Fake news, clickbait e informazione manipolata: il declino del giornalismo

Notizie occultate, notizie riportate in maniera parziale, notizie “non notizie”, notizie pubblicate soltanto per generare visualizzazioni o ascolti, notizie false o non adeguatamente verificate, fatti e notizie trattati con due pesi e due misure. Storie irrilevanti nel contesto dell’interesse pubblico trasformate in “serie TV”, comuni mortali deceduti trasformati da imprudenti a vittime, se non addirittura a icone mediatiche, successi sportivi o altre amenità di scarsissima rilevanza, elevati ad apertura di quotidiani e telegiornali, cronaca nera ovunque, sempre e comunque, arte, spettacolo e molti altri argomenti raccontati quasi esclusivamente quando riguardano gli amici degli amici.

E intanto l’informazione — quella vera — arretra.

Ben sappiamo che le notizie devono vendere, che i giornali devono sopravvivere e che le televisioni devono fare ascolti. Peccato però che esista anche un codice deontologico della professione. E peccato che ognuno di noi, addetti ai lavori, dovrebbe possedere almeno un minimo di morale e, quindi, qualche principio etico. Anche basilare.

Telecamere sì, grammatica no

Ma nel giornalismo attuale esiste anche un altro grande problema, altrettanto importante ed evidente: la preparazione, o meglio, la mancanza di preparazione. E forse anche di talento?

Perché sì, un minimo di talento servirebbe. Anche se, oggi come oggi, ci accontenteremmo perfino di una sufficiente padronanza della logica del linguaggio (coerenza, costruzione del pensiero, chiarezza argomentativa, uso corretto delle parole), ancora prima della correttezza formale nell’utilizzo della lingua: la mitica grammatica.

È infatti sufficiente ascoltare un telegiornale a caso, leggere un qualsiasi articolo di uno dei principali quotidiani nazionali o seguire un qualsiasi intervento televisivo di un giornalista qualunque, per mettersi le mani nei capelli. Anzi, per strapparseli. Perché, nel migliore dei casi, l’utilizzo della lingua si potrebbe definire approssimativo, ma molto più spesso è, purtroppo, completamente errato.

La voglia di apparire sullo schermo è tanta, e gli atteggiamenti da divi si sprecano anche tra i giornalisti minori, ma poi, nella pratica, pochi — anzi pochissimi — possiedono una capacità dialettica adeguata ad affrontare una diretta senza un testo scritto da leggere, quando — e non vale per tutti — si è capaci di leggere ad alta voce.

Sì, tanta voglia di apparire, nessuna vergogna per le figure di… Emilio Fede docet!
E soprattutto nessuno sforzo per migliorarsi.

Dilettanti allo sbaraglio

No, non si tratta di esagerazioni.

E nemmeno dello sfogo frustrato di chi tutti i giorni lavora con attenzione e prudenza, metodo e attenta verifica, e con uno sforzo lessicale per essere “SEO compliant” senza tuttavia svilire il linguaggio e la costruzione dei periodi, ovvero senza piegarsi completamente alla volontà di Google & Co.

Sì, perché — cari colossi del web — se è vero che il linguaggio e la modalità di comunicare evolvono continuamente e sono il primo segnale di cambiamento della società (sì, questa è una frecciata a quelli che pretendono che si dica “sindaca”, “assessora” e “ingegnera”, ma poi non dicono “architett-a” o “autist-o”), è altresì vero che la massa non si deve solo assecondare, ma, al contrario il più delle volte, con grande sforzo si dovrebbe provare ad educarla (dal latino ex e ducere — “tirare fuori”, “condurre fuori”, “far emergere”).

Ma torniamo al nostro povero mestiere ed alla censura sistemica applicata dal sistema mediatico.

Credo concordiate tutti sul fatto che lo scopo di un giornalista sia — per prima cosa — raccontare i fatti, e farlo nel modo più completo e neutrale che sia umanamente possibile (al secolo: CRONACA), quindi — se del caso — approfondire l’argomento e far riflettere e aiutare il lettore a vedere le questioni da altre prospettive (al secolo: REDAZIONALI / APPROFONDIMENTI).

Purtroppo, però, dobbiamo ogni giorno constatare che, troppo spesso, la realtà — tragica — della professione giornalistica attuale è molto distante da ciò. Ed è proprio quella che vende, anche sulla TV di Stato.

Giudici no, ci mancherebbe, ma seri professionisti sì!

