Social sotto accusa: chi educa davvero i nostri figli?

Siamo arrivati a un momento, nella storia delle società, in cui la tecnologia smette di essere vista come una promessa e finisce sul banco degli imputati, perché non è più solo un semplice strumento in supporto alla nostra attività, ma si sta sostituendo a ruoli e istituzioni tanto da diventare oggetto di giudizio morale, politico, giuridico. È esattamente ciò che sta accadendo oggi ai social network.

Ma è davvero così?

E’ così semplice la spiegazione o stiamo nascondendo la testa sotto la sabbia?

Le recenti sentenze americane contro Meta e Google segnano una frattura che potrebbe rivelarsi epocale: per la prima volta, un tribunale riconosce esplicitamente che l’uso di queste piattaforme può causare danni psicologici e che tali danni meritano un risarcimento. Nel caso simbolo, una giovane donna ha ottenuto milioni di dollari dopo che una giuria ha stabilito che Instagram e YouTube hanno contribuito in modo sostanziale alla sua depressione, ansia e disturbi della percezione corporea, quando era solo una giovane studente minorenne, che si sono protratti anche in età adulta.

La responsabilità non è stata individuata tanto nei contenuti quanto nella proposta degli stessi: lo scorrimento infinito, l’autoplay, gli algoritmi capaci di adattarsi in tempo reale ai comportamenti dell’utente, creando una continuità che rende difficile interrompere l’esperienza. Meccanismi che non possono più essere considerati semplicemente funzionali, ma che iniziano a essere letti come elementi attivi nella costruzione di una dipendenza.

E qui nasce la domanda che dovrebbe inquietarci tutti:

quando una tecnologia diventa responsabile dei nostri comportamenti?

Molti osservatori hanno evocato un parallelo con l’industria del tabacco, richiamando alla memoria un momento storico in cui si prese coscienza del fatto che certi effetti non erano marginali, bensì strutturali. Il confronto, tuttavia, non può assurgere il paragone, perché nel caso dei social ci si trova di fronte a qualcosa di più pervasivo e meno delimitabile. Pur tanto si tratti di un prodotto che si consuma, il web, e nello specifico i social, è un ambiente che si abita quotidianamente, un luogo in cui pratichiamo le più comuni attività come acquistare e vendere, reperire informazioni, ma è anche il luogo in cui si intrecciano relazioni, percezioni di sé, dinamiche di riconoscimento sociale.

Le sentenze americane introducono un cambio di paradigma sottile ma potentissimo, perché spostano il focus dal contenuto al contenitore, cioè da ciò che viene pubblicato al modo in cui viene mostrato, organizzato e reso attraente. Peggio ancora, si sposta dal garante, supervisore della sicurezza, al produttore che offre un servizio in base alla comune legge di domanda e offerta.

Questo passaggio apre interrogativi che vanno ben oltre il caso specifico e toccano il rapporto tra libertà individuale, responsabilità genitoriale e architettura tecnologica.

Se un sistema è progettato per massimizzare l’attenzione, fino a che punto è legittimo attribuirgli una responsabilità sugli effetti che produce?

Allo stesso tempo, quanto spazio resta alla capacità individuale di scelta?

La questione diventa ancora più delicata quando riguarda gli adolescenti che, nel racconto pubblico, vengono spesso descritti come soggetti esposti e vulnerabili. È una rappresentazione che coglie un aspetto reale, ma che rischia di appiattire la complessità del fenomeno. I ragazzi non si limitano a subire i social: li abitano, li modellano, li usano per costruire identità e relazioni, inserendosi in dinamiche che esistevano già prima dell’avvento delle piattaforme, ma che oggi trovano una forma amplificata e continua.

Da qui emergono altre domande, forse ancora più scomode:

può esistere una dipendenza senza una domanda che la sostenga? Può un algoritmo funzionare senza intercettare bisogni profondi, come il desiderio di riconoscimento e appartenenza?

Il rischio, in questa fase del dibattito, è quello di ridurre tutto a una contrapposizione semplice, in cui da una parte si collocano le piattaforme e dall’altra gli utenti, con una linea di responsabilità tracciata in modo netto. La realtà è molto meno lineare. Gli algoritmi non creano bisogni dal nulla, li intercettano, li organizzano, li rendono più intensi e costanti, inserendoli in una struttura che li alimenta.

In questo scenario, c’è un elemento che resta spesso sullo sfondo e che invece meriterebbe di essere riportato al centro della riflessione: l’educazione parentale. Le vicende giudiziarie pongono interrogativi importanti sulle responsabilità delle aziende, ma non esauriscono il quadro. Resta aperta una questione che riguarda la quotidianità delle famiglie e il modo in cui la tecnologia viene introdotta e gestita all’interno degli spazi domestici.

