La famiglia nel bosco: chi si chiede cosa passa nella testa dei tre bambini? Perchè allontanano la madre e perchè è possibile un trasferimento dei minori?
La vicenda conosciuta come quella della “famiglia nel bosco” continua a sollevare interrogativi complessi. Perché non riguarda soltanto una famiglia, tre bambini e due genitori, ma tocca temi molto più ampi: il rapporto tra libertà familiare e tutela dei minori, il ruolo delle istituzioni nella tutela dei minori, il confine tra scelta di vita e condizioni considerate adeguate o meno dall’opinione pubblica.
Negli ultimi mesi la storia di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion è uscita dal contesto locale non solo per diventare un caso nazionale, ma per divenire un vero caso da studio.
La nuova ordinanza: allontanamento della madre dalla struttura e la probabilità di trasferimento dei bambini
Al momento i loro tre figli, due gemelli di sette anni e una bambina di otto, si trovano attualmente in una casa-famiglia a Vasto. Inizialmente la madre era stata autorizzata a restare con loro nella struttura, ma la recente decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila – che tanto turba l’opinione pubblica e non solo – ha cambiato questa situazione che, quantomeno, garantiva un minimo di stabilità emotiva alla famiglia in attesa di chiarire la complessa situazione.
L’ultima ordinanza ha disposto che i bambini vengano trasferiti e che restino separati anche dalla madre. Una scelta maturata sulla base di relazioni provenienti dalla struttura di accoglienza stessa, che descrivono un rapporto sempre più teso tra la madre e il personale educativo, una tensione che nel tempo avrebbe avuto effetti anche sul comportamento dei bambini che pare siano pure divenuti aggressivi verso gli altri ospiti.
Ma è già da tempo che il caso ha assunto dimensioni che superano ogni singola decisione giudiziaria. I mezzi di informazione e di social network hanno trasformato la storia in una discussione collettiva, che ha progressivamente coinvolto anche la politica, su cosa significhi crescere dei figli e su quale debba essere il ruolo dello Stato, sia nell’educazione che nella tutela dei minori.
Perché la madre è stata allontanata dalla casa-famiglia
Per comprendere che cosa abbia portato il tribunale ad una tale decisione è necessario osservare ciò che emerge dalle relazioni della casa-famiglia e dai documenti giudiziari, per lo meno, quello che è stato messo a disposizione della stampa.
Nei primi mesi della permanenza nella struttura, Catherine Birmingham viveva insieme ai figli nello stesso contesto protetto. Il personale educativo seguiva i bambini nel loro percorso quotidiano, cercando di costruire una routine stabile dopo l’allontanamento dall’abitazione di famiglia.
Con il passare del tempo, secondo quanto riportato nelle relazioni inviate al tribunale, il rapporto tra la madre e le educatrici si sarebbe progressivamente deteriorato. Il personale avrebbe segnalato atteggiamenti considerati ostili e poco collaborativi, soprattutto rispetto alle indicazioni del servizio sociale e della tutrice nominata per i minori.
Le relazioni descrivono diversi episodi in cui la madre avrebbe contestato apertamente il lavoro delle educatrici davanti ai figli, mettendo in dubbio la loro autorevolezza. Questo comportamento, secondo gli operatori, avrebbe avuto conseguenze anche sul modo in cui i bambini si relazionavano con il personale della struttura.
In alcuni momenti i bambini avrebbero interrotto il dialogo con gli educatori, arrivando a utilizzare espressioni offensive. Le relazioni riportano che in più occasioni avrebbero definito le educatrici “cattive persone”, una formula che la madre stessa avrebbe pronunciato davanti a loro.
La tensione cresce
Un episodio descritto nelle relazioni riguarda un momento di forte tensione. I bambini avrebbero rotto alcune persiane per ricavarne bastoni da lanciare contro il personale della struttura. L’episodio avrebbe provocato piccoli ferimenti a un’educatrice e avrebbe creato una situazione di rischio anche per altri minori presenti nella casa-famiglia.