E ora provo a raccontarvi come la vedo io.

E mi permetto di farlo perché noi di Zetatielle Magazine scriviamo cercando di essere sempre chiari e soprattutto coerenti, garantendo la massima trasparenza argomentativa e un uso sensato delle parole e della sintassi tentando, per quanto possibile, di mantenere apertura mentale, di intercettare le opinioni altrui e, soprattutto, evitando accuratamente di spacciare “verità rivelate”.

Noi, lo sapete perché ci leggete, ci limitiamo a proporre osservazioni, domande, spunti di riflessione, qualche volta anche un poco polemici ed ironici.

E credetemi: questo approccio serio si paga caro. Si paga in termini di produttività — perché informarsi e verificare richiede tempo — e si paga in termini di SEO, perché WordPress, Google e gran parte del web sembrano aver fatto soltanto la terza elementare e per questo pretendono che tutti si esprimano con frasi corte, concetti semplici, titoli e sottotitoli a ogni capoverso, frasi in evidenza ovunque e possibilmente un paio di parole chiave infilate a martellate ogni tre righe, con buona pace di Pierpaolo Pasolini ed Enzo Biagi, tra gli altri.

E noi persi… tra silenzi selettivi e rumore mediatico

A proposito di “notizie occultate”, cito un esempio clamoroso. E non mi serve neppure andare lontano: basta tornare alla scorsa settimana. Nella notte tra giovedì 21 e venerdì 22 maggio 2026 le forze armate ucraine — e quindi, di fatto, europee — hanno bombardato un dormitorio studentesco a Starobilsk, nella regione di Luhansk, territorio ucraino occupato dalla Russia. Secondo le autorità russe, nell’attacco sarebbero morte 21 persone e altre 42 sarebbero rimaste ferite.

Pasechnik, comandante delle forze separatiste del Donbass, ha diffuso fotografie inequivocabili che mostrano edifici gravemente danneggiati: un grande palazzo bianco di cinque piani parzialmente crollato e un altro stabile più vecchio con facciata in mattoni chiari, entrambi destinati a uso universitario prima dell’invasione russa, almeno stando a quanto verificabile tramite Google Maps. Le autorità russe sostengono che uno degli edifici ospitava un dormitorio studentesco. Yana Lantratova, commissaria russa per i diritti umani, ha dichiarato che al momento dell’attacco nel dormitorio erano presenti 86 persone tra i 14 e i 18 anni, e la televisione di Stato russa ha trasmesso immagini di alcuni giovanissimi sopravvissuti ricoverati in ospedale.

Ma in Italia pochi, tra i principali quotidiani e canali televisivi, hanno ripreso la notizia diffusa dall’ANSA e comunque l’hanno trattata quasi esclusivamente minimizzando numeri e contesto, ed ovviamente spostando immediatamente l’attenzione sulla prevedibile sete di vendetta del “cattivo”: il dittatore e criminale di guerra Vladimir Putin. Non entrerò nel merito della notizia, perché non è questo lo scopo della nostra riflessione, ma tanto ci sarebbe da scrivere…

Il punto che mi interessa ora è un altro: dove è finito il dovere di cronaca?

Non sembra anche a voi che si sia dissolto dentro un “mutismo” selettivo che, ormai, è diventato parte integrante della linea editoriale di quasi tutti i media?

Diversamente — e qui entriamo nel magnifico regno dei “due pesi e due misure” — tutti i quotidiani e le televisioni hanno invece trattato la rappresaglia su Kiev. Senza tuttavia particolare enfasi, perché morire in Russia o in Ucraina non possiede più un grande valore mediatico: non fa più audience, non genera click, non desta l’attenzione dello spettatore, né aumenta la permanenza sul sito. E quindi… “sti cazzi”.

Much Ado About Nothing: le notizie che non sono notizie

Riscontrati due casi negativi al virus Ebola”. Edizione straordinaria! Titolo da apertura, quasi da edizione speciale.

E qui ci sta il “Me Cojoni”.

Nota del redattore: perdonatemi il linguaggio ma nulla eguaglia l’ironia vernacolare e la forza semantica del dialetto romanesco!

Queste notizie non notizie servono a riempire palinsesti, alimentare allarmismo e spaventare l’opinione pubblica, magari con il “beneplacito”, sì chiamiamolo così, di Pfizer, Moderna o di qualche altra azienda farmaceutica che, molto probabilmente, starà già lavorando a un nuovo “vaccino” anche per Ebola, piuttosto che del Generale… ops Generalessa, Ursula Gertrud Albrecht coniugata Von der Leyen ed il suo nuovo business delle armi.