Come si è arrivati al punto in cui bambini molto piccoli possono accedere a piattaforme progettate per trattenere l’attenzione senza una mediazione e un controllo costante?

In quale momento l’uso dello smartphone o del tablet è diventato un’abitudine automatica, non discussa, spesso utilizzata per colmare tempi morti o per semplificare la gestione della vita familiare? Quale tipo di accompagnamento viene offerto durante la crescita digitale, in un contesto in cui la distinzione tra online e offline appare sempre più sfumata?

Sono domande che non trovano facilmente risposta, anche perché chiamano in causa trasformazioni profonde del ruolo genitoriale. Negli ultimi anni si è assistito a un progressivo spostamento verso modelli educativi più negoziali, meno centrati sull’autorità e più sulla relazione, mentre la tecnologia ha assunto una presenza pervasiva, entrando nella quotidianità con una rapidità che spesso ha superato la capacità di elaborazione critica.

In molti casi, gli strumenti digitali hanno finito per occupare spazi che un tempo erano gestiti diversamente, diventando una risorsa per intrattenere, per calmare, per riempire momenti di attesa e superare la noia, sentimento sacro per la crescita di un bambino, perché lo forgia e lo stimola nella creatività.

In questo modo, senza una vera intenzionalità educativa, si è creata una familiarità precoce con ambienti digitali che richiederebbero invece competenze e consapevolezze più mature.

Attribuire tutta la responsabilità alle piattaforme rischia di offrire una comoda risposta ma parziale, perché consente di individuare un soggetto esterno su cui concentrare l’attenzione, lasciando in ombra la natura più ampia del fenomeno, assolvendo legalmente le coscienze salvandole dai sensi di colpa ma non dalla meschinità.

Le aziende progettano sistemi orientati a massimizzare il tempo di permanenza e gli utenti li utilizzano con livelli diversi di consapevolezza, consapevolezza che non può essere ancora matura nei bambini e negli adolescenti e le famiglie si confrontano con difficoltà nuove e spesso sottovalutate, mentre le istituzioni intervengono in ritardo rispetto alla velocità dei cambiamenti.

Le sentenze americane colpiscono uno di questi livelli e introducono un principio importante, quello secondo cui la struttura delle piattaforme e l’organizzazione dei contenuti e, di conseguenza, l’offerta commerciale, non possono essere considerate neutre. Allo stesso tempo, non risolvono il problema nel suo complesso, perché la questione riguarda anche il modo in cui la società accompagna i più giovani nella costruzione del proprio rapporto con questi strumenti.

Educare nell’era digitale significa affrontare una sfida che non si limita alla gestione del tempo trascorso davanti allo schermo, ma riguarda la formazione di uno sguardo critico. Significa aiutare a distinguere tra rappresentazione e realtà, a riconoscere i meccanismi che regolano la visibilità dei contenuti, a costruire un senso di sé che non dipenda esclusivamente dal riscontro esterno. È un processo che richiede presenza, continuità, capacità di comprensione, elementi che non possono essere delegati né alla tecnologia né al diritto, ma che trovano da sempre le loro fondamenta nella funzione della famiglia, intesa come ambiente primordiale di crescita e sviluppo dei valori.

Resta allora una domanda, forse la più difficile, quella che nessuna sentenza può sciogliere:

chi sta davvero educando i nostri figli oggi?

Le decisioni dei tribunali americani aprono una strada e segnano un limite, ma il cuore della questione resta altrove, dentro le relazioni quotidiane e nella qualità dell’attenzione che gli adulti sono in grado di offrire. Se questo spazio si riduce, qualsiasi ambiente, digitale o meno, tende inevitabilmente a riempirlo.

Ed è proprio su questo terreno che si gioca la partita decisiva.

Le cronache italiane di questi giorni raccontano un episodio che scuote ancora una volta l’immaginario collettivo perché investe aspetti profondi delle nostre relazioni sociali e del rapporto tra giovani e tecnologia. Uno studente minorenne di ha accoltellato la sua professoressa davanti all’ingresso di una scuola superiore nella provincia di Bergamo, azione compiuta in modo lucido e ripresa con uno smartphone per essere diffusa in diretta sui social, accompagnata da post e da messaggi che documentano una preparazione e una deliberazione inquietanti per la sua età.

