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Questa è la copertina dell’ultimo numero della rivista The New Yorker del 7 dicembre 2020. Il disegno è di Adrian Tomine ed è intitolata “Love Life”, ama la vita. L’immagine rappresenta in maniera cruda gli artefatti virtuali che interagiscono con la quotidianità durante la pandemia. “In questi tempi strani ci ritroviamo a cercare compagnia in modi altrettanto strani“, afferma l’artista. Adrian Tomine è un attento osservatore dei costumi sociali. In questa copertina ironizza amaramente sulla ricerca sempre più digitale dell’amore.

La copertina “shock” del The New Yorker

Ecco una donna occidentale, non più tanto giovane, alle prese con la routine giornaliera del lockdown: reclusione in casa tra cibo spazzatura, immondizia, sporcizia e aperitivo consumato davanti al computer.

The New Yorker: come il lockdown ha cambiato i nostri modelli di vita
The New Yorker: come il lockdown ha cambiato i nostri modelli di vita

Sembra intenta a chiacchierare con un uomo in videochiamata, attraverso lo schermo di un PC. Ha il telefono in una mano e un cocktail nell’altra. È truccata e vestita con una maglietta elegante. Ma sotto, un paio di pantaloncini sportivi. Le sue gambe non sono depilate. Sul pavimento vediamo sparsi: un sacchetto vuoto di patatine, dei guanti chirurgici, mascherine, disinfettante, attrezzi da ginnastica e pacchi di Amazon, alcuni non aperti. Il lavandino è pieno di piatti sporchi. Nella camera da letto un mucchio di vestiti stipati. Probabilmente si tratta di una donna in carriera che vive in un minuscolo appartamento in affitto. Con lei solo due gatti, psicofarmaci, alcool e tanto caos. Non le aspetta una notte di passione dopo l’appuntamento virtuale, bensì una notte in solitudine.

Progresso o regresso?

Dicembre è il mese del Natale. La rivista The New Yorker non ha mai accolto con entusiasmo questa festività. Le copertine del mese di dicembre sono nella maggior parte provocatorie e ciniche. Per trovare una copertina che più si avvicini al nostro modo di concepire il Natale dobbiamo fare un bel salto a ritroso di 63 anni. Nel dicembre 1957 l’artista dell’epoca aveva ritratto una famiglia: due genitori con i loro figli. Osservano con entusiasmo un bellissimo albero di Natale addobbato. Possiedono una grande casa indipendente. 

The New Yorker: come il lockdown ha cambiato i nostri modelli di vita
The New Yorker: come il lockdown ha cambiato i nostri modelli di vita

Mettete a confronto le due copertine: 1957 e 2020. Stesso giornale, stesso mese, due epoche diverse, due messaggi contrapposti. La visione del mondo occidentale è cambiata, e anche tanto.

La copertina attuale ha fatto molto discutere negli Stati Uniti perché rappresenta la contemporaneità. Inoltre stupisce il fatto che, da come si evince leggendo i commenti sui social, moltissimi giovani si riconoscano nella protagonista dell’immagine.

In questa nuova era le persone sono sempre più de-umanizzate. Vivono una vita da monadi, isolate davanti alla TV o allo schermo di un PC o di uno smartphone. Trascurano la salute e sono dipendenti dalla realtà virtuale. È questo il prezzo che dobbiamo pagare? È questo il futuro che ci aspetta e che tra un po’ verrà a bussarci alla porta? Un’ultima lecita domanda: dal 1957 al 2020 abbiamo fatto progressi o regressi? Bei dilemmi su cui riflettere. 

Il “falso io” delle videochiamate

L’illustrazione evidenzia anche un altro problema. Il caos creato dallo stress da pandemia è senza dubbio preoccupante, ma lo è anche il cercare di nasconderlo. Questo crea un dilemma forse ancora più grande.

Con tutta questa digitalizzazione, lo smart working e la DAD abbiamo inavvertitamente sviluppato un alter ego da utilizzare nelle nostre videochiamate. Un “falso io” che presentiamo a colleghi di lavoro, ai potenziali partner e persino a familiari e amici. Questo “falso io da videochiamata” non rispecchia affatto la nostra realtà interiore e, francamente, nemmeno quella esteriore. È facile proiettare la perfezione in uno schermo digitale da 13 pollici, che non dà una visuale a 360° della vita che stiamo effettivamente conducendo.

La paura di essere se stessi…

Il falso io non è un concetto nuovo. È stato sviluppato dal famoso psicoanalista e psichiatra Donald Winnicott. Questo fenomeno viene descritto prendendo come esempio la doppia personalità che i bambini creano per evitare i traumi o le imprevedibilità del mondo che li circonda.

