corolla, dato che sono profondamente lobati, se non addirittura frastagliati.

Il frutto vermiglio e ovale è simile al cinorrodo della rosa canina. Una specie affine alla rosa tomentosa è la Rosa villosa L. che, tuttavia, ha i rami dritti e non arcuati. I suoi cinorrodi, assai ricchi di vitamina C, sono sormontati dai sepali essiccati ed evidenti. Entrambe queste specie vengono facilmente attaccate da un insetto, una vespa del gruppo dei Cinipidi, che ne punge i fusti per depositarvi all’interno le uova. La pianta reagisce all’attacco esterno formando in corrispondenza un’escrescenza detta galla, che si ingrossa via via che le larve, nutrendosi della pianta stessa, si accrescono. Le galle della rosa tomentosa sono evidenti perché assumono un colore rosso brillante.

Le rose selvatiche, - nella foto una rosa con petali aperti rosa
file rilasciato nel pubblico dominio Wikimedia Commons

La rosa spinosissima, dalle foglie di pimpinella

È stata catalogata come Rosa pimpinellifolia L. ma viene più spesso chiamata rosa spinosissima, per i suoi fusti eretti completamente ricoperti di fitti aculei e setole. Come habitat, preferisce i luoghi ghiaiosi e asciutti. Ha un apparato radicale complesso, che consolida e rende più resistente il terreno in cui attecchisce. Raggiunge sovente e supera l’altezza di un metro. Le foglie sono scure, glabre, ossia senza peluria, e composte da 7-9 foglioline dentate. Nella forma ricordano quelle della pimpinella, che è un’Ombrellifera, e da qui deriva il nome latino.

I fiori sono singoli, in cima a steli legnosi, e grandi (con diametro sino a 5 centimetri). La corolla di 5 petali bianco-crema ha profumo fruttato. Sbocciano anch’essi tra giugno e luglio. Il frutto è un cinorrodo nerastro, tondeggiante, sormontato dai lunghi sepali essiccati. È anche detta rosa scozzese, per la sua frequenza in Scozia.

Le rose selvatiche, dei fiori biachi con pistillo giallo in mezzo all'erba
 file è rilasciato con licenza Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 3.0 Unported .

La rosa d’Irlanda, ovvero la rosa campestre che ha ispirato pizzi e merletti

La rosa campestre autoctona irlandese è, invece, la Rosa arvensis L., che in lingua gaelica è chiamata Rós Léana, ossia “rosa dei prati umidi”. La sua corolla è sempre bianca, nivea (con un diametro massimo di 5 centimetri), su cui spiccano gli stili giallo intenso. Sboccia anche in questo caso tra giugno e luglio. Il fusto ha poche spine ricurve sui rami violacei, arcuati e pendenti. Le foglie sono costituite da 5-7 foglioline glabre e ovali. I cinorrodi maturano in autunno e sono sferici (o sferico-ovati), di un bel colore rosso vivo.

In Irlanda, il colore candido dei cinque petali ha associato questa specie alla Madonna, per questo è identificata con la cosiddetta rosa mistica. In onore della Vergine Maria e delle spose, è stata spesso soggetto delle trine per le tovaglie d’altare o per i veli nuziali. Persino le rose d’Irlanda confezionate con l’uncinetto si ispirano alla rosa campestre.

 file rilasciato con licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale .

La rosa gallica, antenata della rosa rossa

La Rosa Gallica L. è senz’altro la più nota fra le rose selvatiche che vi stiamo illustrando. È originaria del bacino del Mediterraneo e, secondo tradizione, fu portata in Europa dal conte di Champagne Thibault IV, reduce dalla Crociata del 1239. Divenne anche re di Navarra e fu apprezzato troviere, nel tempo in cui i poeti cantavano l’amor cortese. La rosa dei trovatori e dei trovieri è per questo identificata con la rosa gallica, perché ha i petali rossi come l’amore. Essi la rendono riconoscibile tra le altre specie.

I fiori sono grandi (sino a 7 centimetri di diametro) e singoli, anche se raramente si trovano abbinati. Sbocciano sempre tra giugno e luglio. Riguardo alle altre parti della pianta, possiamo dire che si tratta di un arbusto che raggiunge il metro d’altezza e che ha le radici striscianti. Sul fusto, la forma delle spine è varia, con tre tipologie primarie: dritta, arcuata o ghiandolosa. Le foglie sono coriacee, grigio-verdastre, suddivise in 5 foglioline allungate. I frutti sono cinorrodi sferici, di colore rosso mattone. Da questa specie, adatta ai terreni calcarei, si sono ottenute le varietà coltivate di rosa rossa.

 file rilasciato con licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale .

