E’ tutta colpa di Kubrick. Junior Cally vuole solo imitarlo. Che poi gli riesca male, è un’altra storia, ma lui non è un violento e non istiga alla violenza, come in Arancia Meccanica. Il suo brano è un pò forte, si scusa dicendo che “Non rinnego niente di me, ma non vado certo fiero dei miei sbagli. Ho fatto una bravata, una cavolata, ma non sono un gangster. Si è vero, ho fatto tanti sbagli. Ma voleva essere un testo in stile Kubrick”. Chiede scusa e il management dice non è un sessista ed è contro la violenza. Caso chiuso.

Virgola…

Il caso Junior Cally

Tutto nasce da Red Ronnie, che in dieci minuti, fa una disamina dei testi di Junior Cally e fa scoppiare la polemica. Ed ora, innocentisti e colpevolisti si scagliano su uno o sull’altro, dando ragione o torto. Red Ronnie è vecchio, non capisce più un cazzo e non è al passo con la musica. Oggi non sono più i suoi tempi ed è rimasto indietro. Che vada in pensione, ovvero, per dirla alla Junio Cally, si tolga dai coglioni.

Ed io con lui. E con me un’altra migliaiata di artisti, giornalisti, fruitori di musica, semplici ascoltatori, genitori, insegnanti, eccetera eccetera eccetera. Siamo tutti vecchi bacucchi che non capiscono niente.

La realtà è un’altra. E’ molto più complessa.

1972: Arancia Meccanica

Arancia meccanica è un film che appartiene a una generazione che usciva dal ’68, epoca di rivoluzioni studentesche e politiche (ma che ne sanno i millenials…). Un constesto storico e sociale molto particolare. un boom economico importante, consolidato, dopo una guerra che aveva messo in ginocchio il mondo, tranne l’America.

Ah questa America… esportatrice di sogni, di miti e di modelli. Uno di questi era New York, con le sue bande i suoi ghetti e la droga, che finanziava tutta una rete di microcriminalità che sugli schermi dei cinema diventano storie da marciapiede. E piano piano anche l’ Italia diventa l’America. E con la droga, ogni città ha il suo Bronx, Quarto Oggiaro a Milano, Le Vallette a Torino e via via.

“Arancia meccanica” arriva scandalizzando a dovere. Un film, ispirato ad un libro di Anthony Burgess, che non corrispondeva affatto alla cultura e al contesto storico sociale, per tanto indignava e insegnava. Un linguaggio crudo, anche troppo diretto, quello di Kubrick, ma che aveva un’efficacia nel suo messaggio, inteso da tutti, nel senso giusto.

La violenza genera solo violenza, e chi di spada ferisce di spada perisce. Forse un pò troppo sintetica, la mia analisi, ma rende l’idea. Il protagonista Alex è un capo banda che perpetra violenze inaudite, va in galera, tradito dalla sua stessa banda e quando esce subisce la vendetta delle sue vittime. Morale: non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te, perchè non solo ti becchiamo e ti sbattiamo in galera, ma quando esci prendi il resto. Come diceva mio padre.

The End.

Millenium generation

Il problema vero non è Junior Cally ma tutto un sistema che è saltato per aria. Siamo in un’era dove il femminicidio è talmente all’ordine del giorno che ormai non scandalizza neanche più. Le notizie di donne che subiscono violenza prendono lo spazio di un paio di minuti, tra una notizia di politica e una di sport, mentre si sta cenando. Ci sono numerose trasmissioni che trattano casi di violenza, parlandone in continuazione, tanto che tutte le storie si sovrappongono e non sorprendono più.

Le leggi ci sono, ma virgola, perchè incomplete e mancano poi le pene, manca “l’esempio”. Ci vorrebbe un equivalente del “41bis” per i delitti di femminicidio e, forse, il bastardo di turno ci penserebbe due volte prima di rientrare a casa e ammazzare la moglie, la fidanzata, l’ex compagna…

Uccidere ormai, sembra essere una soluzione facile ai problemi. Mal che vada, se ti incriminano, basta avere una buona difesa, un rito abbreviato e dopo pochi anni sei libero e felice. I media faranno il resto per darti popolarità, e potrai persino scrivere un libro.

Lo stupro, con quanta facilità usano questa parola, a volte ha il suono di un’offesa, quasi l’anagramma di sputo. Con quanta fatica si arriva a una sentenza e quanto dura una condanna?

Fino a quando esiste un’idea di impunità, fino a quando lo stalking non viene punito laddove è anche solo violenza psicologica, fino a quando una sentenza di colpevolezza non mette in galera, perchè il ricorso in appello o cassazione lo si può aspettare a piede libero, non ci sarà educazione sociale, perchè non fa paura.

Gomorra

Un messaggio che arriva ormai troppo spesso anche dal cinema&co, è che il “crimine paga”.

