La graziella, a dispetto del fiore delicato, è un potente veleno
La graziella ha un leggiadro nome di donna e un fiore bianco di poetica delicatezza. Peccato che bastino 10 gocce della sua tintura madre per provocare un serio avvelenamento! Eppure, per secoli, è stata considerata un’efficace medicina, somministrata ai pazienti spesso con esito infausto.
Ha tutte le caratteristiche botaniche della famiglia delle Scrofulariacee e principi attivi simili a quelli di un’altra temibile Scrofulariacea, che è la digitale. Ma entrambe le specie sono state di recente ricollocate nella famiglia delle Plantaginacee, in cui ci sono le droghe emollienti e antiinfiammatorie per eccellenza. In altre parole: come piazzare due terribili lupi in un gregge di mansuete pecorelle!


Il rimedio dei poveri, per grazia di Dio
Il suo nome latino è rimasto, per fortuna, Gratiola officinalis L., e ci rivela diverse caratteristiche di quest’erba. Il genere Gratiola deriva dall’espressione latina Gratia Dei, ossia “per grazia di Dio”. Ma non imputate a Dio di averla donata agli uomini come alleata per la salute. Dio non c’entra affatto! No, qui il significato è più sottile e riguarda la cura caritatevole dei poveri, che non possono pagarsi medici e medicine. Non a caso, in alcune regioni italiane è anche chiamata erba del pover’uomo.
Nel Medioevo e nel Rinascimento, la graziella era considerata una sorta di panacea universale, in grado di curare tutti i malanni. E per questo l’aggettivo che qualifica la specie è officinalis, tipico delle piante di più antico uso fitoterapico. In più era abbondante, perché è diffusa nel bacino del Mediterraneo e in particolare in zone umide e paludose. In Italia, è sempre stata frequente, ad esempio, lungo gli argini del fiume Po. Di conseguenza, ce n’era a sufficienza per curare tutti i poveri che non avrebbero potuto permettersi farmaci più cari. Se poi morivano avvelenati, pazienza, era colpa della cattiva sorte: il dottore, in coscienza, con la graziella era sicuro di aver tentato il tutto per tutto.


L’issopo delle siepi, in Irlanda
Lo stesso avveniva in Irlanda, dove la graziella è specie autoctona, da brughiere e torbiere, sebbene ormai rara, tanto da non avere un suo nome gaelico. Vessati dalle gravose tasse britanniche, i contadini la usavano come diuretico e purgante perché non costava nulla.
Era considerata efficace come il ben diverso issopo, pianta che nella Sacra Scrittura purifica e risana. La graziella, al contrario, avvelena ma in entrambe le Isole Britanniche fu definita Hedge-hyssop, ossia l’issopo delle siepi, l’issopo che si coglie ai margini delle torbiere.


Breve descrizione botanica della graziella
Si tratta di una pianta acquatica, erbacea e perenne, glabra in ogni sua parte, con radice a rizoma orizzontale, che striscia, e fusto eretto. Le foglie lanceolate, dal margine un poco dentellato, sono sessili, lisce e opposte. Presentano da 3 a 5 nervature evidenti. I fiori sbocciano da aprile a luglio e sono zigomorfi, con un unico asse di simmetria, com’è peculiare per le Scrofulariacee. Sono solitari, peduncolati, posti all’ascella delle foglie. Hanno il calice rinforzato da un paio di importanti brattee.
La corolla bianca, a volte sfumata di rosa o di violetto, è imbutiforme, bilabiata ma con labbra meno distinte che in altre specie della stessa famiglia. Quello superiore ha un solo lobo piuttosto grande, che può essere bifido o comunque smarginato. Il labbro inferiore, invece, presenta 3 lobi uguali. Il frutto è una capsula, forma identificativa per le Scrofulariacee. È ovale, bivalve, leggermente appuntita. Contiene numerosi semi rugosi, davvero piccini. Per riconoscere la graziella in natura, occorre sempre utilizzare lo strumento indispensabile delle chiavi botaniche, senza far riferimento a fotografie più o meno artistiche.


Un veleno da evitare!
La graziella è specie velenosa perché in ogni sua parte contiene graziotossina (glucoside attivo), insieme con graziogenina, graziolina e grazioligenina (glucosidi inattivi). In più ci sono sostanze che rendono il suo sapore amarissimo, davvero disgustoso. La droga utilizzata nei secoli passati era costituita dalle sommità fiorite.
Serviva per i problemi cardiaci, avendo un’azione cardiocinetica simile a quella della digitale. Ed essendo un diuretico di drastica efficacia, si impiegava anche in caso di idropisia e ascite. Infine aveva attività revulsiva sulle pareti intestinali, come purgante. Ma l’ingestione di graziella richiede la lavanda gastrica, quindi sottolineiamo ancora una volta che è un veleno assolutamente da evitare.


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