Secondo quanto riportato dagli operatori, la madre non sarebbe intervenuta per fermare i figli e avrebbe attribuito la responsabilità dell’accaduto al comportamento del personale.
Il deterioramento dei rapporti emerge anche da altri episodi segnalati nella documentazione. I bambini avrebbero, infatti, iniziato a compiere gesti distruttivi all’interno degli spazi comuni: vasi rovesciati, muri scarabocchiati, rubinetti lasciati aperti, oggetti spostati o danneggiati. Questi comportamenti venivano interpretati dalla madre come una manifestazione del disagio legato alla permanenza nella struttura.
Un ulteriore elemento riguarda il rispetto delle regole interne. In un’occasione la madre avrebbe rifiutato di rientrare nell’appartamento assegnato e avrebbe insistito per dormire nella stanza dei figli, nonostante le disposizioni della struttura prevedessero una diversa organizzazione degli spazi.
Gli operatori hanno inoltre segnalato difficoltà nel proteggere i bambini dall’esposizione mediatica. La casa-famiglia chiedeva che gli incontri con il padre e con altri parenti avvenissero in zone non visibili dall’esterno, per evitare riprese e fotografie. Secondo le relazioni, questa indicazione non sempre sarebbe stata rispettata.
Alla luce di queste segnalazioni, il tribunale ha ritenuto che la permanenza della madre nella stessa struttura potesse aumentare ulteriormente la tensione e compromettere il lavoro educativo svolto con i bambini. Da qui la decisione di disporre la separazione.
La figura del padre e il ruolo di mediazione
Nel quadro descritto dalle relazioni emerge anche un altro elemento: il ruolo del padre nella vicenda.
Nathan Trevallion ha continuato a incontrare i figli durante visite periodiche nella struttura. Secondo quanto riportato nella relazione, questi momenti si sarebbero sempre svolti in un clima sereno e avrebbero rappresentato per i bambini occasioni di tranquillità.
Gli operatori avrebbero anche osservato che durante le visite i bambini mostravano entusiasmo e disponibilità al dialogo. Proprio per questo motivo hanno aumenta to le visite settimanali del padre.
In alcuni passaggi delle relazioni viene descritto Trevallion come una figura capace di mediare tra le diverse posizioni. Un episodio citato nei documenti riguarda la vaccinazione dei bambini e le rassicurazioni fornite dal padre alla madre che avrebbero facilitato l’accordo necessario per procedere.
La presenza di questo ruolo di mediazione apre interrogativi su come si evolverà il rapporto tra i genitori e i servizi sociali nei prossimi mesi.
La questione della casa nel bosco e dello stile di vita
Il caso, ricorderete, è nato diversi mesi fa, quando le autorità hanno deciso l’allontanamento dei bambini dalla casa in cui vivevano con i genitori. La famiglia aveva infatti scelto di abitare isolata in una piccola casa di campagna nei boschi sopra Palmoli, in provincia di Chieti, ma l’abitazione presentava alcune caratteristiche considerate problematiche dai servizi sociali, tra le quali l’assenza di un bagno interno e alcune altre criticità delle strutture che dovrebbero – secondo gli standard attuali – garantire una vita salubre.
Un altro aspetto critico riguardava il percorso educativo dei bambini. Le autorità avevano avviato accertamenti anche per valutare il livello di apprendimento e lo sviluppo emotivo dei minori, in quanto i genitori avevano deciso di seguire una forma di istruzione autonoma, simile all’home-schooling.
La relazione di una dei professionisti coinvolti, una neuropsichiatria infantile della ASL, ha rilevato che alcune competenze scolastiche risultavano al di sotto delle attese per quella fascia, e ha ricondotto questa situazione alla mancata scolarizzazione formale. La stessa relazione ha però evidenziato anche elementi positivi nella dimensione emotiva e relazionale dei bambini, descrivendo in questo ambito una sostanziale adeguatezza agli standard attesi.
