La dorella, che si coltiva in Europa da più di tre millenni
La dorella appartiene alla famiglia botanica delle Crucifere ma da sempre è stata una fedele compagna del lino. Qualcuno potrebbe definirla una malerba che si è infiltrata in coltivazioni più preziose e utili. Man mano che in Europa si diffondeva la coltura del lino, ecco che tra i semi da piantare comparivano spesso pure quelli di dorella. Tanto da diventare oggetto di una produzione indipendente e alternativa.
I suoi semi oleosi sono stati ritrovati in siti archeologici neolitici, in Svizzera (Auvernier). In Ungheria, compaiono in scavi risalenti all’Età della Pietra, mentre in Danimarca i ritrovamenti risalgono all’Età del Ferro. In Grecia era comune ovunque si coltivasse l’olivo già dall’Età del Bronzo. Il suo nome latino, Camelina sativa Crantz, ha nel genere Camelina un’origine greca, che possiamo tradurre come “lino nano”. L’aggettivo sativa, che qualifica la specie, ci indica invece che si tratta di pianta coltivata sin dagli albori della storia dell’uomo.


Usi curiosi di una pianta da olio
La coltivazione di dorella era diffusa in buona parte d’Europa sino al secolo scorso, poi soppiantata da quella di specie più redditizie come girasole o colza. Ma con quale scopo? Le sue fibre robuste e rigide non sono assolutamente paragonabili a quelle del lino, tuttavia erano impiegate nella produzione di spazzole e pennelli. Dai semi, soprattutto, si ricavava un olio commestibile pregiato.
Nel XVII secolo, il medico ed erborista inglese Nicholas Culpeper non esitò infatti a definirlo “di poco inferiore a quello delle olive”. Inoltre, essendo anche abbondante, s’impiegava come combustibile per le lampade e come cosmetico per pelli secche. Nelle Isole Britanniche, in particolare in Irlanda, i semi costituivano un nutriente mangime per gli uccelli da allevare in gabbia.


Il Lino del Leprecauno e l’Oro del Piacere
Il nome gaelico della dorella è Líon an abhaic che possiamo tradurre come “lino del nano”. In realtà, il riferimento è ai dispettosi e goliardici folletti irlandesi detti leprecauni. Quindi sarebbe meglio intenderlo come “lino del leprecauno”. In inglese, gli è stata affibbiata l’insolita denominazione di Gold of Pleasure, ossia “oro del piacere”.
Questo perché nell’Isola di Smeraldo, dove era soprattutto coltivato in Ulster, nella Contea di Fermanagh, era considerato un pessimo investimento piantarne i semi. Non c’entra dunque il colore dorato dei suoi fiori, bensì il fatto che seminare dorella era come spendere oro per i propri vizi. Perché ciò che s’investe in vani piaceri, non dà mai frutti onesti.


La dorella sta tornando di moda
A dispetto dei decenni passati, in cui questa specie è stata piuttosto trascurata, oggi si ritorna a coltivarla. I motivi sono vari e ne possiamo individuare essenzialmente tre. Per prima cosa, i suoi semi restano un valido mangime per gli uccellini da compagnia e per i volatili allevati in gabbia. Inoltre, l’olio da essi ricavato è simile per composizione all’ottimo olio di fegato di merluzzo, con l’ulteriore beneficio di essere del tutto vegetale. Di conseguenza, viene richiesto da chi ha optato per una dieta vegetariana o vegana.
Infine è attualmente studiato come biocarburante per jet. La Marina degli USA, ad esempio, lo ha scelto da testare come materia prima di biocarburante per l’aviazione. In effetti, l’olio di dorella potrebbe essere molto utile perché riduce le emissioni di carbonio di circa l’80%.


Un piccolo ritratto botanico
La dorella è una pianta annuale eretta e pressoché glabra. È specie coltivata ma si trova in modo sporadico in terreni gerbidi o con detriti e presso campi di altre coltivazioni (mais o lino, soprattutto). Il fusto, che s’innalza sino a 60 centimetri, ramifica spesso nella parte superiore. Le foglie alterne sono atipiche, per la famiglia delle Crucifere, perché sono lanceolate, molto strette e sessili, tanto da abbracciare lo stelo.
Al contrario, i numerosi e piccoli fiori gialli, riuniti in spighe apicali, non molto dense, hanno i 4 petali disposti a croce, caratteristici per le Crucifere. Essi sbocciano in primavera, tra aprile e giugno. La siliqua è anch’essa particolare perché ricorda nella forma una piccola pera rovesciata e sormontata da un corto becco, che imbiondisce a maturazione. I semi che contiene sono piccini, ovali e marroni. Per riconoscere la dorella in natura occorre senz’altro ricorrere all’uso delle chiavi botaniche, soprattutto perché si tratta di specie poco diffusa.


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L’olio di dorella, prezioso per la nostra salute
Il già citato Nicholas Culpeper consigliava di assumere semi di dorella per espellere i calcoli renali. Ed è indubbio che la droga medicinale sia da individuare nei semi oleosi. Essi, infatti, contengono un’alta percentuale di acidi grassi Omega3 (fino al 45%), Omega6 e altri acidi grassi polinsaturi. Troviamo, inoltre, acido alfalinoleico, tocoferoli, acido erucico e molta vitamina E.
L’olio estratto a freddo (per non compromettere i principi attivi) si può usare come olio da tavola, anche perché ha un piacevole sapore di mandorla. Ha un buon potere antiossidante, aiuta a prevenire il rischio cardiovascolare, diminuisce il colesterolo LDL e migliora i livelli di trigliceridi. Senza mai sospendere le cure in corso, è un’opportunità in più per la nostra alimentazione e per la nostra salute. Siamo davvero molto lieti, a questo punto, che la dorella sia tornata di moda.


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