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Mi sono sentito in colpa nei confronti dei miei cari perché li ho contagiati e mi sono sentito in colpa nei confronti dei colleghi che si sono fatti carico di sostituirmi- inizia così il suo racconto il Dr Romano Ravazzani, medico di base a Torino, colpito da COVID-19 -. Sì, mi sono sentito in colpa perché ho contagiato tutta la mia famiglia: mia moglie e due dei miei figli.

Mi sono sentito in colpa perché tutti i miei cari sono stati sintomatici e perché mia moglie si è dovuta far carico di loro, di sè stessa e dell’angoscia di sapermi grave in intensiva. Le sue uniche notizie erano una chiamata al giorno dal personale medico che la aggiornava sul fatto che fossi vivo o morto. E ancora mi sono sentito in colpa con i colleghi che hanno dovuto sostituirmi per più di quattro settimane, prendendosi cura dei miei 1500 pazienti in un periodo di massima emergenza, senza lamentarsi, portando avanti il tutto con una professionalità eccellente e non potendo nemmeno contare sull’aiuto nella gestione da parte della mia segretaria perché si trovava in Quarantena.

So bene che non è colpa mia, non è colpa di nessuno. L’ho contratto in un momento in cui l’emergenza era ai massimi livelli, in un momento in cui si sapeva ancora poco, anche di come proteggersi. In un momento in cui non c’erano mascherine. Lo so bene che non è colpa di nessuno, eppure il senso di colpa mi ha accompagnato per tutto il tempo. Mi sono scusato con la mia famiglia appena sono entrato in ospedale perché, anche se non è dipeso dalla mia volontà ho fatto correre un grave rischio a tutti loro.

Si poteva limitare il contagio secondo te?

Evitare no, il virus sarebbe arrivato comunque e comunque avrebbe contagiato. Diciamo che con un’ organizzazione del territorio diversa avrebbe avuto meno impatto. Essenzialmente se fosse stato chiaro da subito, ma così non poteva essere, che si trasmetteva per via aerea e con un indice di contagiosità elevatissimo, il distanziamento sociale sarebbe iniziato prima. Però all’inizio sul territorio non si trovavano mascherine, gel, i dispositivi di protezione più semplici. Eravamo completamente sguarniti pur essendo il primo baluardo, i più esposti. Andavamo avanti comunque.

Io, medico di base colpito da Covid-19: mi sono sentito in colpa. Dispositivi base di protezione
Dispositivi base di protezione individuale

Avevi paura quando visitavi i pazienti?

No, era in un momento In cui pensavamo ancora che fosse una malattia con effetti devastanti prevalentemente su persone anziane con gravi pregresse patologie. Invece non era così. Sono a conoscenza di persone di 50 anni, perfettamente sane, che sono ancora in coma dopo due mesi o che sono decedute.

Quando hai saputo di essere Covid positivo?

Ho saputo di aver visitato 2 pazienti Covid positivi pochi giorni dopo averli visti. La prima puntata febbrile è arrivata nei tempi, cioè sette, otto giorni dopo. Ho avvisato subito. Non mi hanno fatto il tampone. Ho avuto una defervescenza (abbassamento febbre )e subito dopo una ripresa di febbre molto potente. Ho avvisato di nuovo e non mi hanno fatto il tampone. Pur avendo dichiarato di essere medico di base, di aver curato pazienti Covid-19 accertati e di aver sviluppato sintomi nei tempi giusti.

Polmonite bilaterale interstiziale grave

Quando ho iniziato a stare davvero molto molto male mi sono recato insieme a mia moglie al Pronto soccorso dell’ospedale Molinette di Torino. Li ci hanno fatto il tampone e abbiamo saputo nella stessa giornata di essere Covid positivi. Abbiamo fatto entrambi una lastra, dopo di che mia moglie è stata mandata a casa e io invece, dopo un ulteriore accertamento tramite TAC, ho avuto un esito di polmonite bilaterale interstiziale grave.

Sono stato inserito nel reparto Covid-19 e trattato da subito con le cure che in quel momento si stavano standardizzando con idrossiclorochina, antivirali e eparina. Ma continuavo ad aggravarmi. Dopo 5 giorni mi hanno trasferito in terapia intensiva perché non respiravo più. Mi hanno introdotto cortisone ad alto dosaggio, antibiotici e tocilizumab, con ossigeno ad alta pressione c-pap. Che probabilmente hanno determinato la svolta. Oggi hanno variato le cure, perché non ci sono evidenze scientifiche per l’idrossiclorochina.