Non vi suona familiare? Questa pandemia ha accresciuto il nostro impulso a nasconderci dagli altri. Tendiamo a creare una variazione di noi stessi, una versione “igienizzata” come le nostre mani nel momento in cui entriamo in un qualsiasi negozio. Ma ovviamente, mentre pensiamo che ciò ci renderà più accettabili, ci disconnettiamo inconsapevolmente, e sempre di più, dalle persone a cui vogliamo sentirci vicini.

Presentando cronicamente un falso io si inizia a credere che il vero io meriti di essere nascosto. Si inizia persino ad identificarsi con l’io creato. E questo diventa un processo inarrestabile. Jia Tolentino nel suo libro “Trick Mirror: Le illusioni in cui crediamo e quelle che ci raccontiamo” ha affrontato l’argomento e scrive: “Ho sentito dire tante volte che questa epoca ha scelto di essere distrutta. Le persone hanno scelto di compromettersi moralmente per essere funzionali. Ma questa scelta li porterà al naufragio.”

…e la vergogna di soffrire

La copertina del The New Yorker non mostra una persona che lotta con sofferenza per affrontare questo momento difficile. Quello che si vede è una persona che lotta per fingere il contrario, cioè che vada tutto bene, che tutto questo sia assolutamente normale.

Certo, è facile regolare l’altezza dello schermo del computer per nascondere i chili di troppo messi su durante la quarantena. Oppure, è troppo semplice regolare la luce per nascondere le occhiaie causate dall’insonnia o dagli incubi notturni. Un filtro che possa nascondere la depressione e l’angoscia, che tutti stiamo vivendo, non è stato ancora inventato?

Infine, quello che mi ha colpito della copertina è il modo in cui stiamo fondamentalmente vivendo nella nostra stessa sporcizia, soprattutto quella interiore. Ci mostra come siamo bravi a farci belli per gli altri, ma non per noi stessi. La priorità non è prendersi cura di sé, ma prendersi cura della percezione che gli altri hanno di noi. È la solita vecchia retorica di auto-inganno e auto-conservazione.

Quali sono i veri valori?

Ma cosa succede se non abbiamo il lusso di poter presentare un falso io? Un’insegnante di una scuola elementare mi ha riferito che, durante la DAD, i bambini che hanno sempre la videocamera spenta o muta tendenzialmente sono quelli che vivono una quotidianità difficile. Non c’è ragione per convincerli.

La risposta è semplice. Questi bambini non hanno la capacità di fingere serenità. Anche per alcuni adulti è così. In particolare per quelli che vivono in famiglie disagiate in cui vige la violenza. Ecco, anche per loro non esistono filtri che riescano a nascondere l’intollerabile sofferenza fisica e psicologica.

The New Yorker: come il lockdown ha cambiato i nostri modelli di vita

Insomma, non riconosciamo più la nostra vita. Eppure sembra che ci stiamo abituando un po’ troppo a tutto questo. Finiremo per adattarci a qualsiasi cosa perché in fondo “c’è chi sta peggio”, perché in fondo “è solo un periodo”. È facile perdere la routine del non vivere. Non abituiamoci a questo, per amor di Dio, di bellezza, di intelletto, di verità e di vita. Il rettore dello IULM, Gianni Canova, in una sua recente intervista ci ha fatto notare che “per sopravvivere stiamo rinunciando a vivere”. Siamo “tanti corpi sani, lontani uno dall’altro, in una società infetta”.

Cosa resterà di questo 2020?

Il lato positivo di questo 2020 è che ci lascerà con delle certezze assolute, alle quali dovremo aggrapparci con tutta la nostra forza per andare avanti. La famiglia, gli affetti, la socialità e il contatto umano sono i valori più importanti che abbiamo. Senza magia, suoni, abbracci ed allegria, s’avverte solo una pesante e fastidiosa malinconia. 

Questo è il primo Natale in cui mi è capitato di pensare ai Natali passati e a quelli che verranno, disorientata nel presente. Se davvero il Natale è rinascita, accogliamo a braccia aperte questa nuova vita che arde di speranza.

La pandemia ci dà anche un’ottima opportunità, che purtroppo non tutti coglieranno. Bisogna impegnarsi, ora più che mai, ad essere più gentili e comprensivi gli uni con gli altri, perché non abbiamo proprio idea di cosa si celi nel vero io di una persona, dietro l’obiettivo di una webcam…