Il ragazzo indossava una maglietta con la parola “Vendetta” e ha scritto in un post che non poteva essere perseguito penalmente perché, in Italia, l’età minima per la responsabilità penale è fissata a quattordici anni; quindi, “poteva fare quello che aveva sempre voluto fare”, aggiungendo con le sue parole una lucidità e una consapevolezza del contesto giuridico che hanno lasciato molti sbigottiti. Il video dell’aggressione, diffuso su un canale Telegram, ora è parte integrante delle indagini aperte dalla procura minorile e si aggiunge a una serie di atti di violenza che in poco tempo hanno colpito scuole e comunità educative in varie regioni italiane.

“V” come vendetta, o “V” come vittima?

Il mondo digitale che ha consentito la diffusione immediata di quell’atto non è un semplice “paesaggio tecnologico” all’interno del quale tutto accade. È lo spazio in cui si articolano nuove forme di espressione dell’io, strumenti di rappresentazione di sé e di altre persone, piattaforme in cui confluiscono identità, bisogni inconsci ed espliciti, conflitti interiori e tensioni sociali. Quando un atto così grave viene filmato e condiviso, diventa un messaggio, una performance digitale con pubblico potenziale vastissimo, un elemento di narrazione collettiva che va oltre l’intento originario dell’autore e si inserisce nei circuiti delle conversazioni globali.

Quanto di quel video, dei post e del linguaggio usato riflette una maturità “innaturale” per l’età del singolo, e quanto invece è il frutto di modelli narrativi appresi, interiorizzati e riprodotti perché già presenti nei filoni più dark della cultura del web, è una questione che non si può liquidare con semplificazioni, oltretutto se consideriamo che non riguarda solo il web ma pregnante in tutti canali culturali della società occidentale, dalla televisione al cinema, passando per la musica.

Dobbiamo chiederci: in che modo certi linguaggi, certi immaginari e certi incentivi alla spettacolarizzazione del dolore e della violenza entrano nella vita emotiva e psicologica dei nostri figli?

Non siamo di fronte a un vuoto: i social network, i gruppi di messaggistica, le comunità online non sono spazi neutri, sono campi di socializzazione, di apprendimento e di riconoscimento simbolico. In essi si formano e si deformano immagini di sé, si esercitano capacità di empatia o di dissociazione e si costruiscono narrazioni che possono legittimare atteggiamenti aggressivi, nichilisti o autodistruttivi.

È significativo che il gesto sia stato documentato e diffuso in tempo reale: ciò non solo moltiplica l’impatto mediatico dell’atto, ma consegna alle piattaforme e ai loro algoritmi una nuova materialità — immagini, commenti, condivisioni — che entreranno nella memoria collettiva digitale.

In questa dinamica la responsabilità sociale dei media è un nodo centrale. I social non “spingono” automaticamente qualcuno a compiere atti estremi, ma possono contribuire a creare contesti in cui determinate espressioni e immagini trovano legittimazione, diffondono modelli di comportamento, amplificano narrazioni che non sempre sono in grado di essere contestualizzate criticamente da utenti in età evolutiva. In buona sostanza, è l’evoluzione del modello tradizionale delle “cattive compagnie”, quando non esistevano i social.

Voglio essere visto ma non spiato

La diffusione dello spettacolo della violenza, il premio implicito dato dall’essere visti, seguiti, commentati, può agire su menti fragili o insicure come una forma di rinforzo perverso. È questa relazione tra pubblico, visibilità e riconoscimento sociale che rende la questione così complessa: non è la tecnologia in sé a essere responsabile, ma il modo in cui certi meccanismi di visibilità riproducono, intensificano e legittimano contenuti e atteggiamenti che nella vita offline sarebbero irrilevanti o marginali.

Da qui si innesta un altro tema estremamente delicato: la privacy e la capacità di autodeterminazione digitale di un bambino di tredici anni.

In Italia la legge prevede che la responsabilità penale inizi a quattordici anni, il che significa che per il legislatore un tredicenne non può essere imputato come un adulto. Questo limite giuridico, tuttavia, non elimina la possibilità che lo stesso bambino possa essere considerato in grado di formare consapevolezza sui propri atti e di giudicare le conseguenze delle proprie scelte online.

La privacy digitale diventa un terreno ambiguo:

fino a che punto deve essere invocata per proteggere un minore che dichiara con assoluta lucidità le sue intenzioni violente e le pubblica su una piattaforma?

Il diritto alla riservatezza è uno strumento di tutela, ma non può trasformarsi in un alibi che impedisce alle famiglie, alle scuole e alla società di comprendere e prevenire comportamenti potenzialmente distruttivi. L’idea che lo smartphone sia colui che “conosce” davvero nostro figlio — i suoi desideri, le sue paure, le sue relazioni — è emersa con forza dai commenti di molti che si sono interrogati sulla vicenda: spesso i genitori, per scelta, non hanno accesso diretto a ciò che accade nei mondi digitali dei loro figli, mentre le piattaforme algoritmiche raccolgono ogni dato, ogni preferenza, ogni segnale comportamentale con precisione estrema, creando profili che in molti casi sono più dettagliati di quelli che il genitore potrebbe mai costruire.

