image_pdfimage_print

Questa è la storia di una “scarpetta rossa”. L’ennesima. La violenza sulle donne ha molte forme, troppe, e alcune, troppe, hanno complicazioni assurde. Come la storia di P. Una storia che viene da lontano ma che esplode in pieno lockdown. Un momento in cui la violenza sulle donne ha visto oltretutto un incremento altissimo di vittime.

Non aggiungeremo una sola parola al suo racconto. Lo pubblichiamo esattamente come è arrivato in redazione. Con tutta la disperazione ma anche la forza che porta con se. E’ un grido d’aiuto, un appello, una denuncia e, allo stesso tempo, un’amara riflessione.

La storia di P.

Dunque, tutto parte a inizio di questo anno, quando dopo svariati tira e molla con il mio compagno, decisi che era venuto il momento di venir fuori in modo definitivo da quella situazione e di far uscire i miei figli da un contesto di violenza assistita, in quanto vivevano quasi quotidianamente, forti litigi tra me e il padre.

Mi sono cosi rivolta al centro antiviolenza, che mi disse che dovevo ponderare bene le mie scelte, in quanto essendo disoccupata ed essendo lui in quel momento, l’unico con un entrata economica, avrei potuto avere delle problematiche nell’affidamento dei bambini. Mi consigliò quindi, di avviare le pratiche per il reddito di cittadinanza, così da poter essere economicamente indipendente da lui. Avviai cosi tutte le pratiche per il reddito. Nel frattempo la situazione in casa con lui era peggiorata. I litigi non facevano che aumentare di intensità e violenza. 

La casa rifugio

Così decisi di ricontattare il centro antiviolenza e comunicai loro che la situazione in casa stava degenerando e chiedevo se avevano da darmi qualche soluzione abitativa. L’unica cosa che loro furono in grado di prospettarmi, era una casa rifugio, ove, una volta entrata, avrei dovuto privarmi di ogni qualsiasi forma di contatto con il mondo esterno. Ovvero privarmi non solo del telefono, ma anche di un contatto con la mia famiglia, perchè a dir loro, avrebbero potuto dare sotto ricatto, informazioni sul luogo dove ero, al mio compagno, e che secondo loro assolutamente dovevo lasciare la mia casa perchè avrei rischiato che mi portassero via i figli se si fosse venuto a sapere che vivevano una situazione del genere, con un padre che quotidinamente beveva e fumava hashish. 

Rimasi profondamente scossa nel sapere che l’unica possibilità per uscire da una prigione (quella di casa mia) era di entrare in un’altra prigione, dove avrei dovuto privarmi di qualsiasi contatto con i miei affetti piu cari. Io, in una sorta di carcere, lui libero di continuare a farsi gli affari suoi .

Cosi comunicai al centro antiviolenza che ci avrei pensato, nel frattempo, mi rivolsi ad un avvocato, che si mise in contatto con la questura. 

L’assistenza legale

Purtroppo anche da loro, ricevevo la medesima risposta. Ovvero che non potevo fare altro che chiudermi in una casa rifugio, nonostante io avessi chiesto a gran voce all’avvocato, di avviare una procedura per chiedere che fosse lui allontanato dalla nostra casa, in modo da permettere a me di rimanerci con i bambini, per non doverli sradicare dalla loro casa e per non doverli sradicare dalle loro abitudini. 

Questa richiesta è stata poi avanzata dal mio avvocato, ma non essendo io vittima di violenza fisica da parte del mio compagno, ma solamente vittima di violenza psicologica, per le istituzioni non avevo l’urgenza di essere aiutata.

Di fatti per loro, il fatto che io vivessi come una prigioniera nella mia casa, vittima di un uomo che mi obbligava a subire rapporti sessuali contro la mia volontà (tutto sempre rigorosamente registrato) e vivere con una persona che quotidianamente mi insultava e minacciava davanti ai miei figli, non era una situazione urgente, in quanto, a detta loro, avendolo già perdonato diverse volte in passato, era anche una situazione che mi ero cercata io.

