Utilità dei virologi ed inefficacia degli scienziati

La ripartenza di fine maggio è già polemica. Possibile che nell’ unica occasione in cui erano totalmente padroni del perimetro della materia, cioe il contagio, abbiano partorito l’ abominio della responsabilità penale del datore di lavoro in caso di contagio covid? Si, lo hanno paragonato all infortunio del lavoro. Ma se l’nfortunio sul lavoro è un evento assolutamente ascrivibile ad un preciso momento temporale e geografico, il contagio covid non può essere certificato. L’infortunio, malgrado le norme applicate, può avvenire in fabbrica, in ufficio o in laboratorio, ma il contagio potrebbe avvenire nelle altre sedici ore della giornata in mille e un modo. Oltretutto come si potrebbero gestire le trasferte e le missioni del personale viaggiante?

Articolo 42, comma 2 del decreto CuraItalia. Nei casi accertati di infezione da coronavirus (SARS- CoV-2) in occasione di lavoro, il medico certificatore redige il consueto certificato di infortunio. Lo invia telematicamente all’INAIL che assicura, ai sensi delle vigenti disposizioni, la relativa tutela dell’infortunato.

Tradotto significa cheil contagio da covid-19 è considerato infortunio sul lavoro e quindi il lavoratore può rivalersi sul suo datore e chiedere i danni. Ma come si fa a stabilire se il contago è avvenuto sul lavoro o meno?

Bisognerà dimostrarlo? E come? Nel caso di un datore di lavoro che non ha rispettato la messa a norma dell’ambiente e imposto le regole di prevenzione, può essere più semplice, ma nel caso in cui il datore ha eseguito tutto alla perfezione, che responsabilità gli si può attribuire?

Comunicato INAIL

Nel comunicato del 15 maggio l’INAIL precisa quanto segue: il datore di lavoro risponde penalmente e civilmente delle infezioni di origine professionale solo se viene accertata la propria responsabilità per dolo o per colpa.

Precisa inoltre che “che dal riconoscimento come infortunio sul lavoro non discende automaticamente l’accertamento della responsabilità civile o penale in capo al datore di lavoro”. Bisogna valutare prima che siano state rispettate le norme a tutela della salute e sicurezza sul lavoro. A seguire, le responsabilità vanno accertate “attraverso la prova del dolo o della colpa del datore di lavoro“. Ma non basta.

Il paradosso sta nel fatto che l’INAIL può riconoscere riconosce l’infortunio del contagio sul posto di lavoro ma che ciò può non assumere “alcun rilievo per sostenere l’accusa in sede penale considerata la vigenza in tale ambito del principio di presunzione di innocenza nonché dell’onere della prova a carico del pubblico ministero“. Questo vale anche in sede civile.

Tutto chiaro? No di certo, siamo in Italia.

La terra dei cachi

Qui entra in gioco il burocratichese e la deresponsabilizzazione tanto amata dal sistema italiano. Per capirci, basti pensare al ponte di Genova, esempio che testimonia la rapidità nel terminare un’opera quando si elimina la burocrazia.

Ipotizziamo che un imprenditore rispetti pienamente i fantasiosi protocolli elaborati dai cervelli d’eccellenza del comitato tecnico scientifico. Quali sono le situazioni e le variabili che possono avvenire?

Consideriamo, ad esempio, gli spazi in comune, dai bagni alla sala ristoro o la mensa e le occasioni condivisione. Stabilire poi una difesa legale (oltretutto costosa) utile all’assoluzione del datore di lavoro, rischia di essere un’impresa che si perde nei labirinti della burocrazia della determinazione delle responsabilità.

Come possono virologi e scienziati vari decidere sulle modalità di riapertura di bar, ristoranti, centri estetici, sartorie, eccetera eccetera, stabilire modalità di infortunio, se neanche nel loro ambito sono riusciti ad essere efficaci, costrigendo le istituzioni a tornare sui propri passi? Non sarebbe più opportuno coinvolgere di più organismi già preposti, come il CNEL e gli amministratori locali, che meglio di chiunque altro hanno il polso per amministrare il tessuto economico e sociale del territorio?

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