TIM sotto accusa per call center abusivi: colossale multa del Garante Privacy

Per anni il telemarketing ha promesso una cosa semplice: mettere in contatto aziende e persone. Una linea diretta, almeno sulla carta, tra chi offre un servizio e chi potrebbe averne bisogno. Nel tempo, però, quella linea si è riempita di zone grigie e si è trasformata in un enorme quantità di chiamate indesiderate: numeri difficili da identificare, operatori che cambiano rapidamente, catene commerciali dove capire chi abbia davvero raccolto un dato personale diventa quasi un esercizio investigativo, e dove il confine tra contatto commerciale, uso improprio delle informazioni personali e tentativi di raggiro diventa sempre più sottile.

Oggi è diventato un settore inflazionato e da utile strumento di marketing si è trasformato in un fastidioso appuntamento quotidiano che gli utenti non sopportano più. Una situazione che avrebbe quasi il sapore di una commedia burocratica, se non coinvolgesse ogni giorno milioni di persone e soprattutto i loro dati personali. La telefonata commerciale, nata come strumento per avvicinare aziende e consumatori, negli anni ha assunto un ruolo più controverso. Da una parte rappresenta un canale ancora utilizzato dalle imprese per proporre servizi e offerte, dall’altra è diventata per molti cittadini un appuntamento poco gradito con numeri sconosciuti, formule preconfezionate e richieste di conferma su informazioni che nessuno ricorda di aver fornito.

La vicenda che riguarda TIM racconta proprio questo cortocircuito.

Perchè Tim ha ricevuto una multa colossale?

Il Garante per la protezione dei dati personali ha sanzionato la società con una multa da 9 milioni e 516 mila euro dopo aver accertato una serie di violazioni nella gestione del telemarketing collegato alla rete commerciale dell’azienda.

Sotto la lente dell’Autorità è finito l’operato di alcuni call-center abusivi che effettuano chiamate promozionali per conto della società, avvalendosi di numerazioni estranee alla rete di vendita ufficiale, per raccogliere illecitamente i dati personali degli utenti, convinti invece di dialogare con un agente autorizzato TIM.

Il punto centrale della vicenda riguarda il percorso seguito dai dati personali: da dove arrivano, chi li utilizza e quali controlli accompagnano il loro passaggio lungo una catena commerciale sempre più articolata. Perché oggi una chiamata promozionale raramente nasce da un singolo operatore seduto davanti a un telefono. Dietro ci sono agenzie, piattaforme digitali, partner esterni e sistemi automatici che trasformano un semplice numero in un’opportunità commerciale.

Ma se sono call center abusivi, cosa c’entra TIM?

Che cosa ha scoperto il Garante nel sistema di chiamate legate a TIM?

Gli accertamenti dell’Autorità hanno ricostruito un meccanismo basato su contatti telefonici effettuati attraverso numerazioni estranee alla rete ufficiale di vendita oppure alterate tramite la tecnica dello spoofing. Questo sistema permette di modificare il numero visualizzato sul telefono del destinatario, creando una rappresentazione diversa rispetto alla reale origine della chiamata.

In pratica, l’utente vede un numero apparentemente affidabile mentre dall’altra parte c’è un soggetto che opera fuori dai canali autorizzati.

Secondo il Garante, il fenomeno ha coinvolto anche persone iscritte al Registro pubblico delle opposizioni, lo strumento pensato per limitare le chiamate commerciali indesiderate.

Nel corso del 2025 sono arrivate circa 7.000 segnalazioni e reclami relativi a telefonate promozionali effettuate per conto di TIM attraverso modalità ritenute irregolari.