Così decisi di attendere in casa l’arrivo di questo provvedimento di allontanamento. Questo però intorno ad aprile.

I servizi sociali

Nel mese di agosto ancora nulla era cambiato. Sicchè io, dopo l’ennesima litigata in cui provai a chiamare i carabinieri ma lui me lo proibì strappandomi il telefono dalle mani, decisi di andare nuovamente a denunciarlo. La questura si rivolse al centro antiviolenza dove stavo per sapere se avevano strutture dove inserirmi. Purtroppo, loro dissero di non occuparsi di alloggi privati o case popolari da offrire a donne nella mia situazione. Sostennero che loro potevano provvedere solo attraverso case rifugio, che però in quel momento sconsigliavano per non far fare un isolamento assoluto dentro una stanza per 15 giorni (causa covid) a dei bambini molto piccoli. Così, si rivolsero ai servizi sociali, ma anche loro diedero la medesima risposta.

Infine la questura sentìì direttamente il magistrato, che anch’esso, dopo aver sconsigliato la comunità per evitare l’isolamento ai bambini, suggeriii di uscire di casa e di trovarmi una soluzione autonoma di autoprotezione in attesa di emettere l’ordinanza di allontanamento che mi avrebbe poi consentito di tornare a casa mia.

Questo avveniva a circa metà agosto.

La fuga e le minacce

Io inizialmente ho trovato protezione temporanea a casa di un’amica ma poi lui mi disse chiaramente che avrebbe iniziato a cercarmi a tappeto ovunque credeva che io potessi essere. Così lasciai casa della mia amica e mi trasferii, sempre a casa di amici, che però dopo tre settimane di ospitalità, mi dissero che non erano piu in grado di tenermi con i miei bambini.

Così lasciai la loro casa, e stetti cinque giorni in una casa vacanza, informando nel frattempo la questura di tutto quello che stava accadendo, del fatto che la mia famiglia e i miei amici stavano ricevendo minacce di morte da parte del mio ex compagno. Furono anche informati del fatto che lui girava con dell’alcol etilitico in mano dicendo che se mi avesse trovato, avrebbe dato fuoco a me e a chi si trovava con me in quel momento.

La polizia non potè fare altro che registrare un’integrazione di denuncia e segnalare l’evolversi della situazione direttamente al P.M. Di fatto io nella casa vacanza ho finito tutti i miei  risparmi. Così mi trovai al giorno del check out, a non avere un posto dove andare a dormire la notte in quanto non avevo piu denaro e in quanto i miei conoscenti non volevano piu ospitarmi per paura di avere ritorsioni da parte sua. 

Così contattai di nuovi i servizi sociali , del tutto inesistenti e inefficienti, comunicando che ero in mezzo a una strada e non sapevo dove trascorrere la notte.

Per mandare i figli a scuola serve la firma del padre

Loro mi dissero che non sapevano come aiutarmi, che sul momento non avevano nessun posto dove inserirmi. Alchè, chiesi a quel punto se mi avessero potuto mettere in una comunità in attesa che il mio compagno venisse arrestato o allontanto, per poi fare ritorno nella mia casa. Mi dissero però che anche così, nell’immediato non c’era la possibilità di aiutarmi, perchè per poter passare dalla comunità, era necessario fare prima il tampone. L’unico suggerimento che mi diedero, era di cercarmi nella famiglia, qualcuno che mi facesse da garante per affittarmi una casa. 

Per fortuna poi un’associazione antiviolenza. Mi sono rivolta a loro autonomamente e mi hanno offerto una soluzione temporanea in un alloggio autonomo gestito dal comune. Adesso vengo al nocciolo della questione. Purtoppo mia figlia (perchè solamente una è stata riconosicuta da lui) non sta frequentando la scuola, e mi è stato detto a chiare lettere dall’associazione che rischio che me la portano via perchè non sta frequentando la scuola. Mi sono rivolta a ben due istituti per la sua iscrizione, ma purtroppo per mandarli a scuola, serve il nullaosta dalla scuola dove risultano attualmente iscritti. Ho parlato personalmente con il dirigente scolastico dell’istituto dove è attualmente iscritta, che però mi ha informato di non potermi rilasciare il nullaosta per l’iscrizione.