Insomma, alcuni elementi indicano criticità, altri suggeriscono la presenza di legami familiari significativi e qualitativamente positivi, in un quadro articolato che rende il “caso” decisamente complesso.
Le parole della premier Giorgia Meloni
Nelle settimane, l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica ha portato la vicenda ad assumere anche una dimensione politica. Diversi esponenti istituzionali sono intervenuti nel dibattito pubblico, tra questi anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che – in risposta all’ultimo provvedimento del tribunale dei minori – ha espresso la propria posizione ricorrendo ad un messaggio via social.
Le sue parole sono entrate direttamente nel cuore della discussione raccontando però una presa di posizione più da mamma, e lo comprendiamo, che da Premier, e questo facciamo più fatica a scusarlo.
“Il compito dei Tribunali per i Minorenni è quello di tutelare i bambini e gli adolescenti di fronte ai casi di maltrattamento, abuso o abbandono, agendo nel superiore interesse del minore. E dove sarebbe il superiore interesse del minore, quando dei bambini vengono allontanati dal padre, poi dalla madre, per stare mesi e mesi in una casa-famiglia, sempre più soli, perché i giudici del Tribunale dei Minorenni non condividono lo stile di vita della famiglia? Non è compito della giustizia, e dello Stato in generale, sostituirsi ai genitori, decidere come vadano educati i figli, imporre uno stile di vita fondato su standard che sono chiaramente ideologici. Perché i figli non sono dello Stato: i figli sono delle mamme e dei papà, e uno Stato che pretenda di sostituirsi a loro ha dimenticato i suoi limiti. Una magistratura che pretenda di sostituirsi a loro ha dimenticato i suoi limiti.”
Un messaggio, chiaro, forte e decisamente critico nei confronti delle istituzioni, con un pathos che ha portato il caso al centro di un confronto che non coinvolge più solo la “famiglia nel bosco”.
Il rapporto tra Stato e famiglia
La vicenda della famiglia nel bosco solleva numerosi interrogativi, non solo di ordine pratico ma anche filosofico e morale, perché ci obbliga a riflettere sul ruolo dello Stato, sulla sua effettiva capacità di intervento, sulla reale efficacia di tali azioni e soprattutto sui limiti che deve avere l’azione pubblica di fronte a situazioni dubbie riguardanti le condizioni di vita dei minori.
Qual è il momento, il punto, il limite esatto secondo il quale una scelta familiare diventa motivo di intervento dei servizi sociali? E soprattutto, in quali situazioni lo Stato deve intervenire per garantire il benessere dei bambini, e se del caso, come? In quali casi, invece, sarebbe più opportuno o doveroso rispettare il diritto dei genitori di organizzare la vita e l’educazione dei propri figli, secondo le proprie convinzioni personali?
Per rispondere andrebbe, innanzitutto, affrontata una questione semantica, tanto delicata quanto centrale, che riguarda il significato effettivo dell’espressione “interesse del minore”, poiché nei tribunali per i minorenni questa formula rappresenta il principio guida di ogni decisione.
La sua approssimazione linguistica e, soprattutto, concettuale ne rende, tuttavia, l’applicazione pratica molto complessa, con esiti spesso differenti e disomogenei anche in condizioni simili o similari.
L’interesse del minore
L’ampia libertà interpretativa del significante “interesse del minore” può rendere – a seconda delle innumerevoli variabili e circostanze che contribuiscono a determinarne il significato – la definizione di questo concetto giuridico indeterminato, estremamente complessa anche per avvocati e magistrati benché, questi ultimi, a differenza di noi “opinione pubblica”, siano pienamente informati sui fatti e sulle relazioni di medici e di altri professionisti coinvolti.
Ma allora noi, profani della legge e solo parzialmente informati, dovremmo astenerci da qualsiasi giudizio, in quanto guidati esclusivamente dalla nostra sensibilità e dal buon senso?
No, perché nel caso della “famiglia nel bosco”, le informazioni a disposizione dell’opinione pubblica sono davvero molte ed i fattori in gioco piuttosto chiari: le condizioni materiali dell’abitazione, il percorso educativo dei bambini, la stabilità del contesto familiare, il rapporto con i servizi sociali, il contenzioso con la magistratura, e così via.