Un pò come succede con la serie di “Gomorra”. I protagonisti sono degli eroi. Quattro stagioni di spacciatori che spacciano, scugnizzi che uccidono, boss che vanno e vengono dal sudAmerica alla Lettonia, morti ammazzati ovunque e non si vede una volante della polizia in tutta la serie. L’impunità regna sovrana.

Che messaggio sta arrivando? Che se hai la sfiga di nascere in un quartiere disagiato come Secondigliano, se ti dai da fare puoi fare una buona carriera nella mala, e se sai “fottere” i tuoi compari puoi anche diventare un boss. Devi solo fare attenzione a non farti ammazzare, è l’unico pericolo, perchè andare in galera, è l’ultimo dei problemi.

Volgarità e violenza

Un’altra differenza da fare, nel “caso Junior Cally”, è di tipo puramente grammaticale. Ho letto e mi sono confrontata con chi in qualche modo difende il ragazzo (scusate ma chiamarlo “artista” o “cantante” proprio non ci riesco). Leggo, sempre in difesa dell’imputato, che molti grandi artisti si sono espressi in maniera forte nei loro testi eppure poi hanno partecipato a Sanremo, e mi citano Lucio Dalla (disperato erotico stomp), Riccardo Cocciante (bella senz’anima) o Marco Masini (bella stronza).

Ma stiamo scherzando? Ma di cosa stiamo parlando?

Volgarità non è istigazione alla violenza.

Posso capire che il verso conclusivo di disperato erotico stomp sia volgare, per l’epoca in cui è uscito, quando cantava Claudio Villa, Gianni Morandi e compagnia bella, ma non si può dire violento. Paragonare Dalla a Junior Cally mi fa sorridere e mi indigna. Non confondiamo la volgarità con la violenza.

Te le canto e te le suono

Esempio banale di situazioni all’ordine del giorno. Prima gli insulti, poi le minacce, fino ad arrivare alla “giusta punizione” perchè “se l’è meritato sta tr..a” e gli amici ridono. Situazioni comuni in luoghi comuni tra gente comune. E sei un eroe, perchè “gliele hai cantate a dovere“. E il mondo continua a girare.

Se oggi, un ragazzino mascherato può permettersi di riunire una folla di giovani sotto un palco e con una canna e una birra in mano, può permettersi di esprimersi con cotanta denigrazione, appellandosi alla “libertà dell’arte del rap, e probabilmente l’arte in generale, che deve essere libera di esprimersi”, è perchè qualcosa non va nel sistema stesso.

Arancia Meccanica docet.

Leggo, a difesa del povero rapper capitolino, che “la polemica è sterile e che per l’ennesima volta vuole colpire il genere rap“. Vorrei ricordare al signor J Ax, autore di queste affermazioni, che il rap nasce con un alto valore sociale per raccontare storie di disagio con un linguaggio facile e accessibile. Non c’entra nulla il rap e le varie disquisizioni sul fatto che tutti ce l’hanno con il rap. Sembra di sentire la storia di Calimero “tutti ce l’hanno con me perchè sono nero“. Ma basta!

Le parole hanno un peso

La violenza è violenza, punto e basta. Non si può trattare questo argomento con leggerezza e poi dire “no ma io intendevo dire il contrario“. Non può essere un argomento con margine di fraintendimento quando lo si affronta.

Però è vero. In qualche modo il ragazzino, ormai ventottenne, è una vittima di arancia meccanica, perchè oggi il film prende tutto un altro significato. Nel contesto attuale, la violenza, soprattutto quella sulle donne, è diffusa e “venduta” nei processi mediatici, c’è il deep web, dove i ragazzi attingono a piene mani al proibito. La sfida con la morte è un video game on line. Non c’è freno ne censura in nessuno dei veicoli di divertimento alla portata dei ragazzi. E dei bambini.

Junior Cally è solo un “prodotto sociale”.

Manca una vera educazione civica, a partire dalle scuole arrivando ai genitori, passando per i mezzi di comunicazione, che, sempre nel nome dell’arte, dovrebbero avere più rispetto e sensibilità. Un percorso che si rende necessario perchè è vero che i genitori troppo spesso si fidano e pensano che sia solo musica, ma la musica è un veicolo di educazione da sempre. Può cancellare il debito pubblico in Africa, può scarcerare un Mandela qualsiasi dopo trent’anni di galera. Può raccogliere fondi per nutrire il mondo. La musica è uno strumento che può essere usato per cambiare le cose, nel bene e nel male.

Qui non si tratta di bigottismo, perbenismo, conformismo, puritanesimo o di falso femminismo. Non c’entra neanche la religione. E’ solo questione di educazione.

Le parole hanno un peso“, Tiziano Ferro docet.