La rosa gallica è anche la più usata in fitoterapia

Tutte le rose selvatiche sono salutari, per la ricchezza di principi attivi. Ma le più usate in erboristeria sono la rosa canina, che vi abbiamo già illustrato in un articolo a parte, e la rosa gallica. Se per la rosa canina la droga è rappresentata dai cinorrodi, ad alto contenuto vitaminico, per la rosa gallica si usano petali e boccioli. Essi contengono acido gallico, olio essenziale con agenti antibiotici (composto da citronellolo, geraniolo e nerolo), flavonoidi, alcool fenil-etilico, cianina e tannino (15%). Hanno pertanto una buona azione antiinfiammatoria e battericida. Sono astringenti (in caso di diarrea), cicatrizzanti, balsamici (contro le affezioni delle vie aeree) e tonici dell’organismo.

L’infuso è gradevole come un tè e si prepara versando mezzo litro d’acqua bollente in una teiera che contiene due cucchiai rasi di droga. Si lascia riposare per 10 minuti si filtra e si dolcifica a piacere. Si beve lungo la giornata, come una qualunque altra bevanda dissetante. Ma i petali sono talmente buoni che Jean Valnet consigliava di mangiarli anche freschi, pestati e mescolati con un po’ di miele. In uso esterno, l’infuso non dolcificato lenisce il mal di gola, se gargarizzato. Applicato in compresse, calma l’emicrania e disinfetta gli occhi affetti da oftalmie. Giova a chi soffre di afte, piaghe e dermatosi. È, insomma, un piccolo tesoro profumato da custodire in giardino.

Foto copertina: file rilasciato con licenza Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 3.0 Unported .

Potrebbe interessarti anche:


Le Rosacee, alleate della nostra salute, che valgono per cinque

La saponaria, l’erba più elegante e detersivo di altri tempi

Lo scleranto e il mistero della famiglia di appartenenza

Il cerastio, in allegra compagnia di mucche e topi

La sagina: fiore di perla, foglia di baci stregati

L’arenaria, la piccola Cariofillacea che fa la spia

La spergola: l’ultima cena dell’impiccato preistorico

Il fior cuculo, simbolo di creatività e di coraggio

Il gittaione, il bel fiore che avvelena il grano

Cariofillacee: famiglia botanica dei garofani, per combattere la peste

Maura Maffei
Maura Maffei
Maura Maffei è da trent’anni autrice di romanzi storici ambientati in Irlanda, con 17 pubblicazioni all’attivo, in Italia e all’estero: è tra i pochi autori italiani a essere tradotti in gaelico d’Irlanda (“An Fealltóir”, Coisceim, Dublino, 1999). Ha vinto numerosi premi a livello nazionale e internazionale, tra i quali ci tiene a ricordare il primo premio assoluto al 56° Concorso Letterario Internazionale San Domenichino – Città di Massa, con il romanzo “La Sinfonia del Vento” (Parallelo45 Edizioni, Piacenza, 2017) e il primo premio Sezione Romanzo Storico al Rotary Bormio Contea2019, con il romanzo “Quel che abisso tace” (Parallelo45 Edizioni, Piacenza, 2019). È a sua volta attualmente membro della Giuria del Premio Letterario “Lorenzo Alessandri”. Il suo romanzo più recente è “Quel che onda divide” (Parallelo45 Edizioni, Piacenza 2022) che, come il precedente “Quel che abisso tace”, narra ai lettori il dramma degli emigrati italiani nel Regno Unito, dopo la dichiarazione di Mussolini alla Gran Bretagna, e in particolare l’affondamento dell’Arandora Star, avvenuto il 2 luglio 1940, al largo delle coste irlandesi. In questa tragedia morirono da innocenti 446 nostri connazionali internati civili che, purtroppo, a distanza di più di ottant’anni, non sono ancora menzionati sui libri di storia. Ha frequentato il corso di Erboristeria presso la Facoltà di Farmacia di Urbino, conseguendo la massima votazione e la lode. È anche soprano lirico, con un diploma di compimento in Conservatorio. Ama dipingere, ha una vasta collezione di giochi di società e un’altrettanto vasta cineteca. È appassionata di vecchi film di Hollywood, quelli che si giravano tra gli Anni Trenta e gli Anni Sessanta del secolo scorso. Tra i registi di allora, adora Hawks, Leisen e Capra. Mette sempre la famiglia al primo posto, moglie di Paolo dal 1994 e madre di Maria Eloisa.
Logo Radio