O forse sono troppi gli elementi per esprimere un parere legittimo, anche senza alcuna ambizione di fondatezza o valenza legale? Quello che è certo è che ognuno di noi ha una sensibilità e un buon senso che lo porta inevitabilmente ad avere un’opinione e, dato che molti di noi sono anche genitori, non possiamo restare indifferenti a questa dolorosa vicenda e non possiamo non esprimere perplessità sull’operato dei magistrati, pur considerando esclusivamente l’impatto della separazione dai genitori sulla futura stabilità emotiva e psicologica dei bambini.
Una separazione che inciderà profondamente su tale stabilità, lasciando cicatrici che, molto probabilmente, saranno più profonde di quelle derivanti da una cattiva educazione, dalla scarsa socialità o da un’infanzia segnata da privazioni e mancanza di comodità moderne.
La vita alternativa come scelta familiare
Sono tanti gli elementi di questa vicenda che colpiscono, ma la vera discriminate rimane la scelta di vivere in una casa isolata con l’adozione consapevole di uno stile di vita molto lontano da modelli urbani e dai canoni istituzionalizzati, sebbene non rappresenti una novità nella recente cronaca europea.
Infatti, negli ultimi decenni sono diverse le famiglie che hanno deciso di sperimentare scelte di vita più semplici, autonome e maggiormente in armonia con la natura, alcune scegliendo l’autoproduzione, altre adottando modelli educativi alternativi.
Ma allora, quando una famiglia compie una scelta di questo genere, quali criteri devono guidare le valutazioni delle istituzioni sulla congruità di tali scelte rispetto al diritto di tutti a una vita dignitosa e sana? Come distinguere il confine tra libertà di scelta e condizioni di disagio sociale? E quali parametri devono essere considerati per stabilire se certe scelte di vita siano o meno adeguate alla crescita dei minori?
Perché poi la domanda successiva è chiedersi se l’attuale stile di vita occidentale sia davvero salutare per i nostri figli… ma ne abbiamo già parlato in un altro articolo (Il caso della famiglia che vive nel bosco: vittima o carnefice?)
Il peso della dimensione mediatica
Un altro aspetto rilevante in questa vicenda riguarda il ruolo dei media.
Quando una storia familiare entra nel circuito dell’informazione nazionale, la pressione pubblica cresce rapidamente. Le immagini, le ricostruzioni, i dibattiti si moltiplicano e le opinioni si sprecano. Così ogni decisione istituzionale è oggetto di osservazione e interpretazione da parte di milioni di persone, ed il contesto si modifica così come cambia il modo in cui l’intera vicenda viene percepita, ed una vicenda che normalmente si sarebbe consumata nel silenzio di freddi procedimenti burocratici e giudiziari diviene invece oggetto di discussione e mobilitazione collettiva.
Il clamore attorno alla vicenda diventa al contempo motivo di forza e di debolezza per tutti gli attori coinvolti, e la stessa presenza di giornalisti e telecamere, ad esempio davanti alla casa-famiglia, si trasforma in uno degli elementi di maggiore disturbo e disagio tra quelli segnalati dagli operatori. Così si torna ad invocare la necessità di proteggere i bambini dall’esposizione mediatica ed il rapporto tra diritto di cronaca e violazione della sfera personale, diventa una questione più che concreta.
Già: quale spazio dovrebbe avere la dimensione mediatica quando sono coinvolti dei minori?
Il futuro dei tre bambini
Al centro di ogni riflessione deve comunque restare il benessere dei tre bambini, dato che le decisioni prese dai magistrati nelle aule dei tribunali, dai servizi sociali presso la casa nel bosco e dai medici nelle strutture di accoglienza, non hanno solamente un forte impatto sulla loro vita quotidiana e sul loro benessere attuale, ma impatteranno significativamente sul loro futuro.