E infine, la ciliegina sulla torta è che la firma del padre serve anche per prendere un pediatra e per prendere la residenza. Quindi, se si ammalasse, posso accedere solo a cure mediche a pagamento o portarla in ospedale, cosa che di questi tempi non è consigliabile a nessuno per l’emergenza Covid.

C’è qualcosa che non funziona nel sistema

Cosi attualmente mia figlia è già alla terza settimana di scuola alla quale non partecipa, e qui nessuno sembra sapere come sbrogliare questa faccenda. Questura e carabinieri dicono di non poter far nulla al riguardo. Mi sono rivolta ai servizi sociali che, a loro volta, mi hanno detto di non poter far niente in quanto non sono inserita in una loro struttura. Anche il centro antiviolenza che attualmente mi segue, purtroppo dice di non poter far niente per aiutarmi. Quindi continuo a non poter iscrivere la bambina a scuola, con l’aggravante che neanche la figlia più grande, che deve fare terza media, non sta andando a scuola perchè ancora non è ben chiaro dove ci trasferiremo.

Ho chiesto di poter essere messa in contatto con l’avvocato dell’associazione per poter capire come muovermi, per poter avere più autonomia nella decisione della bambina. Ma anche lì, mi hanno suggerito di non farlo, perchè in questo momento un avvocato senza provvedimento, a detta loro, non può fare niente. Purtroppo, mi sento messa in una situazione molto difficile.

Non nego che il primo pensiero è quello di tornare nuovamente nelle mani del mio compagno, perchè c’è un qualcosa di molto grave e profondo nel sistema che non funziona.

Il rischio più grande: perdere la custodia dei figli

Di fatto, io, con un reddito di cittadinanza, non potrò affittarmi un appartamento. Dovrei trovare un lavoro, cosa che mi è attualmente impossibile avendo i figli a casa. Nella mia casa, attualmente non posso tornare. Qui, in questo appartamento dell’associazione, purtoppo non potrò rimanere a lungo. E nel frattempo, i miei figli non stanno frequentando la scuola, con l’aggravante che rischio di vedermeli portare via da un giorno all’altro. Nessuna delle istituzioni alla quale mi sono rivolta, è in grado di dirmi come poter procedere all’iscrizione scolastica di mia figlia, senza la firma del padre. In sostanza, per aver finalmente deciso e trovato la forza per chiudere una relazione tossica, mi ritrovo ingarbugliata in un grosso caos dal quale, chi di competenza, non ha nemmeno idea di cosa io debba fare per uscirne.

Mi dicono solo di dover attendere questo benedetto provvedimento dalla procura. Il problema è che, non solo chiaramente non sappiamo quando verrà emesso, ma potrebbero volerci dei mesi e mesi. Io purtoppo non posso far perdere l’anno scolastico ai miei figli, non posso permettere che mi vengano portati via. Allo stesso tempo, ho bisogno quanto prima che loro ricomincino ad andare a scuola, per avere del tempo libero per me per iniziare a cercarmi un lavoro, in vista del fatto che attualmente nessuno ha idea, se un mio ritorno a casa mia, sarà possibile.

La burocrazia e la violenza sulle donne

Chiudo dicendo, che trovo ci sia una grossa falla nel sistema di tutela contro la violenza sulle donne. E’ assurdo, per quelle donne che hanno dei figli, che si ritrovino ad essere burocraticamente dipendenti dal loro ex compagno. E’ assurdo che io non possa iscrivere i miei figli a scuola con la sola esibizione della denuncia, in attesa chiaramente del provvedimento del giudice.

Così, purtoppo, si spingono le donne a non lasciare la casa dove avvengono gli episodi di violenza, e le si porti ad accettarla la violenza, con la consapevolezza che, una volta fuori di casa, se ci sono dei minori, burocraticamente parlando, si è poco tutelate.