Sono oramai più famosi di attori e cantanti. Compaiono ovunque, dalle sette del mattino alle nove di sera, nei telegiornali e nei programmi di approfondimento. Scrivono assiduamente sui social, rilasciano interviste e firmano autografi. Qualcuno è riuscito anche a scrivere un libro. Sono i virologi superstar della TV, quelli che ormai conosciamo meglio del nostro vicino di casa. Ma in tutto questo daffare, sorge spontanea la domanda. Quando è che hanno il tempo di andare in ospedale, questi grandi virologi, se sono sempre in TV?

Ora so che Burioni si arrabbierà di nuovo, ma pazienza. Non è l’unico virologo superstar ad andare in TV.

Chi ha ragione?

Uno scontro tra titani a colpi di tweet e di ridicole accuse, dove tra una puntura di eparina e una sacca di plasma, deve per forza vincere il vaccino.

Il virus si è indebolito. No, non è così, sono le distanze che fanno abbassare i numeri. Non è vero. E’ grazie al caldo, no, è il freddo, le scie chimiche e il buco nell’ozono.

La mascherina? Non serve. Si serve e a indossata anche all’aperto, ma Borrelli non lo fa e neanche Bassetti, allora non la metto neanche io. Va indossata solo nei luoghi chiusi, ma poi per strada se non la metti ti tirano le pietre. All’aperto le goccioline cadono per terra e non c’è rischio, si c’è perchè per trevirgolaquattrocentesimidisecondo restano sospese nell’aria. Allora metto la mascherina anche all’aperto.

Distanza di un metro. Non basta, un metro e mezzo va bene, meglio due metri. Perchè? Eh dipende..Il droplets raggiunge oltre il metro e mezzo. Da bambina riuscivo a sputare più lontana di tutti, quindi vinco io e da domani tutti a tre metri.

Ora, lasciando perdere l’ironia, questi virologi sono considerati pareri autorevoli e, per carità, hanno lavorato sodo per avere questa considerazione, ma sinceramente, danno l’impressione di aver perso di vista un paio di regole deontologiche fondamentali nella loro professione, l’umiltà e l’apertura al confronto.

Covid-19, questo sconosciuto

La scienza da sempre vive di sperimentazione, di confronto tra esperti, quelli che oggi a qualcuno piace chiamare brain storming. I consulti con i medici in corsia, chi pratica direttamente sul campo e ogni giorno si confronta con la malattia.

L’Italia ha avuto per prima, dopo la Cina, purtroppo, una grande occasione. Nello stesso tempo, in buona parte del territorio, negli ospedali i medici si sono dovuti confrontare contemporaneamente con una nuova malattia, sconosciuta e grave. Una sfida molto difficile per tutta la categoria scientifica.

Questo ha fatto si che ogni staff medico adottasse cure che si rifacevano alle prime usate all’inizio delle emergenza e che ognuno poi tentasse, a seconda dei casi presenti in struttura, un nuovo percorso farmaceutico per combattere il virus.

E così che funziona. Per forza. Lo insegna la storia, lo insegna la scienza.

E’ solo un’influenza

Ma con il coronavirus è successo qualcosa di diverso. Il governo ha dovuto interagire con la scienza e prendere misure cautelare per la sicurezza degli italiani, perchè l’eccezionalità con cui si è diffuso e la gravità dei sintomi lo imponeva. Se consideriamo già solo il fatto che il nostro ministro della Sanità non è un medico, capiamo l’ ulteriore necessità di appoggiarsi ad un comitato scientifico per capirci qualcosa. Il buon Sileri, medico chirurgo, non poteva fare tutto da solo.

E’ così che sono nati i virologi superstar del caso. All’inizio tutti pendevamo dalle loro labbra. Erano ovunque, ci tranquillizzavano e ci dicevano che era solo un’influenza. “Non c’è pericolo. state tranquilli”, e noi “lo stavamo“! Storico ormai l’intervento di Burioni del 2 febbraio: il rischio di contagio è zero. Venti giorni dopo il coronavirus comincia a mietere vittime e chiude l’Italia in una morsa di dolore e disperazione.

Il problema si pone nel momento in cui questi virologi superstar, al posto di accogliere nuovi tesi, nuove cure e nuove scoperte che provengono dall’esperienza sul campo di illustri colleghi, diventano inquisitori dei metodi di cura applicati e che hanno visto risultati positivi direttamente curando i pazienti in corsia.

Luc Montagnier, Giulio Tarro, tanto per citare due nomi, uno nobel, l’altro candidato a precedenti edizioni, hanno osato andare contro corrente e avanzare tesi derivanti da studi personali. Il risultato è che sono stati massacrati dai commenti dei colleghi superstar (video). e si è arrivati addirittura alla censura, come nel caso dell’intervista del Nobel Luc Montagnier. Anche questi sono solo in cerca di notorietà? E

il professor De Donno, di cosa può essere accusato, di grazia? Di aver trovato un modo per alleviare sofferenza e curare?

Fate pace e andate a lavorare

Ci si aspettava una collaborazione più serena dove la comunità scientifica interagisse con buona pace di tutti. Si percepisce invece che alcuni pareri, quelli dei virologi superstar nello specifico, sembrano voler prevaricare, senza tenere conto di tutti i suggerimenti o constatazioni sul campo che arrivano da altre esperienze mediche, soprattutto quando si tocca il tema delle vaccinazioni. Discussioni via skipe con degli imbarazzati conduttori che danno un colpo al cerchio e uno alla botte, mentre il telespettatore, che si aspetta rassicurazioni dai luminari, ne esce solo più perplesso di prima.

La sensazione è che questa sia stata più un’occasione per godere di una visibilità mediatica che quella di scendere in campo per apportare un contributo scientifico. Ma questa è solo una provocazione di poco conto. Quello che ha peso, è la gran confusione che si crea in un momento in cui è più che mai necessario avere chiarezza. Abbiamo bisogno di avere fiducia in voi.

Credits: Foto copertina di Genova24.it