Perché se decine o centinaia di africani muoiono di ebola in Congo, per i Media è… di nuovo: “sti cazzi”.
Ma, diversamente, se altri sfortunati naufragano sulle nostre coste, allora sì che si guadagnano il diritto di cronaca, perché in questo caso si tratta di emergenza umanitaria, soprattutto se tra quei naufraghi c’è un neonato che arriva senza vita in porto… E qui devo fare un altro respiro profondo per non esagerare nei toni mentre scrivo di un’altra orribile caratteristica del giornalismo moderno.

Mi riferisco all’abitudine di abusare nell’utilizzo di costruzioni semantiche precostituite e formule retoriche — “emergenza sanitaria”, “crisi climatica”, “emergenza abitativa” — formule legittime ma delegittimate dall’utilizzo ossessivo che ne fa il giornalismo contemporaneo, che le ha trasformate da strumenti descrittivi efficaci in automatismi linguistici utili solo a mantenere costante il livello di attenzione, di allarme e di coinvolgimento emotivo passivo del pubblico.

Badate bene: non sono impazzita.

I naufragi e l’immigrazione clandestina sono tragedie, grandi tragedie, e non sto certamente sostenendo il contrario né sminuendone la gravità. Sto semplicemente evidenziando l’osceno sistema dei “due pesi e delle due misure” adottato dal giornalismo contemporaneo e ormai perfettamente metabolizzato dall’opinione pubblica.

Vale anche per la questione Iran e per molti altri drammi del nostro tempo, perché delle ragioni di una guerra in Medio Oriente o delle sue possibili conseguenze geopolitiche, alla maggior parte dei giornalisti – e per diretta conseguenza alla maggior parte del grande pubblico – importa poco o nulla: cosicché, per tutti, il problema vero diviene il costo del pieno di carburante per il weekend o la possibile cancellazione del volo già prenotato per le vacanze estive.

Fake news e spettacolarizzazione del nulla

Inutile persino soffermarsi a lungo sulle fake news.

Infatti, impantanarsi nelle fake news è diventato la normalità anche per le testate più famose. E non necessariamente per dolo: molto più banalmente perché il tempo a disposizione è sempre più breve e le redazioni sono sempre più corte. Bisogna pubblicare subito. Correre. Non c’è tempo di verificare perché bisogna arrivare primi nel dare la notizia. Perché chi primo arriva… monetizza più lettori.

Inutile anche scrivere molto delle storie o “notizie irrilevanti” rispetto al generale interesse pubblico, che vengono trasformate in serie TV permanenti, generando un overload informativo impressionante. La vicenda dell’omicidio di Garlasco, ad esempio, procede da mesi a puntate quotidiane su ogni testata e su ogni rete televisiva, con almeno una decina di approfondimenti settimanali, ospiti, speciali, ricostruzioni, retrospettive e dibattiti che neppure Netflix saprebbe serializzare con tale accanimento produttivo.

Casi di cronaca regolarmente trasformati in intrattenimento seriale: approfondimenti infiniti, ricostruzioni video realizzate con gli strumenti più avanzati di intelligenza artificiale, plastici, ospiti fissi dalle competenze non sempre chiare o verificate, e opinionisti onniscienti che spesso non hanno letto neppure velocemente parte degli atti giudiziari sull’argomento di cui parlano. Un circo mediatico veramente disgustoso.

Sia chiaro: gli approfondimenti sono importanti e spesso anche interessanti, persino sui fatti di cronaca. E l’attenzione mediatica non è necessariamente negativa.
Ma qualcuno si è mai chiesto che vita faccia chi – a prescindere che di cognome faccia Stasi o Sempio – per mesi o anni, viene sottoposto a processi mediatici, autopsie pubbliche della propria esistenza e radiografie permanenti della propria intimità?

E se, per qualche ragione, accadesse a voi?

La pornografia del dolore

E come dimenticare le notizie sui tanti “comuni mortali” deceduti in qualche tragico incidente e immediatamente trasformati, da imprudenti esseri “molto umani” e quindi fallibili, in icone mediatiche?