La tua esperienza di medico ti è servita in quei momenti per capire la gravità della situazione?

Credo che sia questione di atteggiamento mentale. Essendo un medico di base ho un contatto frequente con la morte e ciò mi ha portato ad essere concreto . La morte è un qualcosa che ci accomuna tutti, è una delle poche certezze che abbiamo. Accetto il discorso morte quando sono sicuro che abbiamo fatto tutto quello che si poteva fare. Quando sono finito in terapia intensiva e ho firmato il secondo protocollo sperimentale, ho ricevuto terapie in dosi importantissime.

Ero cosciente del fatto che, come livello di cure, si stesse facendo il massimo. Per cui ho avuto questo atteggiamento razionale e emotivamente abbastanza neutro che mi ha fatto pensare : tutto quello che si può lo stanno facendo, speriamo che vada bene. Ho visto morire persone intorno a me sia in terapia intensiva che successivamente. Ma il mio essere a contatto per lavoro con la morte mi ha aiutato a tenere un giusto equilibrio emotivo

Parliamo dei giorni in terapia intensiva indossando il casco c pap, senza poter avere contatti, leggere, parlare, distrarti, i tuoi pensieri dove erano e quali erano.

Come avviene in tutte le esperienze estremamente impattanti si tende alla rimozione. Pensieri di sicuro, ma non ti saprei dire quali. Non ero depresso e non ero neanche arrabbiato. Vero che tutti noi medici non eravamo pronti, non eravamo protetti, non eravamo preparati, ma l’ho messo nell’ordine delle cose che possono succedere. Perché se è vero che ogni lavoro ha i suoi rischi, il mio è quello di prendermi una malattia. In più consideriamo che un’ epidemia di queste proporzioni sembrava impossibile al nostro livello scientifico. Nel senso che avevamo la presunzione come comunità umana e medica in genere di poter gestire episodi epidémici e che non saremmo mai arrivati a una pestilenza mondiale di questo carattere. Invece è successo e questo ci deve insegnare ad essere umili. Ci ritenevamo capaci di gestire qualsiasi problema e invece questo ci ha riportato al senso del reale.

Quanto sei stato in Ospedale?

Mi hanno ricoverato il 15 marzo anche se stavo male già da giorni, e sono uscito il 1 di aprile

Pronto soccorso ospedale Molinette

Hai mantenuto rapporti con i tuoi “compagni di viaggio”? E di cosa parlavate durante quei momenti così duri?

Ci sono persone che ho conosciuto nel reparto Covid e in terapia subintensiva con cui ci sentiamo spesso. Non so peraltro chi mi sia stato a fianco in intensiva. Non lo vedevo, non riuscivo a parlare, non sapevo nemmeno se fossero uomini o donne. Sotto un casco respiratorio, senza occhiali come una tenda che mi impediva anche una visione nitida, con gli occhi brucianti per l’ossigeno e con accessi venosi e arteriosi aperti in braccia e gambe.

Dopo, in subintensiva, dove la comunicazione tra compagni di stanza era possibile non abbiamo mai parlato del Covid. Eravamo bombardati dalle notizie esterne, dai messaggi che arrivavano, dai notiziari che seguivamo come potevamo. C’era Covid ovunque, in più noi ce l’ avevamo anche…. Abbiamo cercato altri argomenti. Filosofia, economia, letture comuni.

Che cosa è cambiato nella tua vita?

Mi sento quasi in imbarazzo a dirlo, ma è migliorata la qualità. Lavorare solo su prenotazione con i miei pazienti mi permette di gestire meglio tutto. Sia me che loro. Torno a casa a pranzo con la mia famiglia (a parte mia figlia da alcuni anni all’estero) che attualmente è tutta in smart working, sia come lavoro che come università. I tempi non comprimibili di prima, sono stati ora compressi dal Covid e molto più razionalizzati.

Quando hai ripreso il tuo lavoro di medico di base ?

Appena ho avuto l’esito di tampone negativo e certificato di guarigione. Il giorno dopo ero già qui in studio. Mi sono sentito un pesce fuori d’acqua: ero uscito l’ultima volta dall’ambulatorio che le cose erano in un modo e ci sono rientrato che era tutto diverso. Io avevo vissuto il Covid in prima persona ma era come non saperne nulla, proprio nulla dei nuovi protocolli sul territorio, dei nuovi modi di agire. Sono enormemente grato ai miei colleghi che mi hanno aiutato, pur in momenti convulsi anche per loro per avermi prima sostituito e poi riportato in pari con le procedure.

Stetoscopio per medico di base appoggiato sul computer

Non hai mai pensato di abbandonare la medicina di base dopo questa esperienza in cui la tua vita è stata messa in pericolo ?

Mai. E non mi sono sognato neanche di prendermi anche solo 1 giorno di convalescenza dopo che sono stato dichiarato guarito.

Sei diventato donatore di Plasma?

Certo! La cosa particolare è che quando sono andato per la donazione del Plasma su 4 postazioni presenti, nella sala prelievi, eravamo tutti medici. Direi che il virus ci ha colpito molto come categoria.

L’arte ha molto valore per te. Sei circondato e ti circondi di arte, hai fondato l’ “Ambulatorio dell arte” e usi l’ arte come approccio empatico. Durante la malattia hai rivolto pensieri all arte? C’è stato qualche autore o opera che ti sono venuti in mente?

L ‘arte mi è sempre di conforto, avevo il covid e non si parlava di altro, l’arte è stata pura evasione, un respiro di aria fresca in mezzo alla presenza costante e opprimente del virus: sui social, alla TV, sui giornali, alla radio…

Io, medico di base colpito da Covid-19: mi sono sentito in colpa.
Copertina dell ambulatorio dell arte latte di vernice e capsule di medicina

Ho pensato al soffione di Luisa Valentini: un’ Infruttescenza di forma sferica quindi perfetta, che al primo alito di vento si scompone, i semi vanno in giro e danno origine ad altre forme perfette (con il covid si è rotto un equilibrio mondiale, si formeranno necessariamente altri equilibri, speriamo migliori).

Io, medico di base colpito da Covid-19: mi sono sentito in colpa. Sfera di a. pomodoro

Ho pensato alle sfere di Arnaldo Pomodoro: eravamo incapsulati nella sfera perfetta delle nostre certezze, poi arriva questa piccolissima forma vivente a far vacillare il mènage della nostra vita e la nostra superba consapevolezza del sapere scientifico che sembrava metterci certamente al riparo da eventi come le pestilenze del passato. Sotto la superficie perfetta, si cela la complessità, che possiamo cogliere solo parzialmente e ci riserva sorprese, esattamente come accade nelle sfere di Pomodoro“.

Il tempo dell’ intervista è finito. C’è un paziente che arriva nel suo orario prenotato. Il Dr Romano Ravazzani, medico di base, deve visitare. Questa volta protetto.

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Monica Col
Vicedirettore di Zetatielle Magazine e responsabile della sezione Arte. Un lungo passato come cronista de “Il Corriere Rivoli15" e “Luna Nuova”. Ha collaborato alla redazione del “Giornale indipendente di Pianezza", e di vari altri giornali comunali. Premiata in vari concorsi letterari come Piazza Alfieri ( 2018) e Historica ( salone del libro 2019). Cura l’ufficio stampa di Parco Commerciale Dora per la rassegna estiva , del progetto contro la violenza di genere promosso da "Rossoindelebile", e della galleria d’arte “Ambulatorio dell’Arte “. Ha curato l'ufficio stampa e comunicazione del Movimento artistico spontaneo GoArtFactory per tre anni. Collabora sempre come ufficio stampa in determinati eventi del Rotary distretto 2031. Ė Presidente dell 'Associazione di promozione sociale e culturale "Le tre Dimensioni ", che promuove l' arte , la cultura e l'informazione e formazione artistica in collaborazione con le associazioni e istituzioni del territorio. Segue la comunicazione per varie aziende Piemontesi. Dice di sé: “L’arte dello scrivere consiste nel far dimenticare al lettore che ci stiamo servendo di parole. È questo secondo me il significato vero della scrittura. Non parole, ma emozioni. Quando riesci ad arrivare al cuore dei lettori, quando scrivi degli altri ma racconti te stesso, quando racconti il mondo, quando racconti l’uomo. Quando la scrittura non è infilare una parola dietro l’altra in modo armonico, ma creare un’armonia di voci, di sensazioni, di corse attraverso i sentimenti più intensi, attraverso anche la realtà più cruda. Questo per me è il vero significato dello scrivere".