Nello specifico, gli accertamenti istruttori e le attività ispettive hanno permesso al Garante di mettere in luce lo schema illecito con cui le agenzie operavano:

  • •          ricezione di chiamate indesiderate su utenze regolarmente iscritte al RPO da parte di operatori telefonici che, camuffando il numero chiamante (spoofing), propongono l’attivazione di offerte o servizi TIM;
  • •          invio ai clienti interessati, tramite SMS, di un link ipertestuale collegato a una pagina web di un partner ufficiale della rete di vendita TIM, contenente un modulo che l’utente è invitato a compilare per formulare un’autonoma richiesta di ricontatto (cosiddetta “Lead”);
  • •          successivo ricontatto dell’interessato – sulla base della richiesta (fittizia) generata tramite il web – da parte del call center, questa volta mediante una numerazione regolarmente iscritta al ROC, al fine di generare un flusso telefonico apparentemente lecito e un processo di contrattualizzazione formalmente regolare.

Come funzionava il meccanismo delle false richieste di ricontatto?

La parte più complessa dell’indagine riguarda il sistema utilizzato per trasformare un contatto iniziale irregolare in una procedura commerciale apparentemente ordinaria. Il meccanismo prevedeva diversi passaggi, studiati per creare una continuità tra la prima telefonata e la successiva fase di vendita.

In buona sostanza funzionava così: il primo contatto arrivava attraverso operatori che proponevano offerte o servizi TIM utilizzando numerazioni non riconducibili ai canali ufficiali oppure camuffate. Dopo la conversazione telefonica, l’utente riceveva un messaggio con un link che rimandava a una pagina web collegata a un partner commerciale. Attraverso il modulo presente sul sito, il cliente poteva lasciare i propri dati per essere richiamato.

Nel linguaggio del marketing questa operazione genera una “lead”, cioè un contatto commerciale potenzialmente interessato a un servizio ed è legale, ma l’illecito rilevato dal Garante riguarda però l’origine di quella richiesta. Secondo la ricostruzione del Garante, il problema nasce dal fatto che quella richiesta poteva derivare da un percorso avviato attraverso una chiamata non autorizzata. Il risultato è un processo commerciale formalmente ordinato nelle fasi successive, ma costruito a partire da un primo passaggio considerato illecito e se il primo contatto nasce da una chiamata effettuata senza una base valida, anche il passaggio successivo diventa problematico.

Perché il problema riguarda tutta la filiera commerciale e non solo chi telefona?

Uno degli aspetti più rilevanti della vicenda riguarda la responsabilità delle grandi aziende quando affidano attività commerciali a soggetti esterni.

Nel settore delle telecomunicazioni la rete di vendita può essere molto ampia: partner, agenzie e call center collaborano per raggiungere potenziali clienti e gestire campagne promozionali. Questa struttura permette di lavorare su grandi numeri, ma rende anche più complesso il controllo di ogni singolo passaggio.

Il Garante ha ribadito un principio fondamentale: un’azienda che affida il trattamento dei dati personali a soggetti collegati alla propria attività deve verificare concretamente il loro operato. La presenza di accordi contrattuali o l’adesione a codici di condotta non esclude la necessità di controlli continui.

È una questione che riguarda molte realtà del mercato, perché il rapporto con il cliente spesso passa attraverso una lunga catena di intermediari e ogni anello di questa catena aggiunge strumenti, procedure e persone coinvolte ed è proprio per questo che la responsabilità non può essere imputabile solo all’ultimo operatore che effettua la chiamata.

E TIM sta all’origine di questa catena.

Ma c’è di più.

Perché esercitare il diritto alla privacy può diventare così complicato?

La sanzione riguarda anche la gestione delle richieste presentate dagli utenti per esercitare i propri diritti. La normativa sulla protezione dei dati offre strumenti importanti: ogni persona può chiedere informazioni sull’utilizzo dei propri dati, domandarne la cancellazione oppure opporsi alle comunicazioni commerciali.

Secondo il Garante, TIM avrebbe mostrato criticità nella gestione di queste richieste, con risposte tardive o procedure poco efficaci. L’Autorità ha inoltre evidenziato problemi nei sistemi di disiscrizione dalle comunicazioni promozionali, in alcuni casi considerati complessi o non funzionanti.