Perché noi gente comune, genitori o non genitori, ci chiediamo come quei tre bimbi stiano vivendo questo periodo di separazione? Quali emozioni stiano attraversando le loro anime mentre il loro futuro familiare è in mano a giudici, operatori sociali e opinione pubblica?
Che tracce lascerà il tempo trascorso nella casa-famiglia? Perché anche senza essere edotti su tutti gli elementi fattuali della vicenda e anche senza essere professionisti dei servizi sociali, medici psicologi, educatori o giudici, sappiamo che la continuità affettiva, la stabilità delle relazioni e la serenità dell’ambiente sono fattori decisivi anche nello sviluppo psicologico nell’età infantile.
E sebbene il percorso avviato dalle istituzioni miri a valutare quale soluzione possa garantire queste condizioni, nel lungo periodo alle volte tutto questo dibattere sembra essere più dannoso che utile, perché schierato e mai oggettivo.
“È colpa mia”
Nel racconto pubblico di questa vicenda si discute di tribunali, di servizi sociali, di modelli educativi, di diritti dei genitori e di limiti dello Stato. Si parla della casa nel bosco, delle condizioni dell’abitazione, della scuola, delle decisioni dei giudici. C’è chi sottolinea la libertà di crescere nella natura, chi insiste sull’importanza della scolarizzazione, chi stigmatizza il comportamento della madre nella casa-famiglia.
In mezzo a tutte queste analisi manca quasi sempre il punto più semplice e allo stesso tempo più importante: cosa sta succedendo nella testa di quei tre bambini.
Quando un bambino vede i propri genitori soffrire, quando percepisce tensione tra gli adulti, quando la famiglia si spezza o entra in conflitto, il suo primo pensiero non è complesso e non si perde in ragionamenti articolati sulle responsabilità degli adulti, sulle scelte educative o sulle decisioni di un tribunale. Il pensiero è uno solo, immediato, diretto.
È colpa mia.
È un pensiero molto comune, come ci insegna la psicologia infantile, un pensiero che costruiscono da soli perché non possiedono ancora gli strumenti per leggere dinamiche che appartengono al mondo degli adulti. Davanti alla sofferenza dei genitori cercano una spiegazione semplice, e quella spiegazione finisce spesso per coincidere con loro stessi, perché tutto il loro mondo è egoriferito, almeno fino a una certa età.
Nella storia della famiglia nel bosco da questo punto di vista, sembra che tutti, genitori compresi, abbiano perso di vista questo importante elemento di riflessione.
Tre bambini di età inferiore a dieci anni, sono stati portati via dalla casa in cui vivevano con la loro madre e il loro padre. Hanno visto arrivare operatori, assistenti sociali, giudici. Hanno sentito adulti discutere della loro vita, del loro futuro, del modo in cui venivano educati e hanno lasciato la loro casa, i loro spazi, la loro quotidianità.
Poi hanno visto la loro madre soffrire. Hanno visto la tensione con le educatrici, hanno percepito il conflitto con le istituzioni, hanno respirato un clima di frustrazione e rabbia. Hanno visto anche il padre muoversi tra visite, incontri e tentativi di mediazione.
In questa prospettiva cambia anche il modo di leggere alcuni comportamenti descritti nelle relazioni della struttura. La rabbia, i gesti distruttivi, le difficoltà nel rapporto con gli educatori possono rappresentare molte cose, ma possono essere reazioni alla frustrazione, al cambiamento, alla perdita di punti di riferimento.
Possono anche essere il modo in cui un bambino prova a dare forma a un’emozione troppo grande per essere spiegata a parole.
Un bambino non analizza tutto questo come farebbe un adulto. Un bambino osserva le emozioni e se vede la madre stare male, vede il padre in difficoltà, sente che qualcosa nella famiglia si è rotto.
E dentro di sé arriva a una conclusione semplice: “se mamma soffre e papà soffre, è colpa mia”.
In questo momento, però, è difficile pensare che per quei tre bambini il problema centrale sia il cavallo lasciato nella campagna o la possibilità di giocare nel bosco. È difficile immaginare che stiano soffrendo perché devono tirare l’acqua ogni volta che vanno in bagno o perché devono fare un vaccino.
