La guerra dei dazi continua e preoccupa tutto il settore dell’Agroalimentare. Lo conferma anche l’Eurodeputato Salvatore De Meo che da membro della Commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale si è pronunciato sulla questione.

L’annunciata applicazione da parte degli USA – dichiara De Meo – di nuovi dazi su molti prodotti europei è frutto della nota vicenda Airbus/Boeing, viene utilizzata dal presidente Trump per appoggiare il suo slogan elettorale “American First” e in più minaccia i nostri prodotti “made in Italy”. In lista, infatti, ci sono molti alimenti di nostra produzione che, tra l’altro, proprio in questo momento stanno facendo i conti con l’emergenza economica post Covid“.

In foto l'Eurodeputato Salvatore De Meo, al centro, vestito in giacca e cravatta al banco numero 67.
La guerra dei dazi – L’Eurodeputato Salvatore De Meo

Per questo motivo, il deputato Salvatore De Meo ha chiesto alla Commissione Europea una spiegazione sulle modalità di supporto al settore agroalimentare. “Ma soprattutto – aggiunge – chiedo come intenda al fine di scongiurare una pericolosa “guerra dei dazi” che potrebbe fortemente appesantire la ripartenza economica degli Stati Europei e soprattutto mettere in ginocchio il settore agroalimentare, penalizzando molte eccellenze italiane che tutto il mondo ci riconosce“.

Il caso del “Parmesan”

Per fare un piccolo passo indietro, proprio lo scorso autunno si parlava tanto di dazi e del Parmesan. La questione aveva focalizzato maggiormente l’attenzione sui formaggi, ma mentre prodotti come il parmigianito argentino e la mozzarella sono vere imitazioni, il Parmesan ha una storia tutta sua. Quello del Winsconsin corrisponde, infatti, al parmigiano prodotto in Pianura Padana fino alla seconda guerra mondiale. Nella storia dei caseifici americani si leggono cognomi di origine nostrana, come Magnani e Rossi, che avvalorano la tesi secondo cui il prodotto, prima di evolversi in quello che conosciamo in Italia, avesse le caratteristiche del formaggio italiano degli anni ’20-’30, oggi conservate nell’esempio oltreoceano.

Non è possibile che qualcuno confonda il Parmesan con il nostro Parmigiano, perché sono due prodotti completamente diversi. Quello americano non è un esempio di Italian Sounding, ma la creazione di produttori padani trapiantati negli Usa“. Commentava così all’epoca Alberto Grandi, strenuo sostenitore del libero scambio, professore all’Università di Parma e autore del libro “Denominazione di origine inventata”.

Parla Alberto Grandi

I nostri prodotti agricoli e industriali possono avere una speranza solo se si rivolgono al mercato internazionale. La recente questione dei dazi americani conferma ancora una volta che l’eccessivo protezionismo non può portare alcun vantaggio al made in Italy“. La smisurata difesa dei prodotti nostrani data dalle denominazioni DOP e IGP è una questione controversa e rappresenta il primo ostacolo alla diffusione dell’enogastronomia italiana all’estero.

Al Geographical Indications Summit di Ankara del 2019 erano stati illustrati i dati di esportazione agroalimentare italiana. Solo il 20% è rappresentato da DOP e IGP, percentuale che in Italia corrisponde a 500 prodotti, destinati ad arrivare a 800 se si contano le procedure ancora in corso. «Un numero superiore alla media europea che, però, non coincide con quello dei prodotti più noti all’estero», commenta Grandi.

Parmesan e parmigiano - In foto uno scaffale con le forme gialle di parmigiano reggiano. In quelle in primo piano si legge il marchio DOP di denominazione di origine protetta
La guerra dei dazi – Il Parmigiano Reggiano è tra i prodotti DOP certificati in Italia

Made in Italy DOC: i “fab 5”

Tra le tipicità italiane protette dalla denominazione controllata, quelle conosciute oltre i confini del Paese sono sicuramente il Parmigiano Reggiano, il Grana Padano, il Prosciutto di Parma, l’Aceto balsamico e il Prosecco. Vuol dire che gli altri 495 prodotti hanno una certificazione DOP o IGP inutile ai fini della tutela, essendo rivolti a un mercato perlopiù locale.

Allo stesso tempo, però, i “famosi 5” riconosciuti a livello internazionale potrebbero venire eccessivamente penalizzati dall’imposizione dei dazi, poiché il loro fatturato è costituito per il 60% dall’export.

Lo stesso vale anche per i prodotti locali, poiché “l’assenza del protezionismo permette di aprire il mercato e, se i loro produttori vogliono avere una chance all’estero, non possono non optare per il libero scambio“, precisa Grandi evidenziando, però, che se da un lato i dazi «sono un disastro per i prodotti più noti, per le piccole realtà sono un elemento neutro – continua –, ma quello che non sopporto è il cambio repentino di idee da parte dei Consorzi e Coldiretti».

L’improvviso cambio di rotta

Fino a un anno fa, infatti, i difensori del made in Italy si ergevano a sostegno del protezionismo contrastando l’idea del libero scambio, visto come una minaccia per la qualità dei prodotti nostrani. Ora, però, gli stessi denunciano l’imposizione dei dazi ritenendola un ostacolo alla diffusione oltreoceano.

È un paradosso – sostiene Grandi – e mi sembra quasi che siano proprio i produttori italiani i primi a non credere nella loro qualità. È una follia credere che con il libero scambio in Italia arriverebbe il Parmesan“.

Cos’è il Parmesan

Il formaggio del Winsconsin è una forma piccola, del peso di circa 20 kg, dalla pasta morbida e la crosta nera, molto diverso da quello cui il consumatore italiano è abituato, ma altrettanto simile all’originale Parmigiano. Sulla questione dazi, quindi, non è corretto citare il Parmesan come esempio di Italian Sounding, così come non si può non dare in parte ragione agli americani, sostiene Grandi. «Quando ci rimproverano dicendo che stiamo inventando denominazioni per tagliare fuori dal mercato gli altri operatori è vero. Stiamo esagerando con le protezioni DOP e IGP. Per fare solo un esempio, è clamoroso il caso della Bresaola della Valtellina IGP che viene, però, prodotta da uno zebù del Brasile».

La nostra gastronomia di qualità ha, quindi, bisogno di completa assenza di vincoli, dentro e fuori dall’Italia. “Credo che alla fine i dazi non verranno messi – conclude il docente –, ma che si giunga piuttosto a una trattativa tra Usa e UE. Certo ora il paradosso è che bisognerebbe rimettere in discussioni le tante, troppe, denominazioni italiane“.