E a poco sono valse le blande giustificazioni di TIM. Per il Garante, la legge è chiara: l’adesione a un codice di condotta non esonera il titolare del trattamento dall’obbligo di vigilare sull’operato dei propri partner e di verificare l’effettiva applicazione delle misure di protezione dei dati lungo l’intera filiera del telemarketing.

È uno degli aspetti più delicati del rapporto tra aziende e consumatori e troppo spesso dimentichiamo che la privacy passa per quei dettagli apparentemente piccoli, come un link che non funziona, una procedura difficile da trovare o una richiesta che resta senza risposta.

Nel mondo digitale siamo abituati alla velocità: acquistiamo con un clic, attiviamo servizi in pochi minuti, riceviamo conferme immediate. Quando, però, arriva il momento di chiedere la cancellazione dei propri dati, il percorso può diventare più tortuoso. Ed è proprio questa distanza tra semplicità dell’acquisizione e difficoltà della gestione successiva che si crea quella zona grigia nel rapporto tra aziende e utenti.

Che cosa dovrà cambiare per TIM e per il settore del telemarketing?

Oltre alla sanzione economica, il provvedimento del Garante impone una serie di interventi correttivi.

In sintesi, TIM dovrà rivedere le procedure legate alla generazione delle lead, rafforzare i controlli sulla rete commerciale e migliorare i sistemi dedicati alla gestione delle richieste degli utenti.

L’obiettivo è rendere più trasparente l’intero percorso che porta una persona a ricevere una proposta commerciale. Ogni fase dovrà essere verificabile: dalla raccolta del contatto alla chiamata, fino all’eventuale conclusione di un contratto.

La vicenda rappresenta un precedente importante per tutto il settore. Il telemarketing continua a essere uno strumento utilizzato dalle aziende, ma il suo futuro dipenderà dalla capacità di costruire un rapporto più equilibrato con i consumatori. La quantità di chiamate effettuate non può essere l’unico parametro di successo. Conta anche la qualità del rapporto creato con chi riceve quella comunicazione.

La sfida riguarda soprattutto la fiducia. Un cliente può accettare una proposta commerciale, valutare un’offerta o cambiare servizio, purché abbia la certezza di sapere chi lo sta contattando e perché. Quando questa chiarezza viene meno, anche la migliore strategia di marketing rischia di trasformarsi in un boomerang.

Il telemarketing può ancora essere uno strumento efficace?

La domanda finale riguarda il futuro di un settore che da anni cerca un equilibrio difficile. Le aziende hanno bisogno di comunicare con i clienti e il telefono resta uno strumento diretto e immediato. Allo stesso tempo, gli utenti chiedono maggiore controllo sulle proprie informazioni e maggiore trasparenza nei contatti ricevuti.

La tecnologia permette analisi precise, campagne personalizzate e comunicazioni mirate, ma proprio per questo aumenta la responsabilità di chi gestisce quei sistemi.

Il futuro del telemarketing probabilmente passerà da una trasformazione culturale prima ancora che tecnologica che dovrà necessariamente introdurre controlli più rigorosi, procedure più semplici e una maggiore attenzione alla qualità del contatto.

Il caso TIM richiama l’attenzione su un principio che riguarda tutto il mercato: la relazione commerciale nasce dalla fiducia. Senza quella componente, anche una proposta interessante rischia di essere percepita come un’interruzione indesiderata.

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Tina Rossi
Tina Rossi
(a.k.a. Fulvia Andreatta) Editrice del Magazine. Giornalista, speaker radiofonica, attualmente co-conduttrice del programma "Sempre più in Zetatielle" su RID96.8FM Una, nessuna e centomila, il suo motto è “è meglio fingersi acrobati, che sentirsi dei nani” Dice di sé:” Per attimi rimango sospeso nel vuoto, giuro qualche volta mi sento perduto, io mi fido solo del mio strano istinto, non mi ha mai tradito, non mi sento vinto, volo sul trapezio rischiando ogni giorno, eroe per un minuto e poi...bestia ritorno...poi ancora sul trapezio ad inventare un amore magari...è solo invenzione, per non lasciarsi morire...”
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