Se davvero questa dinamica è presente nella loro esperienza emotiva, allora il punto centrale della vicenda assume un significato ancora più delicato. Non riguarda soltanto dove vivranno questi bambini o quale percorso educativo seguiranno nei prossimi mesi.
Il centro della loro esperienza emotiva è un altro. Il peso enorme di sentirsi, in qualche modo, responsabili di ciò che sta accadendo.
Quel pensiero può diventare gigantesco nella mente di un bambino. Un senso di colpa che cresce in silenzio. Un’idea che si rafforza ogni volta che vede un adulto soffrire, ogni volta che percepisce tensione, ogni volta che sente parlare della propria situazione e che, oltre a segnare la sua crescita, ne determinerà inevitabilmente il comportamento da adulto.
Il rischio è che quei tre bambini stiano vivendo il momento più difficile della loro vita con la convinzione di essere la causa del dolore dei loro genitori.
Questo è il punto che raramente emerge nelle discussioni pubbliche ed è probabilmente la questione più importante di tutti, perché mentre gli adulti discutono, analizzano e prendono decisioni, tre bambini stanno attraversando un momento che potrebbe segnare profondamente il loro modo di guardare alle future relazioni con il prossimo, alla famiglia e persino a sé stessi.
Un caso che continuerà ad interrogare e dividere la società
Analizzando la vicenda al di fuori delle inevitabili emozioni di genitore, qualsiasi critica all’operato dei magistrati dovrebbe essere avanzata con la necessaria prudenza. È difficile pensare che, consapevoli dell’attenzione mediatica e del clima dell’opinione pubblica, a loro poco favorevole, abbiano intrapreso questa strada senza ritenere di agire nel solco del diritto e nella convinzione di applicare quanto la legge impone loro di fare.
Se questa donna è stata allontanata dai figli, è plausibile che vi siano motivazioni giuridiche e valutazioni tecniche che l’opinione pubblica non conosce.
Tuttavia, l’interrogativo dirimente la questione resta aperto, su questo caso così come su molti altri che restano sconosciuti alle masse ma che ogni giorno intervengo a cercare di risolvere o calmierare il disagio sociale ed a tutelare il diritto dei minori: che cosa è davvero più dannoso per questi bambini?
Rimanere all’interno del sistema di regole intransigenti e di aperta ostilità con le scelte del resto del mondo imposto dalla madre ed al quale sono già abituati ed all’interno del quale hanno trovato (così come il padre), almeno in apparenza, un equilibrio emotivo?
Oppure è giusto esportare il “sistema” (così come fanno gli statunitensi con la democrazia) fottendosene dei danni e delle vittime che questa “giusta” battaglia comporta?
Dividi et impera
La storia della famiglia nel bosco non si esaurirà con l’ultima decisione del tribunale né con l’eventuale ricongiungimento familiare, sia perchè Il percorso sarà ancora lungo e complesso e sia perché potrebbe portare a sviluppi inattesi anche all’interno della famiglia stessa.
La strategia della magistratura di isolare la madre – il dittatore cattivo – è forse tesa ad incrinare il fronte – sinora compatto – della famiglia? Forse si sta supportando l’emancipazione degli oppressi puntando a facilitare una spontanea ribellione e conquista dell’indipendenza di tutti i soggetti oppressi dalla “strega cattiva”?
La vicenda della “famiglia nel bosco” probabilmente continuerà a dividere l’opinione pubblica e non solo perché il suo esito è ancora incerto, ma perché tocca questioni profonde: il confine tra libertà individuale e responsabilità genitoriale, il ruolo dello Stato nella vita privata e, soprattutto, il significato concreto di quell’espressione tanto evocata quanto difficile da definire che è “l’interesse del minore”.
Domande che non riguardano soltanto la “casa nel bosco”, ma la nostra idea stessa di famiglia, di comunità e di convivenza civile.
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