È un paradosso: il dispositivo digitale ci promette connessione e conoscenza, ma nella realtà separa e rende opache dinamiche interiori che diventano visibili solo quando è troppo tardi.

Un tempo era più semplice individuare e comprendere se i figli avevano frequentazioni pericolose perché i linguaggi, i comportamenti e persino l’abbigliamento erano marker distintivi codificabili.

Il modello sociale proposto oggi è invece uguale per tutti, omologando gusti e tendenze che accomunano gli adolescenti e, al di là del quartiere, città o paese, vivono tutti nello stesso ambiente digitale.

In tutto questo, la questione della diffamazione, della reputazione e della costruzione social dell’identità non può essere trascurata. Quando immagini, parole e atti vengono portati in pubblico attraverso canali digitali, essi fanno parte di una memoria collettiva che non si spegne con la fine del post o del video. Chi è ripreso, chi è nominato, chi è coinvolto — vittime, autori, testimoni — entra in una narrativa permanente, facilmente accessibile, impossibile da cancellare. E mentre ci interroghiamo sul ruolo dei social come strumenti di visibilità e riconoscimento, ignoriamo troppo spesso quanto questa stessa logica possa trasformarsi in strumento di stereotipi, diffamazioni, giudizi sommari, mobbing digitale e linciaggio mediatico.

Chi deve educare i figli?

La costruzione di una reputazione digitale è un processo fragile, influenzato da like, condivisioni, commenti, da dinamiche che non sempre rispondono a criteri di verità, responsabilità o empatia.

È qui che la responsabilità sociale dei genitori torna a essere centrale. Se la scuola, la tecnologia e le istituzioni esterne non sono sufficienti da sole a prevenire fenomeni di questo tipo, allora è nella dimensione familiare che va posta grande attenzione.

Non si tratta semplicemente di controllare, di monitorare, di limitare l’uso degli strumenti digitali, ma di accompagnare, di dialogare, di comprendere i contenuti che i nostri figli consumano e producono, e di cogliere le narrazioni che li attraversano. Molte famiglie oggi si trovano in difficoltà nel comprendere l’universo digitale dei propri figli perché gli stessi figli vivono relazioni sociali, bisogni emotivi che sono fortemente contaminati dall’influenza delle dinamiche dei social e che sono incompatibili con la realtà “reale” e la virtuosità del vivere questa “realtà” reale.

Chiedersi dove siano i genitori non è uno slogan accusatorio, è piuttosto una domanda che solleva un nodo educativo: quanto siamo preparati ad affrontare conversazioni su cosa significa essere visibili, su cosa comporta condividere determinate immagini, su quali responsabilità comporta la partecipazione a comunità digitali?

Quale percezione e quale consapevolezza hanno gli adulti di oggi sul mondo virtuale proposto dal web?

Molto probabilmente, la differenza sostanziale risiede proprio nel contesto e nel motivo per cui un adulto usa i social: spesso come vetrina della propria vita, esibendo un’immagine spensierata e rassicurante, come se bastasse mostrare momenti felici per definire sé stessi agli occhi degli altri. I ragazzi, invece, sembrano muoversi con consapevolezza più acuta, conoscono mondi nascosti, canali meno visibili, contenuti estremi che riflettono curiosità, sperimentazione o ricerca di sensazioni forti: mondi agli antipodi dei motivi che spingono i loro genitori a postare foto di vacanze o sorrisi perfetti, mondi in cui si costruiscono competenze digitali informali e, talvolta, si incontrano pericoli che gli adulti nemmeno immaginano.

Questa differenza non è solo quantitativa, ma profondamente qualitativa.

I ragazzi smanettano sul web con abilità sorprendenti, conoscono scorciatoie, community nascoste, canali e contenuti che spesso sfuggono completamente alla percezione dei genitori. Mentre un adulto cerca un film d’azione, una commedia leggera o un Legal thriller per la sua serata sul divano, il ragazzo, nella sua cameretta, esplora territori che l’adulto nemmeno considererebbe: immagini scioccanti, contenuti macabri o violenti, video estremi che rispondono a una curiosità che non è morbosa di per sé, ma è parte di un processo di sperimentazione identitaria e di comprensione del mondo ai margini delle regole sociali conosciute.

È come se esistessero due universi paralleli: uno filtrato, ordinato, rassicurante, e uno più oscuro, dinamico, crudele, dove l’apprendimento non è più mediato dalla prudenza o dall’esperienza adulta, ma dalla curiosità, dall’audacia e dalla capacità tecnica di navigare tra codici e percorsi nascosti.

In questo scenario diventa evidente che la semplice supervisione da parte degli adulti non basta: non si tratta di sorvegliare ogni clic o di imporre regole rigide, ma di comprendere che il web dei ragazzi è popolato da stimoli, narrativi e visivi, che spesso confliggono con il senso comune dei genitori. Il rischio non è solo l’esposizione a contenuti potenzialmente traumatici, ma il fatto che questi spazi definiscono modelli di pensiero, linguaggi, norme di comportamento e riferimenti morali completamente diversi da quelli della vita offline.

La vera casa dei figli

Questo divario tra adulti e ragazzi evidenzia un paradosso inquietante: i genitori spesso non sanno cosa davvero i loro figli stiano guardando, mentre i figli conoscono con precisione i territori più remoti e nascosti del web, possono anticipare tendenze, manipolare contenuti e dialogare con linguaggi che gli adulti non riescono neanche immaginare. Non è questione di capacità tecnica pura, ma di familiarità culturale con un ecosistema che cresce e muta più rapidamente della comprensione adulta. I ragazzi imparano sul campo, sperimentano, testano i limiti, spesso costruendo competenze digitali superiori a quelle dei genitori, ma espongono sé stessi a rischi che l’adulto, inconsapevole, ignora.

In questo senso, il web diventa uno specchio deformante: non riflette una realtà, ma addirittura la crea perché amplifica impulsi, curiosità e paure, creando percorsi e comportamenti che possono essere inediti, estremi e difficili da gestire.

Gli adulti continuano a vivere i social come vetrine della propria esistenza, strumenti di immagine, mentre i ragazzi ne esplorano la profondità, confrontandosi con mondi che sfuggono alle categorie tradizionali di sicurezza, morale o convenzione. Comprendere questa differenza non è solo un esercizio intellettuale, ma un’urgenza educativa: è lì che si gioca la capacità dei genitori e della società di proteggere, guidare e sostenere le nuove generazioni senza illudersi di poter controllare ogni percorso, ogni immagine, ogni esperienza.

Cosa siamo disposti a fare?

In fin dei conti, la tragedia degli ultimi episodi non è soltanto la violenza in sé, ma la normalizzazione della spettacolarizzazione, l’idea che esporre la propria vita (o la propria azione violenta) al giudizio pubblico possa essere una forma di espressione, di rivendicazione di sé, di ricatto simbolico. Le piattaforme digitali non hanno inventato questo desiderio di visibilità, perché questo desiderio è intrinseco delle società complesse, ma lo hanno potenziato in maniera esponenziale, rendendo immediata e globale ogni azione che abbia un contenuto emotivo forte. In uno scenario simile, l’educazione non è un optional ma, al contrario, un’attività centrale per costruire senso critico e per sviluppare autodisciplina.

La responsabilità sociale dei media digitali, così come la responsabilità educativa delle famiglie e delle istituzioni, non può essere ridotta a un elenco di regole o a una retorica difensiva. È una sfida culturale, un impegno collettivo che comporta interrogarsi continuamente su quali modelli stiamo trasmettendo, su quali valori vengono proposti, su come possiamo accompagnare i nostri giovani in un mondo in cui la linea tra reale e digitale è sempre più sottile.

Se non siamo disposti a fare queste riflessioni, se continuiamo a cercare categorie semplici per spiegare fenomeni complessi, rischiamo di perdere di vista ciò che davvero conta: la capacità di ascoltare, comprendere, dialogare e accompagnare. Ed è su questo terreno che si dovrebbe concentrare ogni elemento della nostra società, in primis proprio quello fondante, la famiglia e solo a seguire la scuola e le istituzioni, per riportare le nuove generazioni a vivere nel mondo reale e non a rifugiarsi nel nulla cosmico del web.

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Tina Rossi
Tina Rossi
(a.k.a. Fulvia Andreatta) Editrice. Una, nessuna e centomila, il suo motto è “è meglio fingersi acrobati, che sentirsi dei nani” Dice di sé:” Per attimi rimango sospeso nel vuoto,giuro qualche volta mi sento perduto, io mi fido solo del mio strano istinto, non mi ha mai tradito, non mi sento vinto, volo sul trapezio rischiando ogni giorno, eroe per un minuto e poi...bestia ritorno...poi ancora sul trapezio ad inventare un amore magari...è solo invenzione, per non lasciarsi morire...”
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