Prendiamo il caso dei cinque italiani morti alle Maldive durante un’immersione. Al netto di quanto determinerà la doverosa indagine della magistratura, da quanto emerso sembra già piuttosto evidente che si sia trattato di una concatenazione di imprudenze e distrazioni dovute probabilmente all’eccessiva confidenza. Una dinamica banalmente umana, causa di tanti altri incidenti e non solamente sul lavoro.

La stessa che porta chi cucina tutti i giorni, prima o poi, a tagliarsi con un coltello: l’eccesso di confidenza abbassa l’attenzione. Succede ovunque e purtroppo troppo spesso. L’essere umano ha la memoria corta: e lo sappiamo bene tutti. Perché a tutti è capitato di guidare prudenti dopo aver visto un brutto incidente stradale, per poi, neppure tanto lentamente, tornare alla consueta imprudente normalità.

E va detto: grazie a Dio è così!

Pensate come vivremmo se conservassimo per sempre certe paure e sensi di angoscia…

Eppure, nonostante sembri evidente che si sia trattato di imprudenza — mancanza del filo di Arianna e di altri sistemi adeguati a ritrovare la via del ritorno, scarsità della provvista di ossigeno per l’escursione in questione, autorizzazioni mancanti e così via — tutti i giorni, tutti i media aggiornano il pubblico sull’evoluzione della vicenda, evoluzione che in realtà non esiste.

E francamente, in un Paese nel quale muoiono circa 1800 persone al giorno — più di una ogni minuto, tanto per essere più chiari — a causa di malattie, incidenti e altri malaugurati accidenti della vita, per cinque morti causate da imprudenza, al netto della doverosa compassione umana, mi viene spontaneo scrivere nuovamente: “sti cazzi”.

Ma davvero lo penso solo io?

Senza offesa per nessuno: davanti alla morte ci si ferma sempre. Tuttavia, al di là di quando la morte arriva naturalmente in età molto avanzata, tutte le vite hanno lo stesso valore e meritano il medesimo rispetto. Anche indirettamente. Perché attribuire a una morte un’attenzione sproporzionata rispetto alle altre è, in tutto e per tutto, una forma di mancanza di rispetto nei confronti di tutte le altre persone decedute e dei loro cari.

La retorica della commozione

È il caso — che ricorderete tutti — del piccolo Domenico Caliendo, il bambino di due anni e mezzo morto il 21 febbraio 2026 all’ospedale Monaldi di Napoli, apparentemente a causa di gravissimi errori procedurali durante un trapianto di cuore.

Andando oltre il terribile fatto di cronaca, il dramma di quella famiglia è stato trattato come se fosse unico, irripetibile, assoluto. In un — comprensibile coro unanime di commozione collettiva, nessuno si è però fermato, nemmeno per un solo istante, a pensare al donatore di quell’organo: un altro sfortunato bambino, di soli quattro anni, morto in un tragico incidente in piscina. Ed ai suoi genitori.

Nota del redattore: giusto per capire che cosa intendo quando scrivo di responsabilità nella scrittura, provate a togliere gli aggettivi qualificativi dalla “subordinata implicita” con apposizione nominale composta, della frase precedente (insomma, il testo dopo i due punti) e scoprirete quanto cambia. Senza “sfortunato” che induce compassione; senza “soli” che amplifica emotivamente l’età, e senza “tragico” che guida il giudizio emotivo del lettore, il fatto resta grave, il dolore resta evidente, ma la frase smette di “spingere emotivamente”. Nel fare giornalismo si può, anzi si deve, utilizzare un linguaggio orientato emotivamente e costruzioni narrative che producano enfatizzazione retorica della notizia, ma va fatto con criterio e responsabilità, altrimenti è facile deformare la realtà del fatto stesso..

Le parole sono importanti!
Ma di questo parleremo più avanti.

Ripeto il concetto espresso poco fa, anche per riprendere il filo del discorso: ogni vita ha lo stesso valore e merita il medesimo rispetto.

Ma questo principio elementare sembra essere stato archiviato insieme al giornalismo sobrio.

La notizia è notizia; la “telenovela permanente”, invece, è ben altra cosa.

E sull’argomento mi fermo qui, perché se iniziassi a scrivere degli inviati “sul posto” dei vari TG durante i fatti di cronaca, rischierei seriamente di perdere quell’aplomb che, con enorme fatica, credo di essere riuscita a mantenere finora.

Spettacolarizzare la normalità tra allarmismi e statistiche farlocche

Come farsi mancare, con l’arrivo del caldo, le puntuali raccomandazioni e allarmismi rivolti soprattutto agli anziani, che se anziani sono, di estati ne già hanno vissute diverse – ed oltretutto senza condizionatori – e se anziani sono divenuti, significa che non sono poi così sprovveduti… ma sulle raccomandazioni per gestire il caldo ci siamo messi il cuore in pace da anni…

E con il caldo sono arrivate le “magnifiche” statistiche “stile Covid”, con i numeri dei decessi attribuibili al caldo in catene causali decisamente troppo “ampie”. E poiché ogni anno è assolutamente necessario “superarsi”, in questi giorni, è stata ampiamente trattata dai nostri Media la notizia di 7 decessi in Francia, per l’ondata di caldo africano – e tra queste morti sono state conteggiate anche 5 persone decedute per annegamento, mentre cercavano refrigerio nell’acqua – e sette decessi nella buona vecchia Inghilterra, anch’essi annegati, ma tutti adolescenti…

annamo bene…” direbbe la Sora Lella

Panem et circenses

Credo concordiate sul fatto che la mancata qualificazione della nazionale ai Mondiali non rappresenti un dramma nazionale.
Non merita quindi l’apertura di alcun telegiornale, né tantomeno prime pagine isteriche da lutto istituzionale.

Così come non meritano trattamenti messianici né Sinner né qualunque altro, pur straordinario, sportivo.

Potremmo altresì discutere delle scelte editoriali che — ad esempio — ignorano la Formula 1 per anni perché i diritti televisivi li possiede la concorrenza, salvo poi trasformarla improvvisamente in “questione di Stato” nel momento in cui a vincere è un italiano.

Le “altre notizie”? Il concetto è semplice: le altre notizie, se vengono trattate, bisogna farlo sempre. E non come riempitivo, o per assecondare un clientelismo culturale di certi circuiti chiusi.
Insomma, non solo quanno c’è da fa’ contento l’amico dell’amico.

Che cosa intendo?

Intendo che se editi una rubrica sportiva dovresti provare a parlare di tutti gli sport, tutti i giorni o quanto meno con una certa regolarità. Se pubblichi una rubrica dedicata a musica, spettacolo, cinema o arte, dovresti occupartene con continuità cercando di raccontare il settore nel suo complesso. Ovvero non soltanto quando l’artista piace personalmente al redattore o al giornalista o quando il film è prodotto da una società dello stesso gruppo editoriale che gli paga lo stipendio.

Faziosità, etichette ed altre malefatte comuni

Potrei scrivere dei titoli che deformano il contenuto; delle etichette usate selettivamente e quasi sempre nel modo peggiore possibile — “il muratore di Mapello”, “il ricercatore Regeni”, “l’influencer Pamela Genini”, ecc. — salvo poi etichettare correttamente e sobriamente due prostitute assassinate come le “due donne” perché… beh, prostitute non è una etichetta che si può dare oggi neppure ad una donna che fa il mestiere.

Potrei scrivere di dichiarazioni estrapolate dal contesto, di panel televisivi costruiti scientificamente per confermare una determinata tesi, e di tanti altri orribili “errori” giornalistici. Sì, chiamiamoli errori, anche se sarebbe più corretto ORRORI. Perché raramente si mente apertamente: sarebbe troppo rischioso. Il più delle volte, per forviare l’opinione pubblica, è molto più semplice, elegante e sicuro raccontare soltanto un pezzo della storia.

Insomma, penso che sia arrivato per il giornalismo il momento di fermarsi e riconsiderare profondamente il modo in cui viene svolta questa professione, che richiederebbe passione, serietà e responsabilità.

Non credete anche voi che — in generale — dovremmo riappropriarci dei veri valori, restituendo priorità e proporzione alle questioni della vita? Vero è che l’essere umano è straordinario proprio perché prova empatia e riesce a emozionarsi anche per questioni minori, per sciocchezze, ma nel racconto giornalistico dei fatti le emozioni non dovrebbero occupare il posto della razionalità.

Mi spiego meglio: quando scrivo che dovremmo riscrivere le priorità e riordinare la scala dei valori, intendo dire che forse non si dovrebbero osannare medici ed infermieri soltanto quando — per dirla sempre in romanesco — se strigne er culo durante una pandemia.

Dalla cronaca all’intrattenimento

Edito un giornale on-line e conosco bene SEO, clickbait, thumbnails, titoli volutamente ambigui, allarmismo permanente, breaking news continue e tutti gli altri miserabili trucchi del web.

Purtroppo, oltre al danno informativo, questa modalità di pubblicare sta producendo un danno culturale forse ancora più grave di quello generato dall’incapacità argomentativa, dalla povertà logica e dalla devastante impreparazione grammaticale di una parte enorme del giornalismo italiano.

Ma come siamo arrivati fino a questo punto?

Come siamo arrivati a quotidiani e telegiornali che trascurano politica ed economia e che, quando finalmente ne parlano, si limitano a raccontare bisticci, ripicche e teatrini vari? Ma come siamo arrivati a media che dedicano all’economia e politica estera soltanto briciole di attenzione perché la cronaca nera vende di più? Come siamo arrivati a telegiornali e quotidiani che, in fondo, altro non sono che yellow press da red-top tabloid?

E come siamo giunti a giornalisti che collocano gli aggettivi lontani — anche di due proposizioni relative — dal sostantivo a cui si riferiscono? Che — in stile Checco Zalone — coniugano verbi al singolare per soggetti plurali o viceversa? Che coniugano frasi solo al presente, al passato prossimo e all’imperfetto, seppellendo definitivamente il tanto compianto congiuntivo?

E mi fermo qui per obblighi di lunghezza degli articoli… Google docet

Un giornalista dovrebbe essere un purista della lingua, dovrebbe amare le sfumature, le sottigliezze stilistiche e dovrebbe usare le parole con sagacia e discernimento. Perché è uno scrittore a tutti gli effetti, e perché i “media” hanno un ruolo fondamentale nel promuovere il linguaggio, tanto che in passato quotidiani nazionali e TV – promuovendo alla massa contenuti in lingua italiana – hanno contribuito in maniera decisiva al progressivo abbandono dei dialetti italiani: insomma, il ruolo dei giornalisti non è solamente quello dei cronisti, anche quando fanno solo cronaca.

E se la scuola non è più efficace, le famiglie non si parlano più e i media sono ignoranti, perché ci meravigliamo del “quasi” analfabetismo dei nostri giovani?

Parole svuotate, pensieri svuotati

Per spiegare meglio che cosa intendo vi faccio un esempio, banale ma efficace, per chiarire il valore del linguaggio e la non intercambiabilità delle parole: perché se si prende in mano un dizionario si legge che sinonimo significa “parola che ha significato uguale o molto simile a un’altra”, ma le sfumature tra un sostantivo e l’altro o tra un predicato verbale e l’altro sono sempre molte e, spesso, significativamente differenti.

“Casa” e “abitazione” in certi contesti possono pure essere sinonimi: “casa in affitto” equivale quasi completamente ad “abitazione in affitto”, ma nessuno di noi ha mai detto ne dirà mai: “sono tornato in abitazione”.

“Dimenticare” e “scordare” sono sinonimi ma, un appuntamento si dimentica mentre un amico si scorda, ovvero gli appuntamenti non si scordano e gli amici non si dimenticano, perché dimenticare significa lontano dalla mente, scordare significa lontano dal cuore: uno appartiene alla sfera razionale e mnemonica, l’altro alla sfera emotiva e affettiva.

Questo è esattamente ciò che stiamo perdendo!
Perdere l’uso corretto e la profondità del linguaggio significa non capirsi più, anche quando si tratta di matematica o di ingegneria.

Allora non posso essere l’unica a chiedersi se il giornalismo vuole ancora informare oppure è diventato solo business?

Perché così, mentre continuiamo erroneamente a chiamarla “informazione” l’abbiamo lentamente trasformata in intrattenimento, propaganda commerciale e rumore di fondo.

Con buona pace dei fatti oggettivi, della lingua italiana e, forse, perfino dell’intelligenza collettiva.

(Ringrazio l’amico Riccardo per il supporto, i confronti e le preziose riflessioni condivise)

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Tina Rossi
Tina Rossi
(a.k.a. Fulvia Andreatta) Editrice. Una, nessuna e centomila, il suo motto è “è meglio fingersi acrobati, che sentirsi dei nani” Dice di sé:” Per attimi rimango sospeso nel vuoto,giuro qualche volta mi sento perduto, io mi fido solo del mio strano istinto, non mi ha mai tradito, non mi sento vinto, volo sul trapezio rischiando ogni giorno, eroe per un minuto e poi...bestia ritorno...poi ancora sul trapezio ad inventare un amore magari...è solo invenzione, per non lasciarsi morire...”
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