Guccini, De André e i “guardiani” della cultura: quell’ingiustificato complesso di superiorità, soprattutto culturale che non fa bene alla musica
Nei giorni scorsi due episodi hanno riportato alla ribalta un tema datato, ma allo stesso tempo sorprendentemente attuale: l’idea che certi artisti, certe canzoni e persino alcuni pezzi della cultura italiana appartengano politicamente a qualcuno. Una sorta di esclusiva intellettuale che, soprattutto a sinistra, sembra trasformarsi talvolta nella convinzione di poter stabilire chi abbia il diritto di amare, ascoltare o celebrare determinati artisti. Insomma, un ingiustificato complesso di superiorità, soprattutto culturale.
È un tema sul quale avevo già scritto ai tempi della vicenda che coinvolse Francesco De Gregori ed Erri De Luca. E oggi, a distanza di qualche mese, sembra quasi necessario tornarci. Il primo episodio riguarda Francesco Guccini, scomparso nei giorni scorsi a 86 anni. La sua morte è stata giustamente salutata da un Paese intero, da destra e da sinistra, perché Guccini, prima ancora di essere un uomo con le proprie idee politiche, è stato un pezzo enorme della cultura italiana. Un artista capace di attraversare generazioni, ideologie e appartenenze. Eppure, anche davanti alla morte, non è mancata la polemica. Una polemica, francamente, paradossale.
Guccini era socialista.
Non è mai stato comunista, come ha ricordato lui stesso in più occasioni, e nel corso della sua vita ha mantenuto un rapporto con la politica certamente riconducibile alla sinistra, ma mai riducibile semplicemente a una tessera o a un’appartenenza. Nel 2014, per esempio, spiegò di aver scelto personalmente Igor Taruffi, candidato di Sel, proprio perché credeva nella persona più che nel simbolo. Ma soprattutto Guccini è diventato, suo malgrado, patrimonio di un’area politica molto più ampia di quella alla quale apparteneva.
Le sue canzoni sono entrate nelle case di persone che con le sue idee politiche non avevano nulla a che fare. Sono state cantate da socialisti, comunisti, liberali, cattolici, conservatori e semplicemente da persone che della politica non si sono mai interessate. Come accade, del resto, per il 99 per cento degli ascoltatori. Ed è forse proprio questa la grandezza di un artista: riuscire a parlare anche a chi non la pensa come lui. Perché se è arte, deve essere libera. Se invece diventa un comizio permanente, allora è un’altra cosa. E quando la cultura comincia a essere utilizzata come strumento di appartenenza, finisce inevitabilmente per trasformarsi in una forma di estremismo.
Lo stesso Guccini, del resto, aveva un rapporto piuttosto personale con questa questione. Quando gli fu fatto notare che Matteo Salvini apprezzava alcune sue canzoni, rispose con la consueta ironia: «Non è mica colpa mia». E aggiunse, parlando del fatto che le sue canzoni potessero essere ascoltate anche da persone politicamente lontane da lui, un concetto semplicissimo: un artista non può scegliere i propri ascoltatori.
Ecco il punto.
Un artista non può scegliere i propri ascoltatori. E gli ascoltatori non devono chiedere il permesso a nessuno per ascoltare un artista. Altrimenti si finisce nella curiosa logica del: “Il morto è mio e i suoi fan li gestisco io”.
Il secondo episodio riguarda Fabrizio De André e, in particolare, il concerto organizzato il 9 agosto all’Agnata, in Sardegna, nell’ambito di Time in Jazz, con Diodato e la collaborazione della Fondazione De André. Qui devo fare una premessa, perché conosco già il meccanismo della rete e so che basta una frase per trasformare un ragionamento in tutt’altra cosa. Non ho mai avuto simpatie per Matteo Salvini e tanto meno per la Lega. Sono dichiaratamente socialista e, quindi, non ho difficoltà a dire che con quella idea politica ho ben poco da condividere. Non sono neppure un appassionato di Fabrizio De André.
Quello che penso della sua musica lo tengo per me e, magari, un giorno o l’altro troverò anche il tempo di scriverlo. Di contro, per sgombrare il campo dalle sconsiderazioni dei soliti leoni da tastiera, sono completamente assuefatto dall’arte suprema di Pino Daniele, che certo non era uno che le mandava a dire. Fatta questa premessa, rieccomi al punto.
Non bisogna amare Salvini per difendere il diritto di Salvini ad ascoltare De André.
Ed è proprio questo che mi fa venire i brividi davanti a quanto accaduto in Sardegna. Perché impedire, contestare o cercare di delegittimare la presenza di una persona a un appuntamento dedicato alla musica e alla memoria di un artista significa entrare in un terreno pericoloso: quello nel quale la cultura smette di essere un luogo aperto e diventa un territorio con un padrone. E De André, più di molti altri, dovrebbe essere l’ultimo artista da trasformare in una proprietà politica. Faber ha raccontato gli ultimi, gli esclusi, i diversi, gli emarginati. Ha costruito la propria poesia proprio attorno all’idea che l’umanità non possa essere divisa comodamente tra buoni e cattivi, tra quelli che meritano ascolto e quelli che devono essere messi alla porta. Per questo trovo particolarmente curioso che qualcuno possa pensare di difendere De André impedendo ad altri di ascoltarlo.
Fortunatamente, in questa vicenda, non tutti hanno seguito questa logica. Dori Ghezzi, Diodato e altre persone presenti hanno ricondotto la questione nel suo alveo naturale: quello della musica, della memoria e della libertà di partecipare. Poi c’è stata la presa di posizione di Alice De André, nipote di Fabrizio. E qui il discorso diventa ancora più delicato. Alice ha tutto il diritto di esprimere le proprie opinioni. Ci mancherebbe. Ma proprio perché porta un cognome che nella cultura italiana ha un peso enorme, credo sia utile ricordare una cosa:
l’eredità di un artista non è una proprietà privata.
Fabrizio De André appartiene alla storia della musica italiana. Appartiene a chi lo ha amato, a chi lo ha scoperto dopo la sua morte, a chi lo ascolta ancora oggi e perfino a chi lo ascolta senza condividere una sola delle sue idee. Alice, peraltro, ha scelto pubblicamente una strada artistica propria, raccontando anche il peso di un cognome tanto importante e la volontà di essere riconosciuta innanzitutto per ciò che è lei. È una scelta che rispetto. Proprio per questo, però, sarebbe bello che anche l’eredità di Fabrizio rimanesse libera da recinti e appartenenze esclusive. Perché alla fine il problema è tutto qui.
La sinistra italiana ha avuto, e continua ad avere, un patrimonio culturale enorme. Scrittori, registi, cantautori, intellettuali, poeti. Ma possedere un patrimonio culturale non significa possederne gli artisti. Erano uomini con le loro idee, le loro contraddizioni, le loro appartenenze e le loro libertà. E soprattutto erano artisti. Le loro canzoni, una volta pubblicate, hanno iniziato a vivere una vita propria. E quella vita non appartiene più nemmeno a loro. Figuriamoci ai partiti, alle correnti, ai figli, ai nipoti o ai custodi autoproclamati della memoria. Forse sarebbe ora che qualcuno, soprattutto a sinistra, se ne facesse definitivamente una ragione. Perché il giorno in cui cominciamo a stabilire chi può ascoltare una canzone in base a come vota, abbiamo smesso di difendere la cultura. Abbiamo costruito un recinto. E dentro quel recinto, prima o poi, resterà ben poca musica.
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Immagine di copertina credits: Francesco Guccini da Wikinedia Commons, autore Bruno da Roma, Italia – file rilasciato sotto licenza
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