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Smart working: lavorare da casa ha delle ripercussioni sociologiche importanti e genera anche seri cambiamenti al settore del mercato immobiliare.

La pandemia ha generato uno nuovo stile di vita, fatto di nuove abitudini e di comportamenti che oggi sono diventati la quotidianità.

All’estero lo smart working aveva già una sua dimensione consolidata, ma in Italia ancora non era tra gli strumenti più utilizzati dal mondo del lavoro. L’Italia è fatta, o meglio, fino al marzo 2020, era fatta di consuetudini e tradizioni, dal cappuccino al bar, al pranzo di lavoro, dalla passeggiata con i colleghi, all’aperitivo di fine giornata. Un’interazione continua e costante tra collaboratori, colleghi e clientela, ma non è solo questo. L’Italia ha ancora una mentalità tradizionale che vede il lavoro come un luogo fisico da raggiungere, altrimenti, non sembra lavoro.

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Altro elemento fondamentale, la tecnologia e la digitalizzazione. Il nostro è un Paese dove tutti hanno un telefonino, ma pochi sono “tecnologici”. A parte gli acquisti on line, poche sono le persone che si affidano ad app e internet per utilizzare servizi di natura socioassistenziale.

Prendiamo ad esempio la categoria di popolazione più anziana. Non hanno certo la dimestichezza di navigare in internet per prenotare una visita, preferiscono fare ore di coda nello studio medico per farsi prescrivere un farmaco e sono di quelli che ancora vanno in posta per pagare la bolletta della luce.

E’ una questione di mentalità ma anche di innovazione che, ha subìto una forte accelerazione proprio e solo nell’ultimo anno, in condizioni di impellente necessità. A livello informatico la rete dei servizi pubblici nazionali non era affatto pronta ad offrire su piattaforma agli utenti, tutte le richieste e le di carattere sociale, sanitario, economico e previdenziale.

Nell’arco di un anno sono nate app e servizi di carattere pubblico che puntualmente sono andati in tilt, dal’INPS all’Agenzia delle Entrate, dai bonus sociali ai vari cashback.

Un sistema informatico che ha dovuto far fronte in pochi mesi ad un rinnovamento che all’estero era già efficiente da anni.

In ogni caso, piano piano stiamo arrivando ad un assestamento dell’informatizzazione ed al suo conseguente uso da parte dei consumatori.

Alla fiera dell’est…

Lo smart working sta generando un effetto domino inaspettato.

Quasi tutti i dipendenti pubblici sono andati in smart working, nessun servizio allo sportello, pochi su appuntamento e solo se strettamente necessari. L’invito a lavorare da casa è stato fortemente incentivato dal governo stesso anche e soprattutto per le aziende private.

Con la gente che non si reca più fisicamente al lavoro, molte realtà non hanno più ragione di mantenere una logistica. I grandi uffici non sono più necessari ed è sufficiente un ambiente molto più piccolo o, addirittura, lo stesso diventa superfluo.

Prendiamo ad esempio ciò che accade nel settore dei servizi commerciali e finanziari.

Le grandi aziende, dotate di filiali sparse in tutta la città, come le banche per esempio, hanno già provveduto ad eliminare servizi allo sportello e informatizzando il più possibile le operazioni che normalmente venivano effettuate fisicamente. Questo ha fatto si che un numero importante di agenzie sono state chiuse nell’arco dell’anno precedente. Stessa cosa per le finanziarie e le assicurazioni.

I costi di locazione di immobili ad uso ufficio sono sempre stati elevati e poter tagliare una di queste spese dal bilancio è un risparmio importante. Ma cosa comporta?

Comporta che laddove esiste una grande concentrazione di immobili ad uso commerciale, esistono attività satellite che vivono della presenza degli impiegati. Bar, mense, ristoranti, così come negozi in genere. Meno gente negli uffici, meno colazioni, pause pranzo e aperitivi e meno gente che passeggia. Il settore della ristorazione, già ampiamente penalizzato dalle chiusure imposte, oggi vive un’altra pesante conseguenza di questa pandemia.

“Chiuso per Covid, ma non siamo malati”

“Chiuso per Covid, ma non siamo malati”: un cartello, su una saracinesca di un bar, che dice tutto. Questo gestore e la sua azienda hanno chiuso per Covid, ma non perchè si sono ammalati. I debiti derivanti dalla chiusura hanno decretato la sorte di questo esercizio commerciale.

A poco sono serviti i provvedimenti presi dai vari decreti “salvatutto”, fatti di crediti di imposta sugli affitti, per ammortizzare i danni. L’affitto di un locale costa all’esercente e produce reddito al proprietario dei muri e questo meccanismo si è compromesso con la chiusura dei locali.

La ripresa è difficile. Rimontare i debiti ancora di più, tanti locali hanno tirato giù la serranda definitivamente e tanti proprietari dei muri sono costretti a vendere.

Vado a vivere in campagna

Ultimo, ma non certo per importanza, il fatto che molte persone, ora in smart working, che vivevano in città per essere più vicini al lavoro, si stanno spostando nelle periferie, dove i costi degli affitti delle case sono più bassi e l’aria è meno pesante.

Sono in tanti ad essersi trasferiti in città più piccole o nelle campagne, per ammortizzare le spese, ed ora sono tanti i cartelli con scritto “affittasi” o “vendesi” che popolano i muri dei palazzi dei quartieri cittadini.

Un’altra pagina di storia da aggiungere alle